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Lucian Freud, il pittore che ha saputo raccontare la nostra imperfezione

15 marzo 2021
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Nel 1954, i già affermati artisti Francis Bacon e Ben Nicholson esposero nel padiglione britannico alla XXVII Biennale di Venezia le loro opere a fianco a quelle del trentaduenne Lucian Freud, un giovane prodigio che si era fatto notare per una grande attenzione al dettaglio nei suoi dipinti e per un cognome importante che immediatamente lo faceva ricollegare a suo nonno Sigmund. In quell’occasione, a Venezia, il “nipote d’arte” presentò uno dei suoi quadri più famosi: Hotel Bedroom. La camera d’albergo del titolo è una delle tante disseminate nella città forse più romantica del mondo, Parigi, ma l’atmosfera del dipinto è quella triste di un amore finito: la sagoma dell’autore resta in controluce, curva ad osservare la moglie a letto con un’espressione enigmatica.

In quel momento Lucian Freud aveva già una carriera più che decennale alle spalle ma, dopo l’esperienza alla Biennale, la sua fama crebbe ulteriormente, fino a farlo diventare col tempo uno dei massimi esponenti della pittura inglese del Ventesimo secolo. All’inizio del nuovo millennio, Freud era ormai talmente famoso in Inghilterra da vedersi commissionare un ritratto della regina Elisabetta nel suo stile estremamente realistico. La sua pennellata pastosa e tremolante negli anni ha dato vita a personaggi privi delle maschere che la società ci costringe a indossare in pubblico quotidianamente, raccontandoli nella loro vera natura. Amici, parenti, compagne, persone quasi sempre coinvolte direttamente nella sua vita sono diventate nel tempo il centro delle sue opere, dove la perfezione supera il realismo e arriva a raccontare al meglio la nostra imperfezione.

Molti hanno parlato di Freud come del più “grande pittore realista” del Novecento, anche per la dichiarata incapacità di inserire nei suoi lavori qualcosa di astratto: “Non posso mettere nel quadro niente che non sia effettivamente davanti a me”, disse una volta. L’ossessione per raccontare la realtà così com’è, senza orpelli, portava l’artista a ritrarre apposta i suoi modelli in pose innaturali e atteggiamenti scomposti. In un mondo che si scopriva via via sempre più ossessionato dall’inseguimento di una bellezza standardizzata, Freud creava quadri con protagonisti sempre più fuori da ogni stereotipo, a volte anche più brutti dei soggetti reali cui il pittore si ispirava: si pensi alla serie di ritratti dedicati all’artista australiano Leigh Bowery, che appare quasi grottesco nella sua gigantesca mole.

La scelta di ritrarre quasi sempre soggetti nudi è un aspetto non secondario nella visione artistica di Freud che definiva d’altra parte anche i suoi quadri con persone abbigliate ritratti di “figure nude coperte di vestiti”: in fondo, a prescindere dal loro vestiario, tutti i personaggi di Freud appaiono sempre senza filtri, spogliati di qualunque sovrastruttura. Freud voleva che la pittura “fosse carne” ed era quasi ossessionato dal corpo umano e dalle sue piccole imperfezioni, che amava evidenziare anziché occultare.

Il desiderio del pittore era quello di scavare nel profondo dell’essere umano, fino ad arrivare a comprenderne la reale essenza, cercando una verità che doveva contenere al suo interno un elemento rivelatore. L’intento di Freud era quello di rappresentare l’essere umano nella sua totalità, in modo da farlo conoscere fino in fondo, esteriormente ed interiormente, nelle sue fragilità e nella sua immensa forza. Un grande esempio della visione dell’artista è sicuramente Benefits Supervisor Sleeping, uno dei suoi lavori più apprezzati e di valore. Protagonista del quadro è una donna nuda e dalla fisicità prorompente, addormentata su un divano sporco e consumato. Le forme generose del soggetto ritratto vengono esaltate dalla pennellata corposa dell’autore, perfette per mettere in risalto la carne flaccida e il volto paffuto ma tranquillo della signora: lo sguardo e la posa rilassata non fanno che evidenziare quanto sia bello apprezzarsi per come si è, senza rincorrere ideali di bellezza irraggiungibili.

A Lucian Freud non interessa d’altronde ritrarre modelle rispondenti a ideali stereotipati e anche lo sfondo delle sue opere tradisce un disinteresse verso una certa estetica patinata. La maggior parte dei suoi dipinti sono ambientati nel suo studio, un luogo austero imbrattato di colori e senza troppi elementi decorativi, dove anche le suppellettili appaiono lacerate o logorate dal tempo e dall’usura e per questo sono ancora più affascinanti agli occhi del pittore.

