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Architettura & Design
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Intervista a Francesco Faccin: quando il design è un pretesto a servizio del sociale

26 gennaio 2021
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Francesco Faccin, classe 1977, è un designer milanese conosciuto come il “calvinista” per il suo approccio rigoroso e privo di qualsiasi eccesso. Per Faccin il design è un pretesto per cercare un senso agli oggetti e riflettere sui temi centrali della sua ricerca che sono il lavoro artigianale, la sperimentazione, la totale aderenza tra estetica finale e committenza e il pensiero sostenibile, da non confondere con la sostenibilità al 100%, da lui considerata una pura utopia. Con Faccin il design non è più sinonimo di bellezza formale o di un bene di lusso, ma un mezzo per realizzare progetti che abbiano un valore sociale.

Perché per lei il design è un pretesto?

È una frase che ho in testa da tempo. Ho capito realmente che cosa significhi progettare solo anni dopo aver iniziato a farlo, nel senso che mi sono reso conto che in fondo gli oggetti in quanto tali mi interessano poco; piuttosto mi interessano per il tipo di dinamiche che possono innescare e per quello che possono raccontare di un luogo o di una cultura, cioè quando sono testimoni di un momento storico e diventano delle tracce che l’uomo lascia dietro di sé.

Ha sostenuto che “ognuno sceglie i proprio maestri per affinità”. I suoi sono stati Enzo Mari e Michele De Lucchi: cosa vi lega?

Di Enzo Mari mi ha attratto l’integrità, perché ha cercato di essere coerente con un pensiero etico che non ha a che fare con una questione formale, ma con un’idea che lui ha dell’uomo. Di Michele De Lucchi, invece, il coraggio di essere tanti Michele De Lucchi. Quest’ultima caratteristica per me è stata di grande ispirazione perché vuol dire non avere paura di rischiare e sperimentare. Concretamente ha significato rimanere se stessi calandosi però di volta in volta in un percorso originale che permette di scoprire una nuova parte di sé. Anche Enzo Mari ha sperimentato moltissimo, ma De Lucchi – da imprenditore, artigiano, architetto, designer e professore universitario – lo ha fatto di più e su diversi fronti. Contrariamente a Mari, lo ha fatto con grande leggerezza, nel senso positivo del termine, godendosi questa sperimentazione. E qui sta una grande differenza tra questi miei due maestri: se per Mari la ricerca e il progetto sono sofferenza, per De Lucchi sono piacere.

L’avvicinamento a De Lucchi è infatti successivo a Mari.

Esatto, e devo dire che se mi sono avvicinato a De Lucchi è proprio perché ero stanco di questa idea del design inteso solo come sofferenza. Enzo Mari aveva una idea del design come di un guerriero armato che nella giungla combatte contro il mondo. De Lucchi ha invece un atteggiamento completamente opposto. Chiaramente in ogni lavoro c’è sofferenza perché chiunque progetti sa che c’è sempre il momento di sconforto, di fatica, di perdita di interesse, però poi c’è anche il piacere che deriva da tutto quello che succede durante e dopo il progetto. Michele questo lo sa fare.

Un concetto che si riallaccia a quello che ha affermato durante l’ultimo Festival della Letteratura di Mantova, ovvero che “bisogna avere la capacità di dilettare e non di essere dilettanti”.

Giusto. Uno dei primi insegnamenti che mi ha passato De Lucchi fin dai primi giorni è stato che ogni progetto parte innanzitutto dal diritto di sbagliare, cioè che alla base di questo complicato processo di progettazione c’è sempre l’errore, tanto nostro quanto di chi lavora per noi e con noi. È un percorso imperfetto e se lo si vive senza troppa rigidità insegna anche a stare al mondo, perché è un continuo errore, un continuo cercare di aggiustare raggiungendo però l’obiettivo finale nel migliore dei modi possibile.

Che ruolo hanno, invece, committenza e l’utente finale, ovvero l’inizio e la fine del processo?

Io purtroppo ho un problema con l’utenza finale, nel senso che non progetto per un target di riferimento. È un problema,perché cerco da un lato di lavorare sul processo in sé e dall’altro su quello che è stato l’input del committente e che mi interessa molto. Non riesco quasi mai a progettare in autonomia e per me la scintilla di un progetto parte sempre da una richiesta arrivata da qualcuno. Se non hai assolutamente idea di chi sia l’utente finale si rischia di progettare qualcosa di molto poco commerciale. Ed è per questo che difficilmente i miei prodotti sono dei best seller nel mercato. Va detto che io non ho mai cercato questo tipo di riscontro perché penso a un progetto in modo un po’ più assoluto, cioè con uno slancio universale e non per una fascia di età o di consumatori. Forse è un’idea ambiziosa, però mi piace pensare che l’uomo è l’uomo e che non c’è un target di riferimento o di mercato. In definitiva, non penso al mercato e per questo non produco merci. Ovviamente non è una decisione che ho preso a un certo momento della mia vita, ma è la conseguenza della mia indole.

“Less is more” è una affermazione ormai abusata, anche se nel suo caso la declina utilizzando per esempio l’incastro come unica decorazione contemplata in alcuni suoi lavori, per esempio nel progetto realizzato nel 2012 in Africa per la Ong LiveinSlums.

