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Alberto Burri e il Cretto di Gibellina: la più grande opera di Land Art italiana

21 ottobre 2021

Tante sono le opere che Alberto Burri ha lasciato ai posteri, come testimonianza di un tipo d’arte che si allontana dal decorativismo e riallaccia i rapporti con la materialità.

Utilizzando pezzi di legno e di ferro, sacchi di juta, colle e plastiche, Burri ha rivoluzionato il concetto stesso di quadro, diventando un grande esponente della cosiddetta arte informale. Il suo repertorio vanta pezzi che ormai fanno parte della Storia dell’Arte, ma uno in particolare rappresenta un esempio incredibilmente affascinante di Land Art.

Il Cretto di Gibellina di Alberto Burri è un enorme complesso artistico in provincia di Trapani, che ricostruisce simbolicamente la città di Gibellina, distrutta dal terremoto.

Alberto Burri, dalla laurea in medicina a Origine

Definire in poche parole l’immaginario di Alberto Burri è un’impresa difficile. Si potrebbe partire dal rapporto peculiare tra lui e l’arte – nato tardivamente in un periodo tormentato – sfiorando poi il distanziamento dalle correnti più tradizionali per aderire a un’arte che sfrutta materiali poveri.

Nato in provincia di Perugia (più precisamente a Città di Castello) nel 1915, Burri seguì un percorso accademico che mai avrebbe fatto presagire una carriera artistica. Nel 1940 si laureò in medicina, per poi entrare nell’esercito come medico.

Quando nel 1943 fu catturato dagli inglesi, rifiutò di collaborare con il nemico e fu quindi recluso presso il campo di concentramento texano di Hereford; fu proprio la detenzione ad avvicinare Burri alla pittura e a stimolare in lui riflessioni su una nuova corrente che avrebbe portato all’evoluzione dell’arte astratta.

Il rifiuto del manierismo, della complessità e della ricerca della bellezza estetica, continuò anche dopo la liberazione di Burri, alla quale seguì il rientro in patria e l’avvicinamento agli ambienti artistici di quegli anni. Assieme a Mario Ballocco, Ettore Colla e Giuseppe Capogrossi, diede nuova forma al proprio pensiero tramite la fondazione di un gruppo di artisti, denominato Origine, che promuoveva il ritorno a un’arte più elementare.

L’arte informale come riutilizzo della materia

È con i Sacchi – la sua serie più universalmente nota – che l’arte di Alberto Burri si concretizzò sempre di più, approdando a una più solida definizione. “Solida” non a caso, in quanto capace di riportare la disciplina a una forma più basilare, fatta di materiali poveri. Solo nel 1951 questo tipo di pensiero – condiviso da Burri e da altri artisti del tempo – assunse la definizione canonica di “arte informale” (coniata dal critico Michel Tapié).

Bastarono dei pezzi di juta strappati e poi ricuciti a rappresentare per Burri il supporto ideale per la propria arte – come nel famosissimo Strappo del 1952 – oppure materiali più industriali come plastica, cellophane, pezzi di ferro e catrame, su cui l’artista agisce, trasformandoli in un’opera di simbolico rinnovamento, ma anche di sofferenza. Gli eventi drammatici della Seconda Guerra Mondiale – fatti di disumanizzazione e straniamento – ebbero infatti un ruolo notevole nello sviluppo della corrente informale.

Questa rivoluzione – dalle suggestioni che si possono intravedere soprattutto nell’arte geometrica di Mondrian – non comporta tuttavia il completo rifiuto della classicità.

I critici leggono nelle opere di Burri una conoscenza dell’arte italiana rinascimentale, ben rappresentata da Piero della Francesca, geograficamente vicino a lui. Tanto nell’artista toscano del XV secolo, quanto in quello umbro di molti secoli dopo, si può intravedere un’attenzione per gli elementi geometrici e il particolare utilizzo dello spazio.

La poetica di Alberto Burri suscitò inizialmente la diffidenza dei critici a lui contemporanei, ma questo non influì sulla sua produzione, che continuò a sottolineare con vigore il distacco da tutto ciò che era decorativismo e formalità.

Il Cretto di Gibellina, esempio straordinario di Land Art italiana

Se di diritto Alberto Burri è portavoce dell’arte informale del XX secolo, un’opera in particolare si può inserire anche nella Land Art italiana, una corrente contemporanea che comporta l’azione dell’artista sull’ambiente naturale.

A partire dal 1973 Burri inizia a dare vita a quelli che vengono chiamati i Cretti, delle superfici piane di colore chiaro che sembrano raffigurare – solcate come sono da profonde crepe – dei terreni inariditi.

Ma un artista slegato dalle convenzioni e dagli spazi più canonici dell’arte – come la limitante tela quadrata o rettangolare – pensa in grande.

L’occasione per plasmare un’opera straordinaria, tanto per dimensioni quanto per significato, giunse nel 1984, quando il sindaco di Gibellina Ludovico Corrao commissionò ad alcuni artisti la riformulazione del territorio, in seguito all’azione devastante del terremoto del Belice nel 1968.

L’arte avrebbe dato un nuovo volto a uno spazio segnato da terribili cicatrici, posizionandosi non nella città vecchia di Gibellina – in provincia di Trapani – ma nella sua parte più nuova. Alla chiamata del sindaco rispose Burri, che scelse di operare proprio sul borgo distrutto di Gibellina per riempire il vuoto lasciato dal terremoto e ricostruire il profilo della città, partendo dal ricompattamento delle macerie.

Ne derivò un’opera d’arte site-specific – ossia pensata per essere inserita in una precisa ambientazione – di 80.000 metri quadri (una delle più estese al mondo), chiamata il Grande Cretto, Cretto di Burri o, più notoriamente, Cretto di Gibellina.

A differenza dei cretti più piccoli, dove le scanalature assumevano un significato più generico dello scorrere del tempo, su grande scala Burri ebbe modo di rappresentare simbolicamente anche le strade e i viottoli della ormai scomparsa città di Gibellina.

Il Cretto di Gibellina di Alberto Burri – giunto a compimento nel 2015 – è ancora meta di visitatori di tutto il mondo, che possono passeggiare tra le crepe dell’opera, vivendo così sulla propria pelle la desolazione lasciata dal terremoto. Il Cretto non è solo un tributo al sito distrutto o alle famiglie rimaste senza una casa, ma un vero e proprio riscatto della città vecchia.

Dall’alto l’opera mostra le proprie fratture in tutto il loro valore artistico e simbolico, in memoria di un luogo mai dimenticato.

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