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Artemisia Gentileschi ci insegna che la vita richiede tenacia, forza di volontà e capacità di reagire

28 ottobre 2019
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Attraverso l’arte oggi si può esprimere la nostra voce più segreta, quella che spesso non trova spazio nella quotidianità, ci permette e promette di lasciare una traccia eterna della nostra storia, di ciò che siamo e cosa la vita ci ha insegnato. Nella pittura del Seicento si inizia a manifestare questo spiraglio di soggettività, al contrario dei movimenti artistici precedenti in cui regnavano il classicismo, le regole, la bellezza fatta di proporzioni e canoni. L’arte, ed in particolare la pittura, in questo periodo è fatta di luci e di ombre, proprio come la vita di Artemisia Gentileschi.

Nata a Roma nel 1593, Artemisia eredita dal padre Orazio la passione per la pittura, ma con una grande differenza: lei è una donna. Fin dall’adolescenza capisce cosa significa una vita femminile essendo rimasta sola, dopo la morte della madre, a occuparsi della famiglia. Artemisia però non accetta che sia questo il suo destino, così come per molte altre donne, il suo carattere forte e ribelle non la farà piegare nemmeno a questa sorte che sembra inevitabile.

Vive insieme ai fratelli, al padre e ai suoi garzoni, imparando anche cosa vuol dire essere donna in mezzo a uomini spesso ostili. Il padre, incapace di gestire una figlia dalla forte personalità e dal talento così spiccato, la tiene chiusa in casa sotto sorveglianza di una custode o altrimenti le dà lezioni di pittura, rimanendo sempre più meravigliato dalle sue enormi capacità artistiche, che mal si sposavano in quell’epoca al ruolo della donna. Artemisia, infatti, diventerà una delle prime pittrici affermate della storia, nonostante i limiti apparentemente invincibili che imponeva al tempo l’essere donna.

Inizia la sua carriera con piccoli interventi ai lavori del padre, per poi passare a opere completamente sue. A diciassette anni dipinge Susanna e i vecchioni, la prima tela a consacrarla come vera artista. Già da qui, si percepisce come Artemisia attraverso la pittura riesca a dare forma e colore alle sue esperienze di vita. La scena è tratta dalla Bibbia, in cui due contabili cercano di sedurre una giovane ragazza che, nel momento in cui si ribella, viene accusata di essere stata sorpresa con un amante; al processo il profeta Daniele interviene a suo favore, spiegando la verità e salvando Susanna. È come se questa tela fosse premonitrice dell’orrore che dovrà subire la pittrice stessa, tanto che per dipingere la ragazza, bella, florida, con i capelli rossicci, Artemisia si ispira alla sua corporatura. Ancor più simbolica è la scelta di non uniformarsi alla tendenza di dipingere la fanciulla insidiata con un atteggiamento ritroso, ma invece in un gesto di difesa e sdegno, come probabilmente avrebbe reagito lei stessa. Nelle forme non censurate del corpo della giovane c’è già tutta l’inconfondibile maestria di Artemisia.

Tra i soci del padre Orazio c’è Agostino Tassi, che lo completa a livello di abilità: se il primo infatti spicca per ritratti e figure, il secondo lo fa per paesaggi e prospettive. Orazio vuole che il suo compagno insegni alla figlia le sue tecniche, così da renderla un’artista a tutto tondo. Artemisia ha diciotto anni quando Agostino inizia a frequentare la loro casa; lui trenta, ha un carattere violento, è separato dalla moglie e si dice abbia una storia con la cognata. Nel 1611 abusa di lei nella sua stessa casa, e persuadendola con la promessa di un matrimonio riparatore, la convince a portare avanti una relazione con lui.

Quando Artemisia capisce che non la sposerà, nonostante i consigli a sfavore, decide di denunciare l’accaduto. Il processo si trasforma però in un altro dramma: le donne che testimoniano, dalla custode alle levatrici che l’hanno visitata, lo fanno tutte contro di lei, che viene torturata affinché ritiri l’accusa. Ma la sofferenza e le maldicenze che si diffondono non la fanno cedere e lei continua dire il vero. Agostino passa pochi mesi in carcere per poi tornare alla sua vita normale, mentre lei, a diciannove anni, è emotivamente distrutta e con le torture ha rischiato di perdere le dita, e con loro la sua arte, tutto ciò che le rimane. Decide così di allontanarsi dal padre, che non ha saputo proteggerla. Artemisia però sa che non basta più il suo talento: nella vita servono tenacia, forza di volontà e capacità di reagire.

