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Architettura & Design
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26 donne che hanno cambiato l’architettura per sempre

11 maggio 2020
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Architizer A+Award è un premio pensato per promuovere e celebrare i migliori lavori architettonici dell'anno. L'obiettivo dell'iniziativa è favorire la conoscenza e l'apprezzamento dei prodotti più innovativi e rivoluzionari tra una platea di professionisti e interessati. Nel corso degli anni sono state diverse le donne accreditate con questo importante riconoscimento, da Denise Scott Brown a Jeanne Gang. Quest'anno Architizer A+Award ha promosso una lista di 26 donne  che nel corso degli ultimi decenni hanno cambiato la storia dell'architettura. Un elenco che non è finito, ma ha l’obiettivo di tenersi in continuo aggiornamento.

Tra questi nomi c'è l'architetta di fama mondiale Rosa Sheng, nota per numerosi progetti tra cui le tipiche strutture in vetro dei negozi Apple, in un TedTalk del 2015 ha raccontato di come essere una donna abbia influito sulla sua carriera. Sheng ha ricordato di quando da bambina, dopo aver espresso alla famiglia il desiderio di diventare un architetta, si sentì rispondere che non ne valeva la pena, perché un giorno si sarebbe sposata e sarebbe diventata madre, rendendo così impossibile dedicarsi al lavoro. Per Sheng la dissuasione dei genitori ha rappresentato uno sprone per inseguire il suo sogno, ma è stato in età adulta, quando gli ostacoli per guadagnare i dovuti riconoscimenti si moltiplicavano anziché diminuire e conciliare vita privata e lavoro diventava sempre più complicato, che si è insinuato in lei il dubbio di dover abbandonare la professione.

"This is a man's world" cantava James Brown, parole prese in prestito anche dall'architetta Zaha Hadid, vincitrice del prestigioso premio Pritzker per l’architettura nel 2004, per descrivere quanto sia difficile per una donna emergere nel mondo dell'architettura. Difficoltà che si acuiscono quando la professionista appartiene a minoranze etniche. Continui e ingiustificati ostacoli che stentano a scomparire, come denunciato nel 2016 da un nutrito gruppo di architette che hanno risposto a un questionario redatto dal New York Times per monitorare il grado di equità nella professione: "È ancora in gran parte un mondo dominato dagli uomini bianchi, e vedere una donna sul posto di lavoro o in un grande incontro con gli addetti ai lavori non è così comune", ha dichiarato Yen Ha dello studio Front Studio Architects. "Ogni giorno devo ricordare a qualcuno che sono, in effetti, un architetto. E a volte non solo un architetto, ma l'architetto".

Il meccanismo denunciato anche dalle studentesse di architettura della Ryerson University del Canada intervistate nel documentario Women in Architecture è quello riassunto nell'espressione "death by a thousand cuts". Si tratta di un grande ostacolo o un enorme fallimento causato da piccoli problemi, i quali a volte si manifestano anche in modo apparentemente insignificante, ma la cui somma porta a un danno irreparabile.

Come scrisse Virginia Woolf in uno dei testi più rappresentativi del suo pensiero, Una stanza tutta per sé, "I capolavori non nascono soli e isolati; sono il risultato di molti anni di pensiero in comune [...] sicché tutta l'esperienza della massa si aduna dietro quella voce isolata".  Per questo i nuovi movimenti che rivendicano a gran voce un equo trattamento tra donne e uomini sono il frutto del lavoro di  tutte quelle architette che in passato si sono scontrate con i dogmi di un mondo maschilista per far emergere la loro arte e la loro professionalità.

