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Perché così tanti Vermeer sono a New York?

28 gennaio 2022

In tante occasioni il mestiere delle storico dell’arte si fonde con quello dell’investigatore, dove l’imputato non è altro che l’artista, l’arma del delitto è lo strumento prediletto dallo stesso e il movente è l’ispirazione che lo ha spinto a fare arte.

Il lavoro del detective è particolarmente complesso con Jan Vermeer, artista olandese del XVII secolo oggi considerato un pilastro della pittura fiamminga, ma inizialmente poco riconosciuto.

Sarà forse per via della scarsa considerazione del suo filone artistico – l’arte fiamminga – tra il XVIII e il XIX secolo, o perché tra le consuetudini del pittore non c’era quella di firmare ogni sua creazione. Sta di fatto che il corpus di opere appartenenti a Vermeer è stato ricreato a fatica dagli storici dell’arte, che tuttavia riconoscono un fenomeno interessante: è la città di New York a conservare il numero maggiore di opere dell’artista.

Il motivo di tutto questo? Probabilmente va individuato nell’origine stessa della città.

Un artista tra le braccia dell’oblio

L’indagine alla scoperta di Vermeer ci porta in primo luogo a Delft, città che ne vide i natali nel 1632. Qui Vermeer iniziò una carriera artistica che lo rese noto soprattutto ai concittadini.

Della personalità del pittore non ci restano molte testimonianze, ma sono le sue opere a parlare per lui, raccolte in un corpus di circa 34 dipinti conservati tra l’Olanda e l’America. Vermeer – noto per l’iconica Ragazza con l’orecchino di perla – viene oggi considerato un talentuoso compositore degli spazi, riempiti con scene di vita quotidiana semplici e intense al tempo stesso.
Il realismo dei dipinti è dovuto probabilmente all’utilizzo della camera oscura, strumento ottico diffuso presso i pittori olandesi contemporanei a Vermeer. Osservando l’immagine che la camera oscura proiettava su uno schermo, l’artista poteva così essere agevolato nello studio e nella riproduzione della prospettiva e della profondità.

A fare da contrappunto ai gesti delicati delle sue protagoniste è inoltre l’utilizzo della luce, ricreata sulla tela tramite la tecnica del pointillé, ossia delle leggere pennellate ravvicinate che esaltano gli accostamenti cromatici.

La già citata abitudine dell’autore di non firmare le proprie opere causò negli anni numerosi problemi di attribuzione, ma una volta individuati i dipinti da lui realizzati, stupisce notare quanti di questi siano attualmente conservati presso i principali musei di New York.

Un fiammingo alla conquista di New York 

Il continente americano nasce da una serie di tradizioni e culture che si sono stratificate nel tempo e che talvolta vengono celebrate durante eventi specifici. Uno di questi è la Hudson Fulton Celebration, che ricordava il passato fiammingo di New York, fondata all’inizio del 1600 da coloni olandesi e ribattezzata in seguito New Amsterdam.

È in questo contesto che va collocata l’ascesa di Vermeer, ancora sottovalutato nel XVIII e XIX secolo sia dal punto di vista artistico che economico. Diversi magnati, filantropi ed esperti d’arte acquistarono le sue opere a un prezzo stracciato e molte di queste furono esposte durante l’edizione 1909 del festival. La prima opera a mettere piede in città fu la Donna con brocca d’acqua (1664-1665), oggi conservata al Museum of Modern Art. La padronanza del colore e della luce qui è evidente, così come la capacità di rappresentare realisticamente gli oggetti e la domestica, colta nell’atto semplice e quotidiano di reggere una semplice brocca.

La soluzione dell’enigma di Vermeer a New York potrebbe così essere facilmente spiegata: in una città che desiderava celebrare il proprio retaggio fiammingo, il pittore olandese ricevette nuova visibilità e divenne parte del patrimonio artistico locale.

Tutte le opere di Vermeer che si trovano a New York sono conservate presso due musei  – il Museum of Modern Art e la Frick Collection – (a eccezione di una tela, che fa parte di una collezione privata), e sono la testimonianza del talento compositivo dell’artista e dell’evoluzione della sua arte. Il più antico, Giovane donna assopita (1656-57), è lo scorcio di un interno borghese – il primo dei tanti realizzati dall’artista – nel quale una ragazza si assopisce a un tavolo, forse dopo aver bevuto del vino.

La datazione antica dell’opera è tradita da un certo impaccio nella composizione dello spazio, che mostra dissonanze tra la protagonista della scena e gli oggetti accanto a lei. Nonostante questo si può notare già una certa maestria nella gestione della luce, che bagna con delicatezza la figura della donna.

Nella Fantesca che porge una lettera alla signora (1667) la maturità artistica di Vermeer è ormai all’apice, sebbene il dipinto – forse incompleto – non sia tra i più tardi. Come consuetudine, viene fissato sulla tela un momento di vita quotidiana che però crea un legame tra la domestica e la sua signora. Il gioco di luci è evidente e rende la scena ancora più viva nei punti in cui questa fa luccicare i gioielli in scena.

Uscito con forza dall’oblio, Vermeer ha raggiunto New York grazie ai facoltosi appassionati d’arte, per poi conquistare pubblico e critica in un ambiente dalla forte eredità olandese.

Nei più importanti musei newyorkesi l’artista si riprende con determinazione i propri spazi, in virtù di una capacità incredibile di utilizzare la luce e di rappresentare attimi di vita dall’intensa carica intimista.

Cover via Wikimedia, distributed under a CC-BY 2.0 license.

Prima immagine interna, vista delle case a Delft, opera conosciuta come ‘The Little Street’ di Johannes Vermeer. Via Wikimedia, distributed under a CC-BY 2.0 license.

Seconda immagine interna, Donna con brocca d’acqua. Via Wikimedia, distributed under a CC-BY 2.0 license.

Terza immagine interna, Giovane donna assopita. Via Wikimedia, distributed under a CC-BY 2.0 license.

Quarta immagine interna, Donna che scrive una lettera, 1666-1667. Via Wikimedia, distributed under a CC-BY 2.0 license.

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