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Le donne espressioniste esistevano, ma si nascondevano dietro pseudonimi: ora, anche le loro opere iniziano a essere vendute

28 gennaio 2021
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Espressioniste astratte statunitensi come Grace “George” Hartigan o Lenore “Lee” Krasner sono ricordate per la loro scelta di esordire sotto pseudonimi maschili per ottenere il riconoscimento che meritavano da parte di curatori, storici e critici d’arte in gran parte uomini. Oggi questo inizia a cambiare, e le opere di Hartigan e Krasner, insieme a quelle di altre colleghe espressioniste, iniziano a essere riconosciute e vendute all’asta senza discriminazioni di genere.

Grace Hartigan è nata a Newark, nel New Jersey, nel 1922. La sua arte è stata più volte fraintesa, ma nonostante tutto, o forse proprio per questo motivo, è sempre rimasta fedele alla propria visione del mondo, scegliendo di non uniformarsi alle tendenze e al sentire comune dell’epoca. All’inizio della sua carriera negli anni Cinquanta i suoi dipinti astratti furono riconosciuti come straordinari da curatori di musei come Alfred Barr e Dorothy Miller del MoMa di New York, che li ospitavano in mostre di grande rilievo.

Già nel dipinto del 1950 Months and Moons, in tipico stile espressionista astratto, sono evidenti le sue pennellate rapide e vibranti e l’assoluto disinteresse per i disegni preliminari e la volontà di lasciare tutto al caso, comprese le gocce di vernice sparse sulla tela. La presenza di forme curve e biomorfe, ovvero quelle forme che nella loro astrazione fanno comunque riferimento a forme viventi come le piante o il corpo umano, sono un vero e proprio presagio del suo successivo interesse per la figurazione. Interesse che scaturisce dall’insoddisfazione crescente che Hartigan cominciò a provare nei confronti del proprio lavoro nel periodo in cui la sua carriera stava decollando. Già nel 1952 nelle sue tele iniziano ad apparire alcuni elementi della vita quotidiana, una fusione di narrazione e astrazione che per Hartigan rappresentano la sintesi tra contenuto ed emozione. Questa riflessione è evidente in The Oranges, No. 1 (Black Crows) del 1952, il primo di una serie di dipinti basati sul libro di poesie di Frank O’Hara intitolato Oranges: 12 Pastorals: 12 brani in prosa che ispirano le opere di Hartigan in cui immagini e testo si combinano creando quasi un graffito.

Quello che la pittrice considerava come il soggetto imprescindibile della propria arte venne però snobbato dalla critica e i suoi vecchi sostenitori la abbandonarono. Tale incomprensione la ferì, ma le diede anche la spinta per proseguire nella sua ricerca artistica, rendendo il suo lavoro più maturo come un “dolore ricordato con serenità”, come disse in seguito. Osservando le sue tele, oggi sembra assurdo pensare che l’aggiunta di riferimenti figurativi nel suo lavoro abbia portato i critici ad escluderla dall’eredità dell’Espressionismo astratto dato che l’energia, l’intuizione e la concretezza viscerale così essenziali in quel movimento non cessarono mai di essere evidenti nel suo lavoro. La sua arte si è mantenuta fino alla fine diretta e quasi brutale nel comunicare la verità e l’emozione che si celano nelle pieghe della vita. Un tratto che ha permesso ai suoi lavori di raggiungere ottime cifre all’asta, come nel caso di Months and Moons, venduto nel 2018 da Sotheby’s New York per 435mila dollari.

L’unicità di Hartigan è avvalorata anche dalla sua convinzione che nell’arte, per promuovere l’inclusività e la creatività, non bisogna rinchiudersi nel recinto di un movimento artistico, ma abbracciare la sperimentazione e accogliere i frutti di questa ricerca. Un’idea dimostrata anche da un’altra grande artista statunitense, Lenore “Lee” Krasner, nota anche per essere stata la moglie di Jackson Pollock. Nata nel 1908 in una famiglia di immigrati ebrei russi, mostrò sin da adolescente un’inclinazione per l’arte. Musa e compagna di Pollock, fu costretta a cambiare il nome di battesimo in “Lee” per evitare discriminazioni di genere. Rifiutò però di adottare uno stile riconoscibile e preferì variare di frequente materiali e tecniche di composizione del suo lavoro. La sua specialità erano infatti i collage, spesso ricavati tagliando i propri dipinti o addirittura le tele incompiute del marito.

In una delle sue opere più note, la serie Earth Green, ha concretizzato i suoi sentimenti di rabbia nei confronti del coniuge per i suoi problemi di alcolismo e di infedeltà, e poi il dolore per la sua scomparsa nel 1956. In scene affollate, dove affiorano parti anatomiche, spesso colorate di rosso a suggerire il sangue, le forme esplodono e sembrano incontrollabili. Il dipinto omonimo di questa serie, realizzato nel 1957, contiene in sé emozione ed energia che si declinano nei colori della vegetazione, della terra e della carne, disposti con pennellate ritmiche e schizofreniche: quasi un omaggio all’action painting del defunto marito, ma personalizzato con una esplosione che la distingue dal lavoro di Pollock soprattutto per l’evidente femminilità che lo caratterizza. Tra le sue opere, la più famosa è però The Eye is the First Circle del 1960, una tela lunga quasi cinque metri per due, venduta all’asta nel 2019 per 11,6 milioni di dollari.