In quell’occasione ho disegnato e realizzato gli interni di una scuola a Mathare, una bidonville di Nairobi dove vivono mezzo milione di persone. La cosa stimolante è stata arrivare sul luogo senza un progetto chiaro. Non avendo mai messo piede in uno slum ho chiesto alla Ong se fosse possibile andare fare un sopralluogo preventivo per studiare il contesto. Questo credo sia un atteggiamento che oggi manca nell’architettura contemporanea, perché tanti professionisti spesso lavorano per uno studio che sta d’altra parte del mondo rispetto alla sede dell’edificio, in una città dove non sono mai stati o dove non hanno mai abitato. Sono consapevole del fatto che si tratti di una visione utopica però secondo me un architetto dovrebbe abitare nel luogo in cui progetta proprio per vedere come gira la luce. Per esempio Glenn Murcutt, l’architetto australiano premio Pritzker nel 2000, ha lavorato una vita su questo concetto sostenendo che un architetto deve vedere il committente più volte, deve conoscere il luogo per capire esattamente dove guarda una finestra, lo scorcio della luce, come gira l’aria. Poi è chiaro che ci sono dei contesti in cui questo è più facile e altri in cui è più complesso ma andrebbe comunque fatto. Questo credo sia un primo dato rilevato nel progetto realizzato in Africa e che mi ha fatto capire che partire senza un progetto serve al progetto stesso. E in quel caso poi il progetto è venuto fuori da solo. In un certo senso sono stati proprio i limiti del luogo a suggerirmi tutta una serie di intuizioni.

Qual è stato l’elemento più importante del suo progetto in Kenya?

Probabilmente è stata una sorta di catena di montaggio costituita da una dima (una sagoma usata come modello per realizzare una particolare forma, ndr) con vari blocchi di legno per tenere i listelli e fissarli nella posizione giusta. L’ho costruita sul luogo insieme ai costruttori e ne ho spiegato il funzionamento a chi avrebbe dovuto utilizzarla.

Etica ed estetica nei suoi lavori procedono sempre di pari passo, come nel caso dell’Honey Factory di Milano. 

L’Honey Factory permette di produrre miele attraverso il lavoro delle api nei giardini cittadini, e nasce grazie a Expo Milano, che mi chiese di realizzare un progetto per una piazza. Per creare qualcosa che avesse attinenza con il tema di Expo “Nutrire il pianeta”, ho convinto il committente a investire su un progetto a lungo termine che mi permettesse di continuare a lavorarci anche dopo la chiusura dell’Esposizione. Ho quindi progettato un volume verticale, una sorta di piccola torre di legno in cui le api accedono dall’alto. Grazie a un apposito percorso raggiungono l’arnia senza mai entrare in contatto con chi si trova a passare nelle vicinanze. Una porticina in vetro rende visibile il processo di produzione del nettare, offrendo così uno spettacolo sia visivo che sonoro grazie al ronzio degli insetti. Il messaggio è che le api sono sentinelle della salute del Pianeta e la loro presenza è garanzia di benessere ambientale. E tornando al discorso del “less is more” vale anche in questo caso perché se togli per poi arrivare a una sintesi ragionata allora va bene, altrimenti se si tratta di eliminare qualcosa che ha a che fare solo con la forma, per una pura questione estetica, allora non ha senso. Questo è un grande equivoco che va chiarito. Un po’ come quando si parla di oggetti sostenibili al 100%

Sempre in tema ambientale, da sempre sostiene che la sostenibilità è un’utopia irraggiungibile, a differenza del pensiero sostenibile. Qual è la differenza?

È un’affermazione un po’ forte, però è così. L’uomo vive questo conflitto e deve riuscire a riconoscere che qualunque cosa faccia è ambivalente. Oggi c’è un ricco filone filosofico che va in questa direzione, come per esempio Timothy Morton che parla di “dark ecology”, ovvero di una ecologia non più locale e anti-globalista, ma capace di accogliere la “grandezza, complessità e l’orrore della natura”, riflettendo su come far pace anche con l’idea che l’uomo può essere contemporaneamente distruttore e salvatore della Terra. Viviamo questa contraddizione e dobbiamo esserne consapevoli, ammettendo però la nostra responsabilità. Spesso sento dire che l’uomo si dovrebbe estinguere, così che la Terra possa tornare al suo equilibrio originario: questo è sbagliato, perché l’uomo è natura e ha diritto di stare sulla Terra esattamente come tutti gli altri esseri viventi. Noi abbiamo una coscienza e quindi dobbiamo cercare di rimediare agli errori commessi. Viviamo una continua ricerca di equilibrio che però non verrà mai trovato, e per questo parlare di prodotto sostenibile al 100% è pubblicità ingannevole, una menzogna a fini commerciali.

Come si fa allora a unire questi due opposti? 

Con l’utopia, che alimenta un’etica condivisa e delle visioni che guidano le nostre azioni. Questa secondo me è la grande sfida dell’umanità intera, non delle singole culture. Se la globalizzazione ha un senso ce l’ha nel momento in cui si raggiungono dei punti fermi indiscutibili per tutti, cioè per tutte le culture e per tutte le religioni, che diventano le linee guida per qualunque azione umana. Se tornassimo ad avere ideali condivisi sarebbe già un passo avanti. Io spero che arrivi un’epoca in cui, per esempio, non si possano più contestare gli accordi di Kyoto o Parigi. C’è ancora tanta strada da fare, ma arriverà il giorno in cui ci si chiederà: ma è possibile che in un’epoca del passato ci fossero dei Paesi che mettevano prima il profitto della salvaguardia del Pianeta? È un processo lungo, ma l’uomo tende sempre al miglioramento. E poi, come ho già detto, anche nella storia dell’umanità l’errore deve essere contemplato.

Articolo di Patrizia Vitrugno

In copertina, foto di Alessandra Lanza © riproduzione riservata

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