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Le muse della Factory di Andy Warhol: Edie Sedgwick e Nico

27 novembre 2019
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La prima sede della “Factory” di Andy Warhol si trovava al quinto piano di un edificio che oggi non esiste più. Situata al 231 East 47th Street a Midtown Manhattan la casa-studio dell’esponente di spicco della Pop Art fu il centro della vita artistica e culturale newyorkese degli anni Sessanta. In questo luogo dalle molteplici identità Warhol produsse le sue serigrafie di figure iconiche, girò i suoi primi film e organizzò feste mondane caratterizzate da grandi eccessi. The Factory fu un punto di ritrovo per artisti, attori, modelli, cantanti e personaggi dal carattere eccentrico o ribelle, che qui si sentirono accolti e liberi di esprimersi. Per loro che spesso si erano sentiti incompresi dalla società, Warhol rappresentò un importante punto di riferimento.

A frequentare lo studio non c’erano soltanto dive dello star system, ma anche ragazze alle prime armi che raggiunsero il successo proprio grazie all’incontro con il poliedrico artista. Le figure femminili ebbero un ruolo rilevante per lo sviluppo artistico di Andy Warhol che, nel corso della sua lunga carriera ebbe diverse muse, tra le quali spiccano Edie Sedgwick, modella e attrice tormentata che a soli 21 anni divenne la regina indiscussa della Factory, e Nico che nei primi anni della sua carriera ebbe un grande successo come modella e recitò in film importanti (stregò Federico Fellini che le affidò un ruolo ne La dolce vita) ma che solo grazie a Warhol riuscì a realizzare il suo sogno di diventare una cantante.

Ricordata per la sua bellezza androgina e per il suo carattere vivace, Edie, nata nel 1943 a Santa Barbara e cresciuta in una famiglia numerosa, si traferì giovanissima a New York con l’intento di iniziare una nuova vita. Nonostante l’estrema ricchezza e il prestigio della sua famiglia (uno dei suoi bisnonni era William Ellery, tra i firmatari della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti) l’infanzia e l’adolescenza di Sedgwick furono tutt’altro che felici. La presenza di un padre violento, sadico e manipolatore, così come la rigida e repressiva educazione ricevuta, la portarono appena tredicenne a soffrire di disturbi alimentari, un problema che la perseguiterà per tutto il corso della sua breve esistenza. Quando arrivò a New York, era già stata ricoverata in un ospedale psichiatrico, aveva avuto un aborto e  perso i due fratelli maggiori, Francis Jr., affetto da problemi psichici e morto suicida e Robert, che si schiantò con la moto contro un autobus.

Nella Grande Mela, Edie, poco più che ventenne, cominciò a frequentare la vita mondana riuscendo a farsi notare, ammaliando tutti con il suo mix di fascino e carisma. Proprio durante una festa conoscerà il suo mentore e il suo principale sostenitore. Fin dal loro primo incontro, avvenuto nel 1965, tra Sedgwick e Warhol s’instaurò un rapporto di forte complicità, tanto che i due divennero inseparabili nella vita e sul set. Edie in quello stesso anno comparve in circa una decina di film dell’artista, tra cui Kitchen e Poor Little Rich Girl. Opposti per estrazione sociale, ad accomunarli era l’ossessione per il successo. Per circa due anni Edie fu la ragazza più popolare della Factory e divenne un’icona di stile posando per riviste come Life e Vogue.

La fama raggiunta non riuscì a salvarla dai suoi turbamenti interiori. Il fatto poi che Edie, negli anni newyorkesi, facesse un largo uso di alcool e sostanze stupefacenti, non contribuì di certo al mantenimento del suo fragile equilibrio. Le sue visite nello studio di Warhol divennero progressivamente più rare e il rapporto con il suo mentore s’interruppe bruscamente. Nel 1968 lasciò New York per far ritorno in California, dove fu ricoverata in diversi ospedali psichiatrici e in cui, qualche anno dopo, appena 28enne, morì per un’overdose di barbiturici.

La parabola discendente della regina della Factory iniziò con l’acuirsi dei suoi disturbi alimentari e l’arrivo di un’altra donna che gradualmente ne prese il posto: Nico. Se Edie riuscì a conquistare Warhol con il suo carattere estroverso, Nico lo affascinava perché silenziosa ed enigmatica. Quando arrivò a New York era una modella affermata ma stanca di posare. Nata nel 1943 a Colonia, Christa Päffgen, intraprese la carriera di mannequin da adolescente. Questo lavoro la portò a trasferirsi a Parigi e poi a Londra, dove conobbe Bob Dylan, grazie al quale entrò in contatto con l’artista.

Warhol inizialmente la fece recitare in alcuni suoi film, ma poi si interessò maggiormente alla sua voce. Nel 1966 sentì per la prima volta un gruppo rock allora sconosciuto e ebbe un’intuizione che si rivelò vincente: propose alla band di collaborare con Nico. Dopo i primi concerti live nel marzo del 1967 vedrà la luce il primo album del gruppo: The Velvet Underground & Nico. Nel disco, che divenne noto anche per copertina con la banana disegnata da Warhol, Nico cantò tre pezzi scritti da Lou Reed: “Femme Fatale” (ispirato alla figura di Edie Sedgwick), “All Tomorrow’s Parties” e “I’ll be Your Mirror”. Il creatore della Factory era convinto che la band avesse un grande potenziale e che la presenza modella tedesca gli avrebbe consentito di catturare maggiormente l’attenzione della stampa. Se all’epoca della sua uscita i fatti non gli diedero ragione – l’album non ottenne subito un gran successo – dalla fine degli anni Settanta in poi, il disco fu rivalutato e guadagnò numerosi riconoscimenti, tra cui quello di essere uno dei migliori dischi d’esordio della storia del rock.

La collaborazione tra l’artista tedesca e il gruppo newyorkese non durò però a lungo. Già dal secondo disco, soprattutto per volere di Lou Reed, la band decise di continuare il proprio percorso musicale senza Nico. Convinta che il suo allontanamento fosse dovuta alla gelosia del frontman dei Velvet Underground, esordì come solista con l’album Chelsea Girl (1967) grazie al supporto e al contributo di un altro membro della band, John Cale, che divenne il suo produttore discografico. Questo nuovo inizio nella carriera di Nico segnò la sua rottura con il passato. Emerse sempre più il bisogno di mostrare le sue capacità artistiche al di là della sua bellezza. Di fatto anche Warhol l’aveva invitata nella sua Factory soprattutto perché rapito dalla sua immagine magnetica. Nico cominciò a detestare sempre più l’idea di essere guardata e ammirata solo per la sua estetica e la sua produzione musicale rispecchiava la necessità di togliersi questa etichetta, con temi e atmosfere tetri e oscuri.

La storia post-Factory di Nico iniziò con gli album The Marbre Index (1969) e Desertshore (1970), entrambi scritti interamente da lei. Tanto negli anni newyorkesi che nei successivi a segnare vita di Christa Päffgen fu la dipendenza dalle droghe che incise sul suo modo di essere. Dalla fine degli anni Settanta in poi iniziò a fare ingente uso di eroina e si rese protagonista di comportamenti fuori controllo. La sua vita terminò nell’estate del 1988 dopo un incidente in bicicletta.

Edie e Nico, le due più importanti muse warholiane, seppure diversissime tra loro, erano accomunate dal desiderio di mostrare al mondo il loro talento. Warhol, grazie al suo estro creativo e al suo intuito e alla sua capacità di circondarsi di talenti e di concedere loro grande libertà espressiva, riuscì a portarle al successo, ma non a salvarle dalla loro tendenza autodistruttiva.

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