Tra le professioniste che hanno rivoluzionato il mondo dell'architettura c'è anche l'italiana Gae Aulenti, la prima architetta a trasformare un edificio industriale in un museo, come avvenuto per il Musèe d'Orsay di Parigi: situato in un'ex stazione ferroviaria, grazie al genio visionario di Aulenti  "impegnato a trovare la bellezza nell'utilità"  è diventato uno dei centri culturali più belli del mondo. Un altro nome che risalta nella lista è quello di Lina Bo Bardi, nata in Italia e naturalizzata brasiliana, che lavorò tutta la vita per coniugare le forme ricercate degli edifici da lei progettati con la loro funzione sociale. Architizer A+Award ha inserito nella sua lista anche la sudafricana Denise Scott Brown che, pur lavorando fianco a fianco con il marito Robert Venturi, nel 1991 subì lo smacco di veder consegnato solo al compagno il premio Pritzker. Uno scandalo con strascichi che continuano anche oggi, con petizioni sottoscritte da numerosi professionisti per chiedere che il riconoscimento venga assegnato retroattivamente anche a Brown. Nell'elenco è presente anche Jane Jacobs, antropologa e attivista statunitense naturalizzata canadese che scrisse uno dei libri più influenti e rivoluzionari nel campo dell'architettura mondiale: Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane. Nel suo testo pubblicato nel 2000 Jacobs criticò i modelli di sviluppo delle città nordamericane in favore di schemi che tenessero in giusto conto la vita quotidiana dei loro abitanti partendo dall'analisi dei comportamenti sociali.

Architizer A+Award ricorda anche l'apporto fondamentale all'architettura della parigina Charlotte Perriand, che quando nel 1927 chiese di poter lavorare nello studio di Le Corbusier si sentì rispondere "Qui non ricamiamo cuscini". Perriand non si lasciò mortificare, fino a quando proprio il socio di Le Corbusier, Pierre Jeanneret, notò il suo lavoro al Salon d'Automne e la volle a tutti i costi nel loro reparto di progettazione mobili. Come sottolineato da Architizer, " Il design delle chaise longue strettamente associato allo studio di Le Corbusier non sarebbe mai esistito se non fosse stato per Perriand e la sua complessa gestione dei tubi di acciaio". Tra le pioniere del mondo dell'architettura si annovera anche Lilian Rice, nata in California nel 1889 e conosciuta per gli edifici in stile coloniale, presenti ancora oggi, progettati tra il 1920 e il 1930 per Rancho Santa Fe, un sobborgo residenziale di San Diego.

Consultare la lista elaborata da Architizer A+Award significa fare un viaggio nella storia dell'architettura e in particolar modo in quel capitolo meno conosciuto, solo perché scritto dalle donne. Il segnale di speranza arriva dalla somma di tutte queste esperienze che hanno convinto le attuali professioniste che il cambiamento sarebbe arrivato facendo gruppo, condividendo conoscenze, dando alle giovani colleghe solidi riferimenti professionali e includendo in questo processo gli uomini consapevoli dell'urgente problema di discriminazione di genere.

L'architetto Rosa Sheng, per esempio, invece di cedere allo sconforto per la difficoltà di conciliare il lavoro con la famiglia, ha deciso di reagire e si è resa conto che le difficoltà che disseminano il suo percorso professionale non sono solo sue, ma di tutte le donne che studiano e lavorano per diventare architetta. Negli Stati Uniti le donne sono poco meno del 50% degli studenti laureati in corsi di architettura accreditati, ma solo tra il 15 e il 18% dei membridell'Aia, American Institute of Architects. Quel 32% di donne che abbandona gli studi per Rosa Sheng è diventato un muro da abbattere, e ha deciso di farlo fondando con altre colleghe l'organizzazione Equity by Design: "Equity by Design è stata fondata per affrontare e ridurre al minimo le barriere al fine di massimizzare il nostro potenziale collettivo", recita la loro mission, "Nello spirito di rafforzare le nostre difese per sostenere la prossima generazione, dobbiamo rapidamente ed efficacemente fare un passo in avanti. Il mondo è un ecosistema vitale che ci richiede di adottare un approccio intersezionale per far avanzare il cambiamento che è indispensabile per il nostro successo in futuro".

L'esperienza, la caparbietà e la professionalità di tutte queste donne, del passato e del presente, devono ispirare le nuove generazioni. Non viviamo in un mondo di uomini, è solo che la storia delle donne non è mai stata raccontata, ma questa è una cosa destinata a cambiare molto presto.

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