Tra le astrattiste del Ventesimo secolo non si può tralasciare Hilma Af Klint, svedese vissuta tra Ottocento e Novecento e rimasta sconosciuta fino alla fine del secolo scorso. Quando si parla di astrattismo si pensa subito a Kandinsky, considerato comunemente il primo a realizzare un acquerello astratto nel 1910. In realtà già a partire dal 1906 fu proprio Hilma Af Klint a gettare le basi di questa corrente in cui il colore e le forme diventano gli strumenti di una ricerca interiore. Dopo aver frequentato l’Accademia d’arte di Stoccolma – una delle prime donne della sua generazione a essere ammessa – Hilma cominciò a dipingere ritratti e paesaggi in stile naturalistico. Influenzata successivamente da dottrine esoteriche e teosofiche, volle andare al di là del visibile per rappresentare l’invisibile, di cui l’artista secondo lei era un tramite, una sorta di veggente capace di guardare a un mondo sconosciuto, esplorabile solo con il pensiero. Con le sue opere cariche di simbologia Af Klint ha tentato di mostrare questo mondo nelle sue opere. Dopo dieci anni di studi spiritici, l’artista si dedicò a uno dei suoi lavori maggiori, la serie Dipinti per il tempio che la impegnò dal 1906 al 1915 per un totale di 193 lavori, suddivisi in serie o sottogruppi forse concepiti per decorare altari o altri luoghi sacri. Nonostante il suo apporto pionieristico per l’astrattismo, nel suo testamento infatti Af Klint espresse la sua volontà di non esporre i suoi dipinti astratti prima di venti anni dalla sua morte (avvenuta nel 1944) perché era convinta che il pubblico avesse bisogno di più tempo per capirli. Le sue volontà non solo vennero esaudite, ma i suoi dipinti rimasero nei magazzini del Moderna Museet di Stoccolma fino alla fine degli anni Ottanta del Ventesimo secolo.

Un’altra espressionista astratta più nota, perché moglie di un grande artista, fu Elaine Fried. Nata a Brooklyn nel 1918, è più conosciuta come Elaine de Kooning, dal cognome del marito Willem de Kooning sposato nel 1943. Il loro fu un matrimonio burrascoso, rovinato dall’alcool di cui entrambi erano dipendenti e che li portò alla separazione nel 1957, salvo poi ricongiungersi venti anni dopo. Lo stile di Elaine oscillava tra astratto e figurativo, comprendendo nature morte, paesaggi urbani, ritratti. Molti furono anche i suoi autoritratti, oltre a quelli di colleghi artisti, poeti, critici e commercianti d’arte, musicisti, stelle del calcio. Nel 1962 le venne commissionato dalla Casa Bianca il ritratto del presidente John F. Kennedy, che divenne una delle sue opere più note. Nel dipinto la figura snella e affusolata del giovane presidente è realizzata con pennellate veloci che evocano l’irrequietezza del personaggio. I gialli e gli ori, così come i verdi vividi e i blu acquosi, ricordano l’impressione che la de Kooning ebbe durante il primo incontro con il primo incontro con il suo modello: “Era ardente, dorato”, ammise.

Sempre statunitense, ma di Chicago era Elizabeth Murray, pittrice astratta conosciuta per le sue opere su tela su larga scala e lo stile di disegno da cartone animato. Molti dei suoi lavori si collocano al confine con la scultura, come per esempio Bop (2002-2003), un enorme dipinto tridimensionale in cui forme astratte e apparentemente confuse si uniscono creando qualcosa di misterioso e affascinante. Un’opera che sembra sporgere dal muro, invadendo lo spazio con tonalità audaci e quasi sbeffeggianti verso la pittura tradizionale. Oggi le opere di Murray sono conservate, tra gli altri, nelle collezioni del Solomon R. Guggenheim Museum di New York, dell’Art Institute of Chicago, della National Gallery of Art di Washington D.C. e del Los Angeles County Museum of Art. Nel 2016 è uscito anche un film sulla sua vita e sul suo lavoro intitolato Everybody Knows... Elizabeth Murray di Kristi Zea. A oggi alcune delle sue tele possono raggiungere il valore di quasi 450mila dollari.

La storia di queste artiste ci aiuta a riflettere sulla condizione di pregiudizio e difficoltà con cui le donne hanno dovuto convivere per secoli, anche se questo non ha impedito loro di continuare a sperimentare seguendo quella che non era solo la loro passione, ma la loro vita e il loro lavoro. Un lascito che finalmente oggi anche il mercato dell’arte e la critica hanno imparato a riconoscere e valorizzare.

Articolo di Patrizia Vitrugno

In copertina Grace Hartigan, Untitled, New York, New York, 1957. © The Gordon Parks Foundation. Courtesy of The Gordon Parks Foundation.

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