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Paul Klee ci spiega come ogni artista è un albero

24 febbraio 2021
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Poetico e ironico, estremamente prolifico ma schivo, lettore vorace e visionario: Paul Klee è tutto questo e forse anche di più. Il suo contributo alla storia dell’arte non risiede solo nella sua grande produzione – circa diecimila opere tra acquerelli, disegni e dipinti a olio, in quarant’anni di carriera – ma anche nell’elaborazione teorica arrivata a noi grazie a una copiosa mole di scritti. Fermamente convinto del potere dell’arte di elevare l’uomo, è un personaggio di rottura, che insieme a Picasso contribuisce allo sviluppo della successiva arte contemporanea. Ciò che però segna il passo e contraddistingue il suo cammino artistico è la natura della sua produzione che il critico Giulio Carlo Argan definì un “labirinto rettilineo” per significare il suo essere stratificata, complessa e polisemica.

Una produzione che non può quindi essere catalogata sotto un’unica definizione perché frutto di una curiosità vivacissima e di un’inventiva formidabile. L’arte secondo Klee non deve copiare la natura ma prenderne ispirazione per creare un nuovo mondo figurativo. “Noi dobbiamo volere qualcosa di simile – una pura similitudine – a ciò che la natura crea: non qualcosa che voglia farle concorrenza, ma qualcosa che significhi: qui è, come in natura,” scrisse l’artista.

Una teoria che spiega molto bene durante una conferenza a Jena nel 1924 in cui sostiene, con una metafora poi diventata famosissima, che l’artista è come un albero. “L’artista si trova dunque nella condizione del tronco. […] egli trasmette nell’opera ciò che ha visto. E come la chioma dell’albero si dispiega in ogni senso nello spazio e nel tempo, così avviene con l’opera. Nessuno vorrà pretendere che l’albero la sua chioma la formi sul modello della radice. […] l’artista contempla le cose che la natura gli pone sott’occhio già formate, con occhio penetrante. E quanto più egli penetra, tanto più facilmente gli riesce di spostare il punto di vista dall’oggi all’ieri; tanto più gli si imprime nella mente, al posto di un’immagine naturale definita, l’unica, essenziale immagine, quella della creazione come genesi”.

In queste semplici parole c’è tutto il suo pensiero: così come le radici alimentano il tronco dell’albero, spiega l’artista tedesco, così gli occhi danno linfa all’artista. L’artista si trova dunque nella condizione del tronco. Tormentato e commosso dalla forza di quel fluire, egli trasmette nell’opera ciò che ha visto. E come la chioma dell’albero si modifica a seconda dello spazio e del tempo, così avviene con l’opera.

E davanti alle sue opere è difficile rimanere indifferenti proprio perché Klee invece di riprodurre fedelmente il visibile, rende visibile ciò che normalmente non lo è perché celato, ignoto o inespresso. Il suo è un linguaggio in continua evoluzione, dove la linea non è mai uguale a se stessa perché ora è retta ora è sinuosa, e se in un tratto è sottilissima ecco che poi diviene sempre più spessa. Klee dà forma a mondi che sono a metà tra terreno e ultraterreno, tra dimensione fisica e spirituale, mescolando forme astratte o geometriche con quelle naturali e organiche. Klee è un acuto osservatore della natura e degli elementi naturali, che sono per lui una fonte inesauribile di ispirazione. Spesso chiede ai suoi studenti di osservare e disegnare ramificazioni di alberi, sistemi circolatori umani e vasche di pesci per studiarne i movimenti.

Per l’estrema varietà delle sue opere, è molto difficile inquadrare in unico movimento artistico la complessa personalità di Paul Klee che sin da ragazzo è combattuto se scegliere di dedicare tutto se stesso alla pittura, alla musica (diventa infatti un violinista di talento e suona a lungo nell’orchestra municipale di Berna) o alla poesia. Scelta che si delinea in tutta la sua limpidezza al ritorno da un viaggio in Tunisia, quando l’artista svizzero opta per la pittura, affermando: “Il colore mi possiede. Io e il colore siamo tutt’uno: sono pittore”. Nella pittura dunque incanala questa sua poliedricità artistica combinandola con gli altri suoi interessi e conoscenze che spaziano dalla scienza alla matematica alla letteratura, creando di fatto un linguaggio espressivo nuovo e gettando un ponte tra l’astratto e il figurativo, senza tuttavia smarrire quell’enorme carica espressiva in cui è racchiuso il fascino delle sue inconfondibili opere dove il colore dà vita ad armoniose e lievi atmosfere oniriche. Lo spettatore è dunque catturato dalle sue composizioni in cui gli oggetti e le figure, pur essendo facilmente individuabili, sono immersi in un’aura sognante ed evocativa.

