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Architettura & Design
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Per anni sottovalutato, il brutalismo ha conquistato la sua rivincita

04 marzo 2021
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Alla fine del 1955, il critico e teorico dell’architettura britannico Reyner Banham scrisse per la rivista The Architectural Review un articolo intitolato The New Brutalism. Il termine nasceva prendendo spunto dal concetto di Art Brut, pensato dieci anni prima dal pittore francese Jean Dubuffet per identificare un’arte spontanea e libera da vincoli, ma era anche un riferimento al beton brut. Il beton brut è una modalità di utilizzo architettonico che si caratterizza per l’impiego del cemento armato, lasciato a vista senza essere ricoperto da intonaco o altri materiali, come nella prima Unité d’Habitation progettata da Le Corbusier a Marsiglia. Sarà quest’opera a diventare in breve il simbolo del New Brutalism o semplicemente “brutalismo”, uno stile che romperà in maniera netta con quello più misurato e leggero degli anni Venti e Trenta per creare qualcosa di apparentemente tanto magniloquente quanto grezzo.

Nel suo pezzo, Banham teorizzava una modalità espressiva spontanea che nasceva dal desiderio di mostrare tutto nella maniera più autentica e sincera possibile. In un periodo storico come quello successivo ai due conflitti mondiali, il brutalismo divenne lo stile di riferimento da impiegare nella costruzione di edifici pubblici e luoghi di aggregazione. Si tratta di un’architettura pensata per regalare spazi che siano veramente vivibili e facili da interpretare e capire: non ci vuole molto a indovinare quali siano i materiali sfruttati per la creazione di un edificio brutalista ed è facile individuare anche i piccoli difetti di opere che sembrano spesso ancora incomplete. In questa visione d’altronde la componente estetica è secondaria: prima di tutto quello che si costruisce deve essere funzionale allo scopo per cui lo si è pensato.

Un edificio brutalista ha di solito almeno tre caratteristiche principali in grado di connotarlo: oltre alla già citata chiarezza formale della struttura e alle forme massicce con superfici ruvide e non finite, nei prodotti di questa corrente si trovano sempre anche piccole aperture in relazione alle altre parti che compongono la struttura.  Nonostante tali punti fermi, va detto però che questo movimento ha avuto un’evoluzione diversa a seconda del Paese in cui è stato sperimentato: il brutalismo conobbe un grande successo nell’Unione Sovietica ma, persino durante la Guerra Fredda, venne spesso apprezzato anche negli Stati Uniti. In Regno Unito venne utilizzato quasi solo per edifici pubblici mentre in India quello stile così scarno e lontano dai canoni venne visto come un simbolo della voglia di staccarsi dal passato coloniale. Anche in Giappone e Spagna sposare il brutalismo sembrò un modo per tirare una linea dopo periodi difficili, complicati da guerre e totalitarismi.

Probabilmente il luogo del mondo dove questa corrente architettonica si sviluppò maggiormente fu però il Brasile. Se questo accadde parte del merito è da ascrivere a grandi nomi come Lucio Costa, Lina Bo Bardi e soprattutto Oscar Niemeyer. I tre architetti furono parte della cosiddetta “Scuola Paulista”, arrivando a progettare con uno stile chiaramente influenzato dal brutalismo un’intera metropoli: la nuova capitale Brasilia, che poi ispirerà anche a sua volta l’architettura futuristica della città di Gattaca nell’omonimo classico del cinema di fantascienza.

Il momento più felice per il brutalismo fu il ventennio che va dagli anni Cinquanta fino agli anni Settanta, mentre in seguito conobbe anche aspre critiche, venendo etichettato in fretta come lo stile emblema delle disfunzioni della città moderna. Nel 1981, quando il giornalista Tom Wolfe pubblicò Maledetti Architetti, il brutalismo era ormai già diventato il capro espiatorio di tutto il mondo dell’architettura, simbolo di un modo sbagliato di progettare la città – nemmeno il Principe del Galles si risparmiava frecciatine verso questo movimento architettonico, arrivando a dichiarare che il Teatro Nazionale inglese in stile brutalista sembrava “un ottimo modo per costruire una centrale nucleare in mezzo a Londra senza che nessuno [potesse] obiettare”.

Il cemento ha perso negli anni tutto il fascino che all’inizio lo aveva fatto sembrare un’alternativa futuristica ad altre soluzioni e sembrò a un certo punto più adatto per essere l’architettura di mondi lontani, ricostruibili solo al cinema. Oltre alla città di Gattaca, si ispirano a questo stile anche la capitale dell’Impero Galattico in Guerre Stellari e molti edifici che compaiono in capolavori come Blade Runner e Arancia Meccanica.

Nonostante tutto, oggi possiamo dire che il brutalismo è riuscito in qualche modo a sopravvivere ai suoi alti e bassi e ad avere una rivincita. Quella che è stata definita “architettura grigia” non è mai davvero scomparsa. Se è vero che molti edifici sono stati nel tempo demoliti o fatti oggetto di vandalismo, è altrettanto vero che il brutalismo è sempre più celebrato soprattutto su social come Instagram, dove una certa estetica viene di nuovo sorprendentemente apprezzata in moltissimi scatti. Tra gli edifici che sono stati maggiormente rivalutati ci sono anche esempi italiani come la Torre Velasca a Milano. Questo imponente edificio di 106 metri e 26 piani ha smesso di essere considerato “uno degli edifici più brutti del mondo”, come lo definì il Daily Telegraph, per diventare uno degli esempi di brutalismo più fotografati e amati da migliaia di fan del beton brut.

Questi ultimi hanno iniziato in maniera costante a utilizzare a corredo dei loro scatti l’hashtag #SOSBrutalism per promuovere la salvaguardia di edifici sottovalutati o a rischio di demolizione. In merito a questo revival su internet, il giornalista Steve Rose ha fatto notare sul Guardian come: “la permanenza di un edificio non ha nulla a che fare con ciò di cui è fatto, ma solamente con quanto è amato. Quindi, se i mi piace di Instagram possono tradursi in azioni concrete, questa non può che essere una buona cosa”.  #SOSBrutalism non è però in realtà solo uno slogan da sfruttare sul web ma nasce come una vera e propria iniziativa, promossa dal museo di architettura tedesco di Francoforte (Dam) e dalla fondazione Wüstenrot di Ludwigsburg, che attualmente raccoglie le schede di mille edifici identificati come “brutalisti” con l’obiettivo di evitarne la scomparsa. Il successo di #SOSBrutalism è ormai tale da aver dato il nome addirittura a una mostra nell’autunno del 2017, proprio nel Deutsche Architektur Museum di Francoforte. Viviamo insomma davvero in un periodo storico sorprendente, dove anche un'architettura nata per essere prima di tutto funzionale può riscoprirsi inaspettatamente fotogenica e apprezzata anche nei luoghi dove si celebra l’architettura al più alto livello.

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