Nel 1612 si sposa per ripararsi dalle critiche e cercare stabilità sociale con Pierantonio Stiattesi, pittore anch’egli, da cui ha quattro figli. Lo segue a Firenze e arriva in una corte dove tutti conoscono la sua storia, ma in cui grazie al suo temperamento e alla sua arte riuscirà a farsi strada. Nel 1616 è la prima donna a essere ammessa all’Accademia del Disegno, dove conosce importanti personalità del mondo artistico e intellettuale, come Galileo Galilei e il nipote di Michelangelo, chiamato Buonarroti il giovane, che le commissiona un’opera che rappresenti l’Allegoria dell’Inclinazione, quel talento, quel dono per cui si è nati. In quest’opera la pittrice vede la possibilità di celebrare la sua stessa dote artistica, tanto che nei tratti del viso della donna dipinta si possono scorgere gli stessi dell’Autoritratto come martire, del 1615. In questo quadro c’è la parte più segreta di lei, spesso celata per mostrarsi inscalfibile, quella sognatrice e speranzosa, dallo sguardo dolce e perso nel vuoto, incorniciata da nuvole.

Artemisia in questi anni fiorentini dipinge il quadro più simbolico e celebre della sua vita: Giuditta che decapita Oloferne, seconda versione dello stesso soggetto raffigurato anni prima durante il periodo del processo per stupro in Giuditta con la sua ancella. Non teme l’inevitabile confronto con Caravaggio, autore nel 1602 della stessa scena narrata nel Libro di Giuditta, in cui l'eroina biblica finge di essere sedotta da Oloferne, generale nemico del suo popolo, che la conduce al suo letto, per poi decapitarlo con l’aiuto di un’ancella.

Attraverso questo quadro Artemisia esprime la sua voglia di rivalsa nei confronti dell’uomo che l’ha umiliata: sceglie infatti di rappresentare il momento in cui Giuditta decapita il generale, non quello successivo della fuga come molti prima di lei, e soprattutto dipinge la donna sicura, risoluta, decisa a compiere questo gesto di rivincita nei confronti del suo oppressore. Lo sfondo è scuro, buio, non solo perché è uno spazio notturno, ma perché richiama la dimensione inconscia di un macabro incubo. L’unico elemento di arredo è il letto, simbolo della sfera sessuale, luogo di incontro o di scontro tra uomo e donna. Dalla testa recisa di Oloferne, che ha un’espressione di dolore tale da farlo sembrare una maschera, fuoriescono zampilli di sangue che riempiono la scena di dense gocce rosse, elemento di novità assente alla tradizione. Giuditta che decapita Oloferne è stata realizzata per Cosimo II de’ Medici, ma la scena è talmente cruda e realistica che si dice fu relegata in un angolo di Palazzo Pitti, perché impressionava le dame di corte non abituate a tale violenza, conosciuta invece dalla pittrice.

Nella tormentata vita di una donna come Artemisia, non poteva mancare un amore clandestino, lontano da quel matrimonio celebrato per ragioni economiche e sociali. Grazie alla cerchia dell’Accademia nel 1617 conosce Francesco Maria Maringhi e se ne innamora, come mai aveva fatto fino a quel momento; ma ha paura di ritornare al centro di uno scandalo. Tormentata così da questo amore impossibile lascia la Toscana, torna prima a Roma, poi si sposta a Genova, a Venezia, e a Londra per ricongiungersi al padre, per poi stabilirsi a Napoli, dove trascorrerà la vecchiaia finalmente insieme a Francesco. Gli spostamenti, il lavoro frenetico e la lontananza, infatti, non sono mai riusciti a separarli.

Indomita, forte, talentuosa, Artemisia è nata per dipingere; è il suo talento, la sua “inclinazione”, e non la segue rispettando le regole, raffigurando soggetti ritenuti più idonei a una pittrice, come paesaggi, nature morte e ritratti, ma dipingendo soggetti sacri, storici, soprattutto eroine bibliche, perché attraverso di esse esprime la sua stessa forza e la drammaticità della sua vita. Artemisia ha dovuto scontrarsi con il suo tempo, contro i pregiudizi e la violenza subita solo perché era una donna, ma ciò nonostante non ha avuto paura di seguire la sua strada. Le donne che dipinge hanno sempre negli occhi qualcosa di lei, della sua storia, del suo temperamento; non hanno solo un corpo, ma anche un’anima che traspare dalla tela.

Attraverso la pittura Artemisia Gentileschi ha trovato il modo di dar voce al suo dolore, di guadagnarsi la sua rivincita senza essere annichilita da una società gretta e maschilista. La sua lezione è che anche il dolore e la vergogna possono essere sublimate in bellezza. In un mondo in cui la violenza sulle donne è un dramma ancora esistente, storie come la sua possono essere un esempio positivo per tutte le donne, affinché non perdano mai la propria voce e la forza di denunciare e di lottare attivamente contro abitudini tossiche e comportamenti profondamente umilianti, che purtroppo continuano a essere tollerati o giustificati, sviluppando il loro talento indipendentemente dalle visioni che ancora ci impongono certi stereotipi antiquati.

Articolo di Giulia Frigerio.

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