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Artemisia Gentileschi, l’eccezionale pittrice dell’età moderna che richiama Caravaggio

27 ottobre 2021

Tocchi di colore sulla tela, emozioni intense, un mescolarsi sapiente di luci e ombre: Artemisia Gentileschi domina tra XVI e XVII secolo un panorama artistico in prevalenza maschile. Sebbene oggi venga erroneamente considerata la prima pittrice della storia (quando prima di lei altre donne avevano preso in mano tavolozza e pennelli), Artemisia ha il primato di aver plasmato le proprie opere con una forza prorompente, in parte accogliendo le suggestioni del suo tempo, in parte facendole sue e innovandole.

Maestra del chiaroscuro – come Caravaggio prima di lei – quest’artista romana esplora con una maestria incredibile il filone della rappresentazione biblica, mettendo in scena eroine coraggiose con un’eccezionale cura per il dettaglio.
Proprio per questa forza rappresentativa, per la volontà di esprimersi in un contesto limitante, nonché per le tristi vicende che l’hanno vista protagonista, Artemisia Gentileschi viene oggi considerata un simbolo dell’emancipazione femminile ante litteram.
È tuttavia importante celebrarla anzitutto per la sua straordinaria ispirazione pittorica, che fa di lei una personalità fondamentale per la storia dell’arte moderna.

ùèimage image_id="17739" caption="“Autoritratto come allegoria della Pittura” (1638-1639) di Artemisia Gentileschi, conservato alla Royal Collection di palazzo Windsor."]

Il padre, primo e grande maestro

Nata nel 1593 a Roma dall’artista Orazio Gentileschi, non è difficile immaginare come Artemisia sia entrata in contatto con il fiorente panorama artistico dell’epoca.

Fu in particolare dopo la morte della madre che la giovane instaurò un rapporto molto stretto con il padre, pittore fiorentino di matrice tardo-manierista che a Roma si avvicinò sempre di più alla scuola di Caravaggio, che conobbe personalmente.

Per Artemisia, Orazio fu il primo e più importante maestro di pittura e da lui apprese tutto ciò che c’era da sapere sulla preparazione e l’uso dei colori, sulla scelta degli strumenti adeguati e, soprattutto, sullo stile caravaggesco che fu un’influenza imponente nelle successive opere della ragazza. Nello studio del padre, tra tavolozze e pennelli, l’odore dei colori e dei solventi, Artemisia visse a stretto contatto con un’arte considerata tipicamente maschile, ma che riuscì a fare propria e intrise di sensibilità personale.

Al primo periodo risale il maestoso dipinto Susanna e i vecchioni, realizzato ipoteticamente nel 1610, quando Gentileschi aveva solo 17 anni e forse con l’aiuto di Orazio. L’opera – la prima delle tre con lo stesso soggetto – raffigura un episodio dell’Antico Testamento in cui la giovane Susanna diviene esempio di onestà e purezza.

Le figure – la ragazza in basso, in atteggiamento difensivo, e i due uomini ostili accanto a lei – sono realizzate secondo un’ottima padronanza delle nozioni anatomiche, esaltate da una posa complessa. Qui Artemisia dimostra inoltre un talento nella tecnica del chiaroscuro, che avvolge i due anziani in un’aura di minaccia. L’opera dimostra una consapevolezza spaziale notevole e una grande cura per i dettagli, e sembra già essere l’inizio di un’attività artistica che si rifà non solo al realismo del Caravaggio, ma anche alla scuola bolognese di Annibale Carracci, e che predilige la raffigurazione di storie bibliche, raccontate con incredibile intensità. Queste sono esemplificate magnificamente da un gran numero di dipinti dedicati a eroine femminili.

Nel 1612, la Gentileschi iniziò a dipingere una delle sue opere più espressive ed emblematiche: Giuditta che decapita Oloferne, rappresentazione profondamente espressiva della morte di Oloferne, già scelta come soggetto da Caravaggio. L’episodio biblico sarà ricorrente nelle opere dell’artista, che riproporrà questa e altre scene con Giuditta come protagonista, in una serie di dipinti magnifici.

Alla fine del 1612, Artemisia si trasferì a Firenze e si unì in matrimonio con il pittore Pierantonio Stiattesi. Questo spostamento svincolò l’artista dall’ala protettrice del padre e dalla sua bottega e le aprì la strada a un nuovo percorso che risultò non solo soddisfacente dal punto di vista personale ma anche artisticamente riconosciuto.

