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L’illusione ottica nell’arte, da Versailles a Mantova: come le immagini muovevano gli spettatori

21 settembre 2021

Per anamorfosi si intende la distorsione di una figura proiettata. In parole più semplici, si tratta dell’effetto di un’illusione ottica che rende l’immagine riconoscibile e apprezzabile solo se osservata in determinate condizioni. Un fenomeno affascinante che si riscontra nelle opere dei pittori manieristi del XVI secolo e in quelli dell’età barocca.

In particolare questi ultimi si focalizzarono sull’anamorfosi diottrica, un tipo di rappresentazione pittorica realizzata secondo una deformazione prospettica che ne consente la giusta visione da un unico punto di vista, risultando invece deformata e incomprensibile se osservata da altre posizioni.

Anamorfosi a Versailles

Celebre esempio di anamorfosi diottrica a Versailles è il ritratto nascosto di Luigi XV, Portrait allégorique de Louis XV, realizzato nel 1762 dell’artista Charles-Amédée Van Loo. L’opera rappresenta al centro, appoggiata con una mano su uno scudo bianco fiordalisato, l’allegoria della Magnanimità, circondata dalle allegorie della Giustizia, del Valore militare, dell’Audacia, della Virtù invincibile e dalla Generosità. Non v’è traccia del ritratto del sovrano.

L’anamorfosi diottrica prevede la combinazione delle regole della prospettiva e lo sfruttamento di specchi, prismi e lenti. Purtroppo la lente complessa che consentiva di vedere il ritratto di re Luigi XV è andata dispersa, per cui possiamo ricostruire il ritratto del sovrano solo attraverso le descrizioni del pittore e l’utilizzo di strumenti elettronici. Scrive Van Loo: “Queste Virtù concorrono a formare la testa del Re“. In effetti, grazie alle leggi di rifrazione della luce, se l’osservatore guarda il quadro attraverso un oculare a lenti poliedriche, le facce della lente rifrangono delle porzioni specifiche e calcolate delle Virtù rappresentate in modo da far apparire sullo scudo centrale il ritratto di Luigi XV. È possibile osservare una sorprendente ricostruzione del ritratto nei video presenti su YouTube.

Il palazzo ducale di Mantova

Il Palazzo Ducale di Mantova sembra nato per stupire il visitatore. Si comincia con la famosissima Camera degli sposi dipinta da Mantegna. Realizzata tra il 1465 e il 1474 per Ludovico Gonzaga e la moglie Barbara di Brandeburgo. Si trova in uno dei torrioni del Castello di San Giorgio, ed è una celebrazione della famiglia Gonzaga che aveva come scopo quello di stupire e forse anche intimorire chiunque fosse entrato in questa stanza.

Il primo effetto che colpisce è il soffitto, che sembra aperto e che dà la sensazione al visitatore di  osservare il cielo; naturalmente il cielo è semplicemente dipinto dal geniale artista. Vengono poi rappresentati fedelmente i membri della famiglia Gonzaga e una serie di putti affacciati dalla cupola.

Da segnalare anche l’affresco del Concilio degli Dei presente nella Sala degli specchi. L’anonimo che lo dipinse realizzò l’auriga che guida il carro del giorno in modo da far sembrare che stia cambiando direzione a mano a mano che ci si sposta lungo il salone tenendo lo sguardo fisso sul carro. Tra le lunette che decorano le pareti della Galleria, quella detta dell’Immortalità rappresenta una donna con un braccio teso e in mano un anello d’oro: fissando il braccio mentre si percorre il salone si noterà che il braccio sembra sempre seguire il pubblico.

Ambasciatori di Holbein il Giovane

L’anamorfosi utilizzata per veicolare contenuti trova uno dei suoi vertici nel quadro de Gli Ambasciatori (1533) di Holbein il Giovane, esposto alla National Gallery di Londra. L’artista ci spinge ad abbandonare la posizione frontale del quadro per ammirarne la superficie di lato, attraverso un piccolo buco sulla cornice. Da questa posizione è possibile vedere un teschio apparire chiaramente di fronte ai due ambasciatori ritratti.

Jean-François Niceron

Altre opere fondamentali sul tema sono quelle del Padre minimo Jean François Niceron (1613-1646). La sua vita si espresse in un arco temporale assai breve – solo 33 anni –, ma denso di eventi politici e culturali, che gli permise di elaborare i suoi studi, muovendosi tra rigore matematico e gusto per il meraviglioso e lo stupefacente.

Fu autore di due trattati che sono divenuti pietre miliari negli studi sulla prospettiva seicentesca: La perspective curieuse (Parigi, 1638) e il Thaumaturgus opticus (Parigi, 1646). Niceron sviluppò sin da giovanissimo un suo mondo espressivo che si tradusse in opere che variano da anamorfosi catottriche, giochi rifrattivi e dipinti murari accelerati prospetticamente.

Di questi ultimi, l’unico sopravvissuto, ritraente San Giovanni Evangelista che scrive l’Apocalisse in Pathmos, è ora visibile presso il Convento della SS. Trinità dei Monti, Roma. L’affresco raffigura San Giovanni Evangelista colto nell’atto di redigere l’Apocalisse in una grotta di Patmos. Quando ci si allontana, è la stessa isola dell’Egeo ad apparirci nella sua composta magnificenza. Un recente lavoro di restauro, abbinato all’esame di testi scritti dell’autore, ha restituito la seguente scrittura, posta sul libro dell’Evangelista:

ταυτῆς ὀπτικῆς ἀποκάλυψις, ὁ τῆς ἀποκάλύψεως ἀυτοπτῆς.

La frase, con un gioco di parole, può essere tradotta: “l’apocalissi di questa ottica, il testimone dell’apocalissi”. Il nodo è proprio nel significato letterale e letterario del termine apocalissi – rivelazione. Nella prima parte, letteralmente, si sottolinea la rivelazione del soggetto del dipinto attraverso lo sguardo impostato correttamente; nella seconda parte si allude letterariamente alla Rivelazione di cui S. Giovanni è testimone e che dà il titolo all’ultimo libro della Bibbia.

Niceron realizzò anche alcune anamorfosi circolari osservabili solo tramite uno specchio cilindrico. Quattro di questi dipinti, datati intorno al 1635, sono conservati nei depositi di Palazzo Barberini e sono stati raramente esposti al pubblico, anche per la difficoltà pratica di consentire l’effettiva fruizione dell’immagine rappresentata.

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