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La rivalità tra Bernini e Borromini. Una competitività centrale per Roma e per la storia dell’arte

20 aprile 2022

A distanza di secoli si racconta ancora dell’espressione sorpresa di Gian Lorenzo Bernini quando, affacciandosi dalla finestra di casa sua in Via della Mercede, vide un grosso paio di orecchie d’asino. In quel periodo Bernini viveva in un palazzo antistante Piazza di Spagna, a due passi dal cantiere dove si svolgevano i lavori su Palazzo di Propaganda Fide. Nei primi momenti del progetto era stato lui a occuparsi di quella commissione per ordine del pontefice Urbano VIII ma alla morte dello stesso si era visto soffiare la direzione dall’ultima delle persone che avrebbe voluto avere come successore: Francesco Borromini.

Dire che i due non fossero in buoni rapporti sarebbe un eufemismo. Le orecchie d’asino scolpite sulla facciata del palazzo erano l’ennesimo episodio di una rivalità che andava avanti da tempo. Quella volta fu Borromini ad avere la meglio, ma la storia tra i due era ben lungi dall’essere terminata. La loro competitività è stata così centrale per Roma e per la storia dell’arte che, ancora oggi, se ne raccontano gli aneddoti più curiosi. Alcuni sono delle vere e proprie leggende: è il caso del Rio de la Plata, parte della Fontana dei Quattro Fiumi di Bernini, spaventato nelle fattezze per il possibile crollo della cupola della chiesa di Sant’Agnese in Agone, realizzata - ovviamente - da Borromini.

Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini, due geni all’opposto

Risulta semplice descrivere questi due maestri assoluti del ‘600 come uno l’opposto dell’altro. Tanto era mondano, estroverso e benvoluto Bernini, quanto era introverso, discreto e schivo Borromini. Gian Lorenzo Bernini era nato a Napoli e aveva trascorso gran parte della sua vita a Roma, dove grazie al suo carattere era riuscito ben presto a entrare nelle grazie di Urbano VIII. Figlio d'arte, suo padre Pietro Bernini, scultore toscano, era riuscito ben presto a intuire il potenziale del figlio e gli aveva insegnato il mestiere, portandolo con lui a lavorare i marmi. La sua indole, unita ovviamente a un talento unico che l’ha reso uno dei migliori scultori del secolo, sembrava averlo destinato a una gloriosa carriera già scritta.

Tutto ciò che Francesco Borromini non poteva sopportare. Per lui esisteva solo il talento, quella era l’unica freccia al suo arco. Non voleva sentir parlare di simpatie o di raccomandazioni. Si era rimboccato le maniche sin da ragazzo, figlio di un architetto del Canton Ticino alla corte dei Visconti, ed era entrato in bottega rivelandosi un portento dell’architettura. Così aveva deciso di andarsene a Roma e di iniziare un apprendistato presso Carlo Maderno, architetto di fama nazionale.

Anche il loro stile era agli antipodi, nonostante entrambi siano stati maestri del barocco romano. Il talento di Borromini si esprimeva soprattutto nell’architettura: facciate geometriche e precise e idee innovative. Era un mago delle proporzioni e uno che non si faceva scoraggiare quando doveva lavorare con mezzi limitati. Esempio di questo è la chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane, affettuosamente rinominata dai romani San Carlino per via delle dimensioni contenute, costruita nel 1634.

Commissionata da un gruppo di frati mendicanti, Borromini accettò non tanto per il denaro, quanto piuttosto per dimostrare la sua fede religiosa e perché stimolato dalla sfida. Avendo a disposizione pochi fondi si arrangiò con materiali a buon mercato come mattoni, stucco e travertino. E, nonostante questo, il risultato è sorprendente: la facciata ondulata fa sembrare la chiesa ben più grande di quanto non sia in realtà, e all’interno le croci a grandezza decrescente realizzate sulla cupola ovale la fanno sembrare molto più alta.

Bernini invece era un artista rigoroso, uno che amava il classico e lo sfarzo e che aveva a disposizione commissioni infinitamente più ricche. Merito di certo del talento dimostrato fin da giovanissimo, quando realizzò tra il 1618 e il 1625 le sculture commissionate dal cardinale Scipione Borghese, come il gruppo di Enea, Anchise e Ascanio e Apollo e Dafne ancora oggi esposte alla Galleria Borghese. Soprattutto fu durante il pontificio di Urbano VIII che Bernini diede il suo massimo, vincendo gran parte dei concorsi della capitale.

Ci è utile in contrapposizione con il lavoro di San Carlino di Borromini, indicare la chiesa di Sant’Andrea al Quirinale, a poca distanza dal lavoro del rivale. Solenne già all’esterno, all’interno fanno sfoggio di sé materiali pregiatissimi come marmi, ori e bronzi, che restituiscono la sacralità del luogo. Due geni, insomma, agli antipodi.

Il baldacchino di San Pietro

I due si incontrarono dopo che Carlo Maderno, maestro del Borromini, si aggiudicò il ruolo di soprintendente della Fabbrica di San Pietro. Ovviamente volle con sé due dei giovani più promettenti del tempo: Bernini e Borromini. Una tragica fatalità portò alla morte di Maderno e, come successore a capo dei lavori, papa Urbano VIII scelse ovviamente il suo protetto. Bernini, consapevole del talento di Borromini, lo pregò di aiutarlo nella realizzazione del celebre Baldacchino di San Pietro.