Parallelamente all’inizio della sua carriera artistica, Freud si era interessato anche alla biologia e aveva osservato con molto interesse il regno animale. L’influenza di questi studi è facilmente ravvisabile in molti suoi lavori: “Pensavo che grazie all’osservazione diretta avrei potuto creare qualcosa di mio, che non fosse stato già visto o notato in quel modo prima di allora”, confessò Freud, e non è un caso che gli animali presenti nei suoi quadri siano spesso ancora più inquietanti del resto degli elementi: un’abilità caratteristica di questo artista è sicuramente quella di riuscire infatti a rendere allo stesso tempo più umane le bestie e più animalesche e bestiali le persone. L’uomo dei dipinti del pittore naturalizzato inglese si abbandona alla vita, spinto quasi da un istinto primordiale. Egli stesso spiegò: “Sono interessato all’uomo in quanto animale. Parte della mia predisposizione a lavorare sui nudi nasce da questo. Mi piace vedere sempre oltre ed è elettrizzante ammirare certe forme ripetersi attraverso il corpo. Mi piace che le persone appaiano naturali quanto gli animali, proprio come Pluto, il mio cagnolino”. Più volte Freud stesso ricordò come il suo obiettivo ultimo fosse quello di restituire un'immagine delle persone “per come sono.”

Questo desiderio era forse influenzato dalla voglia ereditata dal nonno di riflettere sull’inconscio, quella parte non rivelata di noi che lui però riusciva a cogliere e trasportare sulla tela attraverso i corpi. Una tale impresa, testimoniata dall’incredibile verosimiglianza dei soggetti ritratti, era possibile solo grazie alla lentezza esasperante e all’incredibile meticolosità di Freud, che dipingeva a olio durante sedute lunghissime. Posare per il maestro era sfibrante per chiunque: Freud attendeva volutamente che il modello si stancasse per coglierlo nella maniera più autentica possibile, senza più sovrastrutture: spesso chi doveva essere ritratto finiva per essere così spossato da non riuscire più a nascondere le proprie imperfezioni e la propria autentica natura.

Un nudo iniziato nel 2007 venne considerato finito da Lucian Freud solo dopo 2400 ore di lavoro, spalmate su ben 16 mesi: “Sento che un’opera è giunta alla conclusione quando mi sembra di lavorare sul dipinto di un altro artista”, disse quasi per giustificarsi. A posare per Freud, soprattutto verso la fine della sua carriera, non furono più solo amici e parenti sconosciuti al grande pubblico. Persino la top model Kate Moss stette nuda e incinta per giorni nello studio del pittore ormai anziano per farsi ritrarre. Il risultato di queste sessioni  fu apprezzatissimo, al punto da spingere un collezionista a sborsare dieci milioni di dollari solo per poter appendere il frutto di tanto impegno nel proprio salone.

Kate Moss conserva sulla sua pelle un ricordo indelebile di quell’esperienza: un tatuaggio che ci ricorda quanto Freud fosse ossessionato dal corpo umano, al punto da usarlo ogni tanto persino come tela. Moss ha raccontato che tutto nacque da un racconto dell’artista: quando la modella scoprì che il diciannovenne Lucian non si faceva problemi a fare tattoo ai marinai durante la guerra, volle farsi imprimere da lui uno stormo di uccelli sulla pelle. Fu probabilmente l'ultimo tatuaggio della carriera di tatuatore di Freud. Tutto era nato da un “viaggio nel tempo” del pittore, che d’altra parte amava molto ricordare e tornare con la mente al passato. Fu lui stesso a far notare come il suo lavoro fosse sempre ispirato da un elemento autobiografico: “Riguarda me, e quello che mi sta attorno. Lavoro su persone che mi interessano, alle quali sono molto legato e alle quali penso, in stanze dove vivo e che conosco alla perfezione.”

Lo stile di Freud non può essere assimilato all’espressionismo né tantomeno al puro realismo naturalistico: il suo lavoro cerca nei luoghi che conosce meglio nuovi modi per raccontare quei tratti di umanità che l’arte alta ha a lungo ignorato: i dipinti di Lucian Freud rappresentano la goffaggine, l’errore, la naturale e inevitabile imperfezione umana di cui non bisogna vergognarsi. Il pittore spese tutta la sua esistenza a raccontare la poesia insita anche in ciò che sembrava meglio nascondere. Si è donato anima e corpo alle sue opere, al punto da riempire la sua vita della sua arte e viceversa.

In copertina, Man's Head (Self Portrait) 1963 (oil on canvas), Freud, Lucian (1922-2011) / The Whitworth, The University of Manchester / © The Lucian Freud Archive / Bridgeman Images

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