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Betty Robinson, la donna che visse due volte (e conquistò due medaglie olimpiche)

21 ottobre 2021

Nel marzo del 1931, Betty Robinson salì sull’aereo che avrebbe cambiato per sempre la sua vita. E dire che, fin da adolescente, non si era di certo annoiata: poco tempo prima – aveva solo 17 anni – era stata la prima donna a vincere i 100 metri alle Olimpiadi, la più veloce al mondo con un record di 12,2 secondi, ed era diventata l’eroina di Riverdale, la piccola città dell’Illinois dove era nata. A dire la verità era diventata l’eroina del mondo sportivo, perché vederla correre era una gioia: veloce come un lampo, giovanissima, pronta a sfidare atlete infinitamente più esperte di lei.

E ora si allenava da professionista; la preparazione atletica era intensa e per una volta, solo per quel giorno, voleva concedersi una distrazione volando con il piccolo biplano privato di suo cugino. Arrivato a 600 piedi d’altezza, l’aereo ebbe un’avaria e cadde. Il motore si fermò di colpo e l’apparecchio si diresse in picchiata verso terra.

Lo schianto fu talmente violento che le persone accorse sul luogo pensarono che non ci fosse niente da fare per Betty e per suo cugino. Betty però non era morta. Sopravvisse a incredibili ferite ma i medici furono irremovibili quando le dissero che non poteva correre più. A stento, forse, avrebbe camminato ancora.

Nel 1936, durante le Olimpiadi passate alla storia per le medaglie di Jesse Owens, c’era anche Betty Robinson. Sul podio. Un’altra volta.

Tutto iniziò rincorrendo un treno

E pensare che Betty Robinson iniziò a correre per puro caso. Il professore di biologia della sua scuola vide Betty che sfrecciava per prendere in tempo il treno che l’avrebbe portata a lezione. Era il 1928 e quella ragazza era un vero fulmine. Il giorno successivo il professore la incoraggiò ad allenarsi con la squadra maschile di corsa dell’istituto. A marzo di quell’anno, poche settimane più tardi, Betty debuttò alle regionali posizionandosi seconda. Dietro la detentrice del record americano. Record che fu polverizzato poche settimane dopo da Betty lasciando tutti senza parole. Poi i trials olimpici e all’improvviso quella ragazza che aveva scoperto da poco la passione per la corsa entrò a far parte della selezione di atlete che avrebbero rappresentato gli USA alle Olimpiadi del 1928 di Amsterdam. Le prime in cui le donne furono ammesse alle gare di atletica leggera.

La minuta e giovanissima Betty Robinson arrivò in finale contro ogni pronostico. Era una novellina, un’outsider che stava cambiando le carte in tavola. La grande rivale era la canadese Fanny Rosenfeld, 24 anni, che l’aveva sconfitta nelle batterie. Prima che lo starter desse il via alla gara la tensione era così pesante che ci furono due false partenze e quindi due eliminazioni. Poi lo sparo e due saette staccarono immediatamente le altre atlete: da una parte la favorita, la canadese; dall’altra la scheggia impazzita, Betty, che passò in testa e tagliò il traguardo prima di tutte. In quel preciso istante, la Robinson non era diventata solo la prima medaglia d’oro femminile dei 100 metri alle Olimpiadi, ma anche la donna più veloce al mondo perché aveva appena eguagliato il record di 12,2 secondi. Ebbe l’occasione di salire una seconda volta sul podio, con l’argento per la staffetta 4×100.

Il ritorno a casa e l’incidente

Tornata a New York, Betty fu accolta da una folla in festa e diventò la protagonista di parate, sfilate e discorsi pubblici. Ricevette premi e ovazioni. Doveva ancora compiere diciassette anni ed era sulla bocca di tutti gli amanti dello sport. Negli anni successivi continuò a infrangere record su record: 50 e 100 yard, poi quello delle 60 e delle 70 yard. Si preparava alla performance della consacrazione, quella che l’avrebbe vista trionfare alle Olimpiadi del 1932. A casa, negli Stati Uniti e più precisamente a Los Angeles. Fu proprio con quel pensiero in mente che salì sul biplano.

L’incidente fu durissimo. Gamba, anca e braccio riportarono delle fratture gravissime al punto che Betty rimase incosciente per diversi giorni. Quando riprese i sensi i medici furono categorici: con un chiodo nella gamba sinistra, ora anche più corta dell’altra, Betty non avrebbe mai più potuto gareggiare in tutta la sua vita. Anche camminare sarebbe stato faticoso. Per tutta risposta la Robinson guardò il medico negli occhi e gli disse: “Proverò a correre di nuovo”. E così fece.

La rinascita e il podio

A giocare un ruolo determinante nella miracolosa ripresa della Robinson furono le sue ottime condizioni fisiche e il duro allenamento che aveva caratterizzato gli anni immediatamente precedenti all’incidente. Betty era un’atleta eccezionale e lo era tanto nel fisico quanto nella mente. Per questo motivo in fin dei conti nessuno si sorprese quando la vide correre di nuovo. Certo, non era veloce come una volta ma aveva ancora qualcosa da dire.

L’edizione dei Giochi Olimpici del 1936 si sarebbe svolta a Berlino. L’incidente in effetti rendeva impossibile la partecipazione di Betty nella rosa delle centometriste americane, perché non potendo piegare il ginocchio della gamba sinistra, la Robinson non riusciva ad assumere la posizione di partenza. Aveva una sola possibilità di correre alle Olimpiadi: la squadra della staffetta 4×100. Le sarebbe bastato non partire per prima. Così la Robinson riuscì a conquistare un posto come frazionista e fu un po’ come se il destino volesse riscattarla di quel brutto scherzo che le aveva giocato cinque anni prima: durante la gara le tedesche, le favorite, commisero un errore fatale lasciando cadere il testimone. La Robinson corse più veloce che poteva e consegnò il testimone ad Helen Stephens che portò alla vittoria gli Stati Uniti. E ancora una volta Betty Robinson salì sul podio con un oro intorno al collo.

Dopo i giochi del 1936, Betty si ritirò dallo sport agonistico. Per un po’ di tempo restò nell’ambiente, prima come cronometrista, poi tenendo discorsi per l’Associazione di Atletica Femminile, incoraggiando le donne a intraprendere la carriera sportiva. La sua storia ha un finale perfetto e poetico che non stonerebbe a conclusione di una sceneggiatura hollywoodiana basata su questa incredibile vicenda: nel 1996, quando viveva a Denver, l’anziana e fragile Betty Robinson, ormai 84enne, fu scelta per trasportare la torcia olimpica per gli imminenti Giochi di Atlanta. Nonostante stesse già lottando con l’Alzheimer, Betty non volle l’aiuto di nessuno. Perché quel giorno la sua stella olimpica brillò nuovamente, come quella prima volta, quando la novellina aveva dato una lezione alla favorita.

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