Grazie ai disegni preparatori della parte superiore, il lavoro di Borromini fu indispensabile ma, nonostante i suoi sforzi, assistette con stupore a un’ingiustizia. Per la commissione Bernini ricevette dieci volte tanto il suo compenso e se ne prese gran parte dei meriti. Si creò così una spaccatura destinata a non sanarsi mai più.

La fine della protezione di Urbano VIII

Ma la fortuna di Bernini era destinata a finire. Nel 1644 papa Urbano VIII morì, lasciando il posto a papa Innocenzo X, ossessionato dal volersi liberare di tutto ciò che ricordava il pontificio appena passato. Compreso, ovviamente, Bernini. Gli fu preferito il coetaneo, altrettanto eccezionale, Francesco Borromini, che fu incaricato di occuparsi della fontana di Piazza Navona. Borromini non si accontentò di aver ottenuto la commessa, si prese una piccola rivincita per l’affaire San Pietro. Fece notare, con un'accurata perizia tecnica, che il lavoro di Bernini aveva provocato delle crepe sulla facciata che potevano comprometterne la stabilità e che richiedevano un immediato intervento di restauro della stessa. Bernini fu così condannato al pagamento di tremila scudi. Oltre ovviamente a subire l’umiliazione di essersi lasciato sfuggire un grossolano errore di progettazione. Sempre in questo periodo è datato l'episodio delle orecchie d'asino che Borromini fece indirizzare verso la finestra del Bernini.

Bernini, incassato il colpo, non perse occasione per dire la sua. Nel 1647 si mise in contatto con Donna Olimpia, la cognata di Innocenzo X, ottenendone i favori grazie al suo carisma e alle sue idee. La donna, che veniva soprannominata “la papessa” per il forte ascendente che aveva sulle decisioni del cognato, studiò con interesse il progetto del Bernini per la fontana di Piazza Navona e lo presentò al papa convincendolo a sostituire Borromini. Ci riuscì e così Bernini gli soffiò la commessa per la Fontana dei Quattro Fiumi.

La leggenda della Chiesa di Sant’Agnese in Agone

Piazza Navona è teatro di una delle più famose leggende a proposito della rivalità dei due maestri. Qualche anno dopo l’episodio della Fontana dei Quattro Fiumi, Borromini ottenne il compito di terminare la costruzione della chiesa di Sant’Agnese in Agone, di fronte alla fontana. Un vero e proprio capolavoro del barocco del quale Borromini modificò la facciata favorendone una forma concava sormontata dalla cupola, e disegnò due campanili gemelli.

L’aneddoto che si racconta è che Bernini scolpì la fontana in modo da schernire la chiesa realizzata dal rivale. Facendo attenzione alle figure che la abitano, si può notare come la statua che rappresenta il Rio de la Plata, con il braccio alzato in protezione e la faccia sorpresa, sembri quasi spaventata che la cupola della chiesa possa crollare da un momento all’altro. La statua che rappresenta il Nilo, invece, porta sugli occhi un velo si dice nel tentativo di coprirsi per non vedere la facciata della chiesa.

Si tratta solo di una leggenda però, smentita dal fatto che Bernini completò i lavori sulla fontana già nel 1652, ben prima che Borromini terminasse la chiesa nel 1657. Tuttavia rappresenta di certo un aneddoto non così lontano dai colpi di gomito che si scambiarono questi due grandi maestri del ‘600. Uniti nel genio, separati dall’antipatia e che, anche di fronte a un sentimento così misero, hanno saputo incantare la Città Eterna.

Credits

Cover: Piazza Navona - Rome, Lorenzoclick. Distributed under CC BY-NC 2.0 license on Flickr

Immagine interna 1: San Carlo alle Quattro Fontane - Front, Architas. Distributed under the Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International license via Wikimedia

Immagine interna 2: San Carlo alle Quattro Fontane, Jose Agustin Garrido Alcazar. Royalty free image distributed via WikiArquitectura

Immagine interna 3: Roma, galleria borghese, sala di apollo e dafne, 03, Sailko. Distributed under the Creative Commons Attribution 3.0 Unported license via WIkimedia

Immagine interna 4: Rome S. Andrea al Quirinale interior figures, Nicholas Hartmann. Distributed under the Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International license via Wikimedia

Immagine interna 5: Basilica di San Pietro, Rome - 2677, Jorge Royan. Distributed under the Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported license via Wikimedia

Immagine interna 6: Fontana dei Quattro Fiumi in Piazza Navona, George M. Groutas. Distributed under CC BY 2.0 license on Flickr

Immagine interna 7: Roma S. Agnese in Agone front view, Blackcat. Distributed under the Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International license via Wikimedia

Immagine interna 8: Rio de la plata-fontana dei quattro fiumi by night, Gentil Hibou. Distributed under the Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported, 2.5 Generic, 2.0 Generic and 1.0 Generic license via Wikimedia

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