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Papunya Tula Artists: la pittura aborigena che ha conquistato il mondo dell’arte contemporanea

26 ottobre 2021

L’arte è ispirazione, tecnica, specchio della società e, talvolta, dell’identità di un popolo o di una minoranza. Nel 1972, un gruppo di aborigeni allontanato dalle proprie terre natie ha dato vita a un movimento artistico conosciuto come Papunya Tula, derivato dalle antiche pitture cerimoniali realizzate sul corpo e sulla sabbia, e profondamente intriso di significati spirituali.

Tra le proteste di chi – all’interno della comunità aborigena – voleva mantenere segreta la rappresentazione sacra, e lo stupore del resto del mondo di fronte a questa nuova forma d’arte contemporanea, il collettivo di Papunya Tula Artists è arrivato con la sua forza travolgente a rivoluzionare il settore culturale e a dare una voce a un popolo fino ad allora poco ascoltato

Identità e arte: la pittura come forma di spiritualità 

Nessuna forma d’arte è mai completamente slegata dal contesto culturale nella quale nasce e si sviluppa. Papunya Tula Artists nacque inizialmente dalla voglia di conservare la propria identità culturale in un contesto di grandi cambiamenti sociali; verso la fine degli anni ‘60, il governo australiano decise di trasferire in altre zona – tra cui Papunya – le comunità aborigene che si erano stabilite nell’area desertica dell’Australia occidentale. Lo spostamento non solo avrebbe garantito al governo uno spazio maggiore per il bestiame, ma anche di avvicinare ulteriormente questi gruppi indigeni alla cultura del resto del Paese, nel tentativo di assimilarli all’Occidente.

Per una comunità in cui il territorio è identità e sacralità, la perdita della propria casa venne vissuta come uno sradicamento. Ma nel 1971 un uomo – l’insegnante Geoffrey Bardon – decise di dare nuova vita alle tradizioni aborigene, incoraggiando i suoi studenti a dipingere dei murales, secondo lo stile tipico dell’arte cerimoniale del loro popolo. Questa veniva solitamente rappresentata sul corpo e sul terreno, e raccontava la storia del Tempo del Sogno (tjukurpa), ossia quel periodo precedente alla Creazione, durante il quale la Terra era abitata da mitiche figure ancestrali. Queste tematiche erano considerate intrise di valore spirituale dalla comunità e per questo erano conservate dalla memoria storica locale secondo un rigido protocollo, che non impedì però a questa nuova forma d’arte di avere un’enorme risonanza.

La nascita dei Papunya Tula Artists, tra critiche e apprezzamenti 

Il primo murales agì come il proverbiale ciottolo gettato nello stagno e suscitò un piccolo moto iniziale che generò poi increspature sempre più ampie dentro e fuori la comunità aborigena. Seguirono altri murales – ancora raffiguranti simboli cerimoniali e storie ancestrali – per i quali vennero utilizzati numerosi tipi di superfici. Le rappresentazioni andarono a decorare pannellicofani delle auto e addirittura oggetti di uso comune. Il ricorso a supporti di vario genere fu una novità per i membri della comunità, poiché per tradizione gli aborigeni non dipingevano su superfici rigide, o tramite l’ausilio di strumenti pittorici tipicamente occidentali.

Da questa prima istanza nacque un movimento artistico indigeno che varcò i confini della comunità, suscitando l’interesse degli occidentali. Fu la risonanza avuta da questi primi dipinti che portò alcuni degli artisti coinvolti a fondare il gruppo Papunya Tula Artists, che prese il nome in parte dalla località di provenienza della comunità , in parte da una collina nei dintorni della stessa. Inizialmente il movimento era composto solo da uomini, ma verso la fine degli anni ‘80 le prime pittrici iniziarono a gravitare attorno al gruppo e durante i primi anni ‘90 sancirono il loro ingresso ufficiale tra le fila degli artisti aborigeni.

Il movimento artistico aveva ora una forma ufficiale e sempre più transnazionale e suscitò quindi la diffidenza di molti membri della comunità, che invocarono la necessità di rispettare la memoria storica e il suo profondo significato. Lo stile adottato nei murales veniva infatti utilizzato prevalentemente a scopo rituale e non avrebbe dovuto essere tramandato con tale facilità ai fruitori occidentali, privi di un’adeguata preparazione.

Per questo motivo il collettivo di artisti della Papunya Tula scelse di nascondere il più possibile i riferimenti alle tradizioni spirituali aborigene e ai simboli ancestrali, punteggiando le opere fino a celare ciò che non poteva essere trasmesso. Fu così che lo stile derivato da questa serie di modifiche fu definito anche dot painting, ossia pittura a punti.

Da queste modifiche nacquero numerose opere dal fascino estetico notevole, fatte di punteggiature e di cerchi colorati, di linee che li uniscono tra loro e da forme e motivi di vario tipo che si ispiravano ad antiche rappresentazioni.

Tinte e simboli variano tuttora a seconda della sensibilità dei diversi artisti: tra questi Warlimpirrnga Tjapaltjarri, che predilige i colori naturali della terra e le trame fittissime di linee, mentre Doreen Reid Nakamarra – tra le poche artiste aborigene donne, entrata nella Papunya Tula nel 1996 – ricorre spesso a motivi a spina di pesce.

L’incontro tra arte aborigena e Occidente

Tra gli anni ‘70 e ‘80 l’istituzione dell’Aboriginal Land Rights Act 1976, sancì la possibilità da parte delle comunità indigene di reclamare i propri territori d’origine, in virtù di una loro passata occupazione tradizionale. La legislazione portò molti dei membri della comunità di Papunya a ristabilirsi nuovamente nel deserto occidentale dell’Australia, ma non causò la fine dell’esperienza del collettivo, che continuò a svolgere la propria attività ad Alice Springs, circa a 240 km da Papunya.

Il loro successo presso i grandi musei non arrivò immediatamente – tranne nel caso del Museum and Art Gallery of the Northern Territory (MAGNT), che acquistò numerose opere a partire dal 1972 – ma fu parte di una lenta conquista, che li portò in seguito a trovare uno spazio di rilievo presso importanti esposizioni. Nei tardi anni ‘80 diversi dipinti di Warlimpirrnga Tjapaltjarri vennero acquisiti dalla National Gallery of Victoria, mentre nel 1989 e nel 2012 due mostre – rispettivamente Magiciens de la Terre a Parigi e Documenta 13 a Kassel, in Germania – raccolsero numerose opere di arte indigena contemporanea.

Oggi il collettivo dei Papunya Tula Artists è gestito unicamente da artisti aborigeni e continua a viaggiare intorno al mondo per raccontare storie ancestrali e per conservare le tracce di un’antica, eccezionale comunità.

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