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Il pittore veneziano che riuscì a salvare il suo capolavoro dall’Inquisizione

18 marzo 2022

«Noi pittori ci pigliamo la licenza che si pigliano i poeti e i matti.»

Così rispose l’artista Paolo Veronese durante l’interrogatorio presso la Santa Inquisizione nel 1573, quando gli venne chiesto di motivare il dipinto realizzato per il convento veneziano dei Santi Giovanni e Paolo.
Il committente, Fra’ Andrea de’ Buoni, gli aveva chiesto di ritrarre l’episodio evangelico del Cenacolo, per sostituire l’Ultima Cena di Tiziano, andato distrutto in un incendio.

L’opera – conosciuta oggi come Cena in casa di Levi – avrebbe dovuto essere una fedele rappresentazione dell’incontro tra Gesù e gli Apostoli, ma Veronese mescolò al suo interno elementi sacri e profani, attirando su di sé il giudizio dell’Inquisizione.
Il processo si risolse in un ingegnoso espediente: bastò cambiare il titolo – dando così meno risalto all’episodio sacro – per salvare il dipinto dalla censura e far arrivare intatta ai posteri una delle opere più rappresentative della società veneziana del tempo.

Un’Ultima Cena che è specchio della Venezia mondana

Nel 1573, anno di realizzazione dell’opera, Paolo Caliari (1528 – 1588), detto il Veronese, aveva già una certa familiarità con l’episodio biblico del Cenacolo, il cui massimo esempio era l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci. Il soggetto era stato protagonista di un’intera serie di dipinti all’interno dei quali emergono gli influssi manieristici dell’artista, la passione per la scenografia delle ambientazioni e l’uso di colori accesi e vibranti.

A differenza delle altre Cene però, questa volta la vera ispirazione per il Veronese arrivò dalla Venezia contemporanea, quella più sfarzosa e mondana dei banchetti, ben lontana dalla solennità sacra a cui il mondo dell’arte era abituato.

L’artista rinnovò così l’episodio evangelico mettendolo sullo sfondo, in posizione quasi defilata. Gesù e i suoi Apostoli occupano un piccolo spazio al centro della tela, mentre attorno a loro prende vita il vero fulcro della rappresentazione: bambini, cani, gatti, pappagalli, nobili, servitori e nani vestiti con abiti contemporanei, impegnati in giochi e discussioni festose.

Il risultato è un’atmosfera carica di mondanità, che costò all’artista un lungo processo presso il Tribunale dell’Inquisizione di Venezia. A testimoniarlo è il verbale dello stesso, conservato nel primo volume di Lettere di Grandi Artisti, di Richard Friedenthal.

L’interrogatorio della Santa Inquisizione

L’appello alla “licenza” degli artisti – riportato in Lettere di Grandi Artisti di Friedenthal – non impedì al pittore di subire le conseguenze della censura imposta dal Santo Uffizio, che ritenne inaccettabile il soggetto rappresentato. Al Veronese fu imposto di modificare il dipinto entro tre mesi, depurandolo dagli elementi più profani e riportando la scena alla solennità sacra richiesta dai committenti.

L’artista però non mise più mano al dipinto, ma si limitò a scegliere un nuovo titolo: Cena in casa di Levi.

Una tela che non è ciò che sembra

La soluzione adottata da Paolo Veronese fu la più semplice e astuta di sempre: cambiando il titolo del quadro, cambia – di conseguenza – anche il soggetto.
Per questo l’opera oggi è nota come Cena in casa di Levi e rappresenta un episodio del Vangelo di Luca, nel quale si racconta un banchetto organizzato da un esattore delle tasse di nome Levi.

L’ingegnoso cambio di focus permise al Veronese di non intervenire ulteriormente sull’opera, che rimane lo specchio originale di una lussuosa Venezia cinquecentesca, fatta di incontri sociali, banchetti signorili e giochi giullareschi, scaltramente protetta dal suo autore dal rigore delle autorità religiose. Un contrasto perfetto tra sacro e profano, tra decoro ed eccesso, che lascia ai posteri un’opera dal volto più sfaccettato di quanto non sembri.

In Cover “Cena in casa di Levi”, Paolo Veronese, 1573. Distributed under a CC-BY-SA-4.0 license via Wikimedia.
Immagine interna 1:  Caliari Paolo, il Veronese – Autoritratto – 1563-1565. Distributed under a CC-PD-Mark license via Wikimedia.
Immagine interna 2: particolare del dipinto “Cena in casa di Levi”, Veronese, 1573. Distributed under a CC-BY-SA-4.0 license via Wikimedia.

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