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Georgia O’Keefe, Agnes Martin e gli altri artisti contemporanei per cui il deserto americano è stato un’ispirazione

14 settembre 2021

I primi aggettivi che vengono in mente pensando a un deserto sono: arido, solitario, vuoto. E se servisse la sensibilità di un grande autore o di una grande autrice per trasformare il deserto in un simbolo di pienezza e di gioia?

Quattro tra i più grandi artisti del novecento,  Georgia O’Keeffe, Agnes Martin, Walter De Maria e Andrea Zittel, hanno scelto in momenti diversi della loro vita di immergersi nei territori sconfinati dei deserti americani, consegnandoci delle splendide pitture astratte ispirate all’arido New Mexico, un’installazione creata per scatenare tempeste di lampi e il progetto di una comunità autosufficiente in pieno deserto californiano.

Il deserto protagonista indiscusso per Georgia O’Keeffe

Il deserto è stato fonte d’ispirazione per una delle più celebri esponenti dell’arte contemporanea, Georgia O’Keeffe, la prima pittrice donna a guadagnarsi un posto d’onore nella scena di New York negli anni ‘20 del Novecento. Celebre per i suoi dipinti che avevano come protagonisti soprattutto fiori e foglie, nel 1916 viene colpita dai paesaggi del deserto del New Mexico, dove in seguito si trasferirà definitivamente.

“C’è qualcosa nell’aria, nel cielo, nelle stelle e nel vento che è totalmente diverso ma che si adatta completamente a me” ha dichiarato la stessa artista, provando a raccontare a parole le emozioni che ha provato posando lo sguardo sulle dune sabbiose.

Con il suo modo unico e innovativo di dipingere la natura attraverso la semplificazione delle forme, ha trasformato i paesaggi aspri del deserto in simboli pieni di vita grazie all’utilizzo di colori vivaci e caldi, come nel celebre Cow’s Skull: Red, White, and Blue.

Randall Griffin, professore di storia dell’arte, in un saggio a lei dedicato, ha scritto: “Georgia O’Keeffe ha trasmutato le ossa in portali luminosi che collegano la terra e il cielo”.

La O’Keeffe è stata anche la prima donna per cui è stata organizzata una retrospettiva nel 1946 al Museum of Modern Art di New York, un riconoscimento che le ha permesso di entrare nel novero degli artisti più importanti del secolo scorso.

La rappresentazione attraverso le griglie di Agnes Martin

Ma il deserto del New Mexico ha segnato in maniera decisiva anche il percorso artistico di un’altra grande pittrice americana, successiva a Georgia O’Keeffe.  Agnes Martin, canadese di nascita, ma trasferitasi negli Stati Uniti a 20 anni, nel 1932. Inizialmente il suo obiettivo è quello di insegnare arte nelle università, ma poi decide di dedicarsi completamente alla pittura. Nel 1957 si trasferisce a New York dove comincia a ottenere alcuni iniziali successi, tenendo la prima mostra personale nel 1958 alla Betty Parsons Gallery.

Si specializza nella pittura di griglie formate da linee orizzontali e verticali con l’obiettivo di catturare sentimenti umani inafferrabili come la gioia, la bellezza, l’innocenza e la felicità. Negli anni ‘60 è un’artista conosciuta e apprezzata dalla comunità newyorkese.

Nel 1967, a 55 anni, Agnes Martin decide di lasciare il suo studio nella Grande Mela per attraversare gli States e il Canada a bordo di un furgoncino in un viaggio on the road dalla durata di 18 mesi. Successivamente si trasferisce definitivamente nel deserto del New Mexico dove, dopo 7 anni di inattività, ha luogo la sua seconda vita artistica.

Il tema del deserto è presente in entrambi i periodi artistici della Martin con due opere omonime, entrambe chiamate Desert, rispettivamente del 1965 e del 1985. Ma è soprattutto l’emozione che nasce dall’abitare in quel luogo che le permette di mettere su tela la sua personale ricerca della felicità attraverso il processo artistico.

L’installazione di Walter Di Maria nel deserto del New Mexico

Ancora più diretto è il rapporto tra l’opera d’arte di Walter Di Maria e il deserto del New Mexico. Si tratta di The Lightning Field, installazione realizzata nel 1977  dallo scultore americano, uno dei massimi rappresentanti della Land Art.

Composta da 400 pali in acciaio inossidabile l’opera è presente ancora oggi e copre un’area di circa 3 chilometri quadrati. La genialità dietro a questo lavoro è legata all’effetto dato dall’interazione con la natura circostante. Durante i temporali, i pali appuntiti funzionano da parafulmini, creando un vero e proprio show di luci e rumori naturali, una tempesta di lampi spettacolare. L’installazione è stata commissionata ed è tuttora mantenuta dalla Dia Art Foundation. La fondazione stessa gestisce i flussi dei visitatori da maggio a ottobre con visite serali, imponendo regole severissime come il divieto di fotografare o di riprendere il percorso. L’effetto è comunque sorprendente anche senza la presenza dei temporali, permettendo ai viaggiatori di camminare nell’istallazione e osservando i mutamenti dei colori del deserto.

Con la sua capacità di abbattere le barriere dei musei e fondersi con la natura che la circonda, The Lightning Field è considerata a livello globale una delle opere d’arte più significative del novecento.

Una vita comunitaria nel deserto nel progetto di Andrea Zittel

Spostandosi in California, più precisamente ai margini dello Joshua Tree National Park, è possibile non solo ammirare ma anche prendere parte a un altro progetto di arte sperimentale: l’A-Z West, un progetto di vita comunitaria  alternativo iniziato nel 2000 da Andrea Zittel.

Un’opera che vuole esplorare il significato della vita e dell’esistenza, mettendola in discussione, cambiando, mutando, ricominciando. Un luogo in cui azioni, spazi e oggetti si incastrano con le domande al centro del lavoro dell’artista. “Come vivere?“, “Cosa dà significato alla vita?“.

Nello spazio a disposizione, sono presenti sculture, aree di lavoro comuni per la tessitura e la lavorazione di ciotole di argilla (oggetti venduti per finanziare il progetto), oltre ad alloggi che ospitano i visitatori pronti a rinunciare, almeno per qualche giorno, all’elettricità o all’acqua corrente.

È senza dubbio affascinante guardare il deserto, con gli occhi di chi è riuscito a declinare tale luogo in maniera differente, in quest’ultimo caso trasformandolo da elemento arido e inospitale a simbolo di accoglienza e meraviglia.

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