Come Wald Bau, Forest Construction del 1919, un dipinto astratto in cui ci sono riferimenti a una foresta sempreverde mischiata a elementi reticolari che suggeriscono muri e sentieri. Il dipinto mescola un disegno simbolico primitivo, quasi infantile e che è un chiaro riferimento al mondo reale, con un uso rappresentativo del colore. La figurazione infantile è quell’elemento che apporta ai suoi dipinti una componente fiabesca e minimale che viene supportata, anche, dalle semplici campiture geometriche.

Klee prende ispirazione dai suoi viaggi e dalla realtà osservata anche nella realizzazione di Cammello in un paesaggio di alberi ritmici del 1920. Si tratta di uno dei primi dipinti a olio e mostra il suo interesse per la teoria del colore, il disegno e la musica. È una composizione astratta fatta di file multicolori punteggiate da cerchi e linee che rappresentano alberi, ma ricorda anche le note musicali, suggerendo un cammello che cammina attraverso uno spartito. Quest’opera fa parte di una serie di dipinti simili che Klee realizza mentre lavora e insegna al Bauhaus di Weimar.

È poi in Rosengarten che Klee mostra come la creatività possa nascere da una riflessione sulla natura e sulle sue leggi in movimento. Nell’opera, infatti, si possono riconoscere due elementi fondamentali: le forme a spirale dei fiori che si dispongono come note su uno spartito – e anche qui torna la musica, sempre presente a ispirare l’artista – e, sul fondo, un paesaggio con edifici incastonati in una griglia deformata, a ricordare la tipica scomposizione cubista. La deformazione crea un forte senso di movimento, accentuato dalle variazioni di tono e luminosità del colore. Nella teoria elaborata da Klee le variazioni di tonalità sono l’elemento qualitativo, mentre il grado di luminosità, cioè i chiaroscuri, corrisponde all’elemento quantitativo. Il dinamismo dell’opera è quindi ottenuto sia attraverso il colore, sia attraverso le forme dinamiche a spirale.

O ancora, tra i suoi indiscussi capolavori Ad Parnassum è un’opera sofisticata e intrigante dotata di un grande potere evocativo. Klee la realizza nel 1932, in una fase matura della sua produzione, utilizzando una tecnica particolare che da subito cattura l’attenzione dello spettatore e che egli stesso definisce Neodivisionismo, ovvero una sorta di puntinismo dominato da composizioni di colori primari. Ad Parnassum è caratterizzato da uno strato di quadrati colorati, su cui sono stati dipinti piccoli punti luminosi, insieme al cerchio arancione e alle linee. Il tutto a suggerire ora una piramide, ora una montagna, oppure una casa, o qualunque cosa la nostra fantasia può immaginare perché l’obiettivo della sua pittura è lasciarsi trasportare dalle suggestioni che lo sguardo rimanda.

La vita di Klee subisce un duro colpo a 35 anni, quando il pittore si ammala di sclerodermia. Nonostante lo smarrimento iniziale, i dolori e le difficoltà motorie, la sua sofferenza si traduce in un appassionato e instancabile impegno creativo e negli ultimi cinque anni della sua vita – morirà a 60 anni il 29 giugno del 1940 – realizza infatti ben 213 opere, donando fino all’ultimo al mondo opere immortali.

Nel 2010, a Firenze, in occasione del 1° Congresso Mondiale della Sclerodermia, si sceglie il giorno della morte dell’artista, diventato il simbolo per tutti coloro che devono fronteggiare questa malattia, come “World Scleroderma Day”. Il coloratissimo dipinto Giardino di Tunisi (1919) è diventato il logo dell’Associazione per lo Studio della Sclerosi Sistemica e delle Malattie Fibrosanti. Pur essendo stato realizzato molti anni prima dell’insorgere della malattia, sembra che gli alberi raffigurati nel quadro rimandino alle mani dei malati di sclerodermia che, con il passare del tempo, s’irrigidiscono e perdono vitalità. Un ultimo lascito dell’artista che lo lega ancora una volta e indissolubilmente all’albero, metafora di una vita.

Articolo di Patrizia Vitrugno

In copertina l'opera di Paul Klee Wohin (Jungergarten), 1920

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