Una donna in un mondo di uomini: il raggiungimento del prestigio artistico

A Firenze, città profondamente intrisa di cultura e mecenatismo, Artemisia Gentileschi entrò in contatto con degli ambienti artistici più adatti alla sua sensibilità e alla sua voglia di emergere. Qui intrattenne rapporti con grandi artisti e personalità influenti e fu accolta nel 1616 nell’Accademia delle Arti del Disegno, prima donna a poter accedere all’istituzione tanto prestigiosa e aperta solo ad artisti uomini.

Sebbene il marito non si mostrò favorevole al suo ingresso in Accademia, Artemisia lottò con tutte le proprie forze per far parte di quel circolo esclusivo. In quegli anni, il suo talento iniziò a essere avvalorato e apprezzato dalle più importanti famiglie nobiliari fiorentine, Medici compresi, che le commissionarono delle opere.

A Firenze colse anche l’occasione per instaurare un rapporto di stima reciproca con Galileo Galilei e con Michelangelo Buonarrotipronipote dell’omonimo artista. Questi la ingaggiò per la realizzazione di una tela in onore del talento artistico del bisnonno, che Artemisia celebrò attraverso l’Allegoria dell’Inclinazione. 

Al periodo fiorentino, ricco di stimoli e commissioni, risalgono alcuni autoritratti e diversi dipinti di matrice biblica, come La Conversione della Maddalena e altri episodi che ritraggono Giuditta. Nella Conversione si può osservare una Maddalena vestita con eleganti abiti di seta gialla, che mostrano il talento dell’artista nel rappresentare il panneggio. Il rifiuto della Maddalena alla vanità è simboleggiato dalla mano che allontana sulla destra uno specchio nascosto nell’ombra, mentre l’altra è posata sul petto, in atteggiamento penitente. Emblematica è la costruzione della scena, che mette in risalto la figura facendola emergere dal buio della stanza, secondo lo stile del Caravaggio.

L’allontanamento dal marito non fu altro che un’ulteriore spinta all’indipendenza di Artemisia, che si spostò da una città all’altra. Per poco tempo si stabilì a Genova, dove ebbe modo di avvicinarsi ai pittori Rubens e Van Dyck, e tornò in seguito a Roma nel 1621, per poi soggiornare a Venezia tra il 1627 e il 1630.

Passando da una commissione all’altra, da un progetto grandioso al successivo, Artemisia Gentileschi raggiunse per un breve periodo il padre in Inghilterra (1638), dove era impiegato presso la corte di Carlo I. Qui dipinse il suo famoso Autoritratto come allegoria della Pittura, che segue in parte gli stilemi classici e in parte li innova con dettagli originali. Nel dipinto l’artista regge un pennello e una tavolozza – simboli del suo amore per l’arte – e porta al collo il medaglione a forma di maschera tipico dell’iconografia della Pittura. Si rappresenta di fianco, tesa verso una tela che non è inclusa nella scena e con dettagli fisici che ricorrono anche in altri dipinti.

Dopo l’esperienza inglese, la vita di Artemisia si concluse a Napoli, città che le permise di continuare a lavorare come pittrice su commissione e di accogliere nuove suggestioni e soggetti.

La personalità artistica di Artemisia

La vicinanza dello stile di Artemisia a quello del padre ha dato vita nel tempo a una serie di ambiguità e di errori di attribuzione. Nonostante queste difficoltà, Artemisia ha sviluppato nei suoi anni di maggiore produzione artistica uno stile personale che la contraddistingue, tra cui spiccano le rappresentazioni dall’intensa carica emotiva e la predominanza di eroine bibliche tra i suoi soggetti.

Aderendo allo stile reso grande da Caravaggio, Artemisia dona alle proprie opere un taglio estremamente drammatico e dettagliato, dove i soggetti – messi in scena con una cura impressionante – emergono dallo sfondo grazie a un gioco magistrale di chiaroscuri. Luci e ombre danzano sulle tele, dove la pittrice crea scene in cui il conflitto sembra essere il principale protagonista, in un concentrato di passione e carica patetica innegabile.

Le pennellate di Artemisia sono audaci, mai insicure, tanto negli episodi biblici quanto nella serie di autoritratti che l’artista ci ha lasciato. Il suo stile è meno composto di quello del padre – dal quale impara molto senza però rinunciare alla propria sensibilità.

Nel corso della sua vita, Artemisia Gentileschi visse sulla propria pelle le difficoltà di essere donna in un mondo che favoriva gli uomini, ma dimostrò il proprio talento e un’incredibile audacia pittorica – ufficialmente riconosciuti purtroppo solo nel XX secolo – attraverso opere immortali, conservate nei più importanti musei del mondo. Oggi esempio di coraggio e indipendenza, Artemisia è soprattutto un’artista straordinaria, depositaria della lezione del Caravaggio e maestra assoluta del chiaroscuro.

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