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Architettura & Design
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La Muralla Roja di Ricardo Bofill: dove Wes Anderson incontra Escher

10 maggio 2022

Alicante, 1973. Un giovane Ricardo Bofill, architetto catalano appena scomparso, progetta un edificio residenziale vista mare. E decide di farlo imprimendo il suo stile postmoderno, con chiari riferimenti alla casbah araba, alle geometrie impossibili/illusorie dell'incisore olandese Escher. Ombre nette, pieni, vuoti, volumi scultorei e colori pastello degni delle migliori inquadrature di Wes Anderson, pensati per dare rilievo ad elementi architettonici distinti, secondo le funzioni strutturali: le superfici esterne sono dipinte in varie tonalità di rosso e rosa; patii e scale, invece, sono trattati con toni di blu, azzurro, indaco, viola. E la piscina? È sul tetto. Scopriamo insieme la Muralla Roja, uno dei capolavori assoluti dell'architettura contemporanea.

Ricardo Bofill, una vita surrealista

Nato a Barcellona, da padre catalano e madre veneziana, Bofill (1939-2022) cresce nella Spagna del regime franchista. Un ambiente che gli sta stretto e che lo ha portato a sognare per evadere: le sue architetture sembrano infatti uscire da un mondo surrealista. Nel 1957, espulso per ragioni politiche dalla scuola di architettura di Barcellona, si trasferì in Svizzera e si iscrisse all'Università di Ginevra dove si laureò nel 1959.

L’architetto e urbanista spagnolo ha costruito la sua carriera su una visione olistica dell'architettura, crocevia di più discipline. Per lui l'architettura è frutto di una visione d'insieme tra competenza tecniche e sensibilità culturale in cui la scala umana resta il perno centrale. Non solo progettazione pura quindi, ma sociologia, antropologia, psicologia, storia, arte, geologia.

Per oltre cinquant'anni, la sede del suo studio RBTA (Ricardo Bofill – Taller de Arquitectura) è stata l'interno di un incredibile spazio, un ex cementificio, recuperato nella periferia occidentale di Barcellona, La Fabrica. Il complesso industriale di 31 mila metri quadrati doveva essere smantellato. Per l'architetto era l'occasione perfetta: prendendosi cura di quella fabbrica avrebbe potuto darle una seconda vita. Dei 30 silos ne mantenne 8, demolendo gli altri, rendendo lo spazio al contempo astratto, contemplativo e brutalista (ovvero quasi interamente in béton brut, cemento armato).

Era il 1973, lo stesso anno in cui, ad Alicante, realizzò la Muralla Roja, una struttura ben diversa da La Fabrica, ma altrettanto rappresentativa della sua stupefacente multidisciplinarità.

Innovazione e tradizione

Wes Anderson, il talentuoso regista americano noto al mondo per i suoi racconti ironici e surreali e per le scelte cromatiche capaci di mettere in relazione le emozioni dei personaggi allo spazio, aveva 4 anni quando questo edificio fu realizzato.

Il regista, affascinato dall'estetica degli anni Settanta, sembra condividere con Bofill il gusto per i campi cromatici pastello, un'ode al colore saturo e giocoso che mette in scena l'architettura e la vita di chi la abita.

L’incisore e grafico olandese Maurits Cornelis Escher (1898-1972) - noto per i paradossi prospettici ottenuti unendo arte, matematica, scienza, fisica, natura e design - era invece scomparso appena un anno prima della costruzione della Muralla Roja.

Da Escher, l'architetto catalano sembra aver appreso la lezione sulla relatività delle visioni spaziali, utilizzando le scale come espediente onirico per architetture solo apparentemente impossibili. Le scale di Bofill sono non solo possibili; sono effettivi elementi di distribuzione del volume architettonico.

Ma le geometrie a cui questo edificio dichiaratamente si ispira, sono a loro volta mutuate dai disegni di Giovan Battista Piranesi (1720 – 1778), incisore, architetto e teorico. In particolare, fanno riferimento alle sedici tavole de Le Carceri, spaventose immagini di architetture fantastiche che sembrano precedere gli scenari filmici delle grandi prigioni del mondo fantascientifico.

Il risultato? Una sorta di pastiche, si potrebbe pensare. Piuttosto, un universo temporale interessante veicolato attraverso un'architettura che ha saputo interpretare in chiave pop stilemi del passato, anticipando però tendenze estetiche del futuro.

Con questo edificio, infatti, Ricardo Bofill ha voluto rompere la divisione post-rinascimentale tra spazi pubblici e privati, ​​reinterpretando la tradizione della casbah, un'architettura araba mediterranea che rimanda a una fortezza, a una cittadella arroccata.

Non mancano anche riferimenti all'architettura costruttivista russa, caratterizzata dall'uso di elementi geometrici puri interconnessi e dall'idea che l'edificio assolva a una funzione sociale, mettendosi a servizio di tutti.

Molti stili, molte scale, molti colori

Il progetto si presenta infatti come una casbah ricostruita in verticale, a cui corrisponde una  pianta basata sulla tipologia della croce greca con bracci lunghi 5 metri, raggruppati in modo diverso, con torri di servizio (cucine e bagni) poste nei punti di intersezione. Un insieme di patii interconnessi, collegati da scale, scale e scale, dichiaratamente escheriane, che danno accesso ai 50 appartamenti, monolocali di 60 mq e appartamenti con due e tre camere da letto rispettivamente di 80 e 120 mq (di cui uno oggi prenotabile online).

Il tetto merlato, pensato appositamente per rendere più confortevole il soggiorno ai residenti, ospita piscina, sauna e solarium. Una vera novità, per il 1973. Il fiore all'occhiello di un'architettura eclettica, a tratti surrealista, che usa il colore per instaurare un rapporto dialettico col paesaggio circostante.

Infatti il criterio di applicare all'edificio una gamma di colori - diversi tra loro, ma anche dai canoni degli edifici vista mare - risponde all'intenzione di dare rilievo agli elementi architettonici, distinti secondo le loro funzioni strutturali. Le superfici esterne sono dipinte in varie tonalità di rosso, per accentuare la differenza con il paesaggio; patii e scale, invece,  sono trattate con toni di blu, indaco, viola, per produrre un contrasto  con il cielo o, al contrario, l'effetto ottico di fondersi con esso. Un gioco di alchimie cromatiche con sfumature quasi oniriche.

L'intensità dei colori è anche correlata alla luce (accecante, nel sud della penisola iberica) e mostra come la combinazione di questi elementi possa aiutare a creare una maggiore illusione spaziale.

Le cromie sorprendenti rivestono le facciate e contrastano l’ambiente naturale circostante, in un'esaltazione di colori e sfumature. Tutti elementi che rendono impossibile non immaginare Ricardo Bofill, Wes Anderson e Escher sorridere insieme guardando l'orizzonte dal tetto di questa creatura incantevole.

Credits

Cover: il tetto della Muralla Roja, immagine gentilmente concessa da RBTA (Ricardo Bofill Taller de Architectura)

Immagine 1: photo by beasty on Unsplash

Immagine 2: Ricardo Bofill ritratto da Gregori Civera, immagine gentilmente concessa da RBTA (Ricardo Bofill Taller de Architectura)

Immagine 3:la locandina di "The Grand Budapest Hotel" di Wes Anderson, distributed under a CC-BY-SA-2.0 via Flickr

Immagine 4: litografia "Concavo o convesso", Maurits Cornelis Escher, 1955. Distributed under a CC-BY-SA-3.0 via Wikimedia

Immagine 5: photo by beasty on Unsplash

Immagine 6: The Gothic Arch di Giovan Battista Piranesi, pubblicato 1749 - 1750, National Gallery of Art, Washington D.C. Distributed under a CC0 1.0 license via Wikimedia

Immagine 7: due degli elementi più caratteristici dell'edificio: i corpi scala (escheriani) e le palette cromatiche pastello care al regista Wes Anderson; photo by beasty on Unsplash

Immagine 8: vista panoramica del tetto merlato con piscina, torri di servizio e camminamenti; Photo by Zhifei Zhou on Unsplash

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