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Siamo ancora ciechi, caro Saramago

17 febbraio 2019
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Quando uscì Cecità, José Saramago aveva 63 anni, aveva già scritto opere memorabili come Memoriale del convento, L’anno della morte di Ricardo Reis e Il Vangelo secondo Gesù Cristo, e il suo successo – di critica e pubblico – ormai da tempo aveva varcato i confini del Portogallo. Era il 1995 quando Saramago presentò al mondo un’opera complessa, azzardando la contaminazione tra critica sociale, distopia e allegoria apocalittica. L’ambizione e il rischio di Cecità ammantarono di prestigio una carriera già luminosa, permettendo a Saramago di vincere, nel 1998, il premio Nobel per la letteratura. È passato quasi un quarto di secolo, e ciò che riempie quelle pagine non è incastonato in un’isolata epoca storica, non rimane un esercizio di stile fine a se stesso e non funge da simulacro per ricordarci come eravamo. È un monito per dirci come siamo e chi siamo, oggi.

In Italia, invece di seguire la traduzione letterale del titolo, che sarebbe “Saggio sulla cecità”, venne scelto il semplice Cecità per non disorientare i lettori. Gli editori temevano che potessero fraintendere la natura del testo, e che venissero scoraggiati dalla parola “saggio”, quando invece si trattava di un romanzo. In realtà, il confine è a tutti gli effetti meno netto di quanto possa apparire in un primo momento: si tratta infatti sì di un romanzo, seguendo i metri canonici della catalogazione, ma potrebbe benissimo essere annoverato tra i saggi di sociologia o addirittura tra i trattati antropologici. Il tutto senza snaturare lo stile inconfondibile di Saramago: nessun nome proprio, niente virgolette per i dialoghi, un flusso di parole che spezza il fiato e impone il suo ritmo frenetico. La stessa scelta dell’autore di ambientare l’opera in un tempo e un luogo non definiti serve a rendere universale la vicenda, senza i paletti di una cornice storica o di una precisa città a limitarne la portata sociale. Perché qui Saramago ha compiuto un’indagine sulla natura dell’essere umano che richiedeva la massima libertà.

Ogni libro affida all’incipit gran parte delle aspettative per la riuscita finale, nel tentativo di attirare i lettori in una rete nel quale trattenerli il più a lungo possibile. Saramago ci riesce grazie a un inizio diretto e senza fronzoli: un uomo alla guida della sua auto, mentre è in attesa che il semaforo diventi verde, all’improvviso non vede più nulla. Non è però una normale cecità, è più un “male bianco” che avvolge l’uomo in un candore opposto al nero e al buio. Da qui parte un viaggio di sensazioni e pulsioni primordiali. L’uomo viene accompagnato dal medico, ma non viene trovata una spiegazione plausibile alla sua misteriosa malattia agli occhi, la gente inizia a interrogarsi su questo evento fino a quando la cecità non inizia a espandersi e a diventare una vera e propria epidemia. Tutti diventano ciechi, tranne la moglie del medico. Il governo decide di dividere i ciechi in gruppi e radunarli in diversi edifici. Per non separarsi dal marito, la moglie del cieco finge di aver contratto la malattia e di non vedere più. La vicenda si concentra sul gruppo in cui sono anche il medico, sua moglie e il “primo cieco”, rinchiuso in un ex manicomio. Qui Saramago scardina letteralmente la società, azione necessaria per far luce sui mali che la affliggono. Ne viene fuori un ritratto spietato. Il nostro.

I rimandi letterali già iniziano a fioccare nella mente del lettore, e forse il più evidente riguarda La peste di Camus. Anche qui si parla di un contagio e vengono usati stratagemmi metaforici per descrivere “altro”, ma c’è una sostanziale differenza: l’epidemia di Camus simboleggia l’avanzata del Male in un preciso quadro storico, dove il richiamo inevitabile è al nazismo; quella di Saramago invece vuole allontanarsi dalle interpretazioni storico-politiche e concentrarsi su temi che sono stretti parenti della parola “cecità”. Tra questi, quello dell’indifferenza. Quando scrive: “È di questa pasta che siamo fatti: metà di indifferenza e metà di cattiveria”, non intende analizzare al microscopio un nazista, un comunista, un cattolico o un musulmano, bensì il semplice e nudo essere umano. “È una vecchia abitudine dell’umanità, passare accanto ai morti e non vederli” è una frase che riassume la fase iniziale della sopravvivenza dei ciechi nell’ex manicomio: quella del menefreghismo verso gli altri.

In quell’edificio ben presto a prevalere è la sopraffazione. Il cibo che il governo consegna giornalmente ai ciechi viene prelevato con la forza da una fazione approfittatrice. Questo gruppo gestisce le razioni di cibo attraverso i ricatti e le minacce. Qui il messaggio legato all’attualità è più forte che mai: attingendo dalla legge del più forte e dall’homo homini lupus di Hobbes, un unico gruppo detiene il possesso del potere – rappresentato dal cibo – tenendo gli altri ciechi in uno stato di fame costante. Quindi la fame non dipende dall’effettiva mancanza di cibo, ma dal brutale egoismo di un gruppo di pochi che ha la meglio sui molti. Il riferimento all’Africa e ai Paesi più poveri che vengono vessati dalle più grandi potenze mondiali, che controllano appunto il cibo e determinano i livelli di fame nel mondo, è chiaro: l’imperialismo e il capitalismo appaiono nel libro senza mai essere nominati.

Saramago sembra non riporre troppa fiducia nell’uomo, poiché nell’ordine sociale che si instaura in assenza di leggi e autorità dominano violenza e anarchia. “Se non siamo capaci di vivere globalmente come persone, almeno facciamo di tutto per non vivere globalmente come animali”, scrive in un passaggio in cui vengono denunciati i soprusi di una fazione sulle altre. Tra questi il più grave è uno stupro di gruppo che traumatizza l’intero nucleo femminile nell’edificio. Qui Saramago conferisce ai personaggi una speranza di umanità, una solidarietà che rivaluta l’essere umano precedentemente descritto come un barbaro meschino e approfittatore. Capeggiate dalla moglie del medico, unica vedente in mezzo ai ciechi, la ribellione delle donne divampa come una fenice risorta dalle ceneri della decadenza umana. Scaturisce inoltre una consapevolezza riguardo una condizione, la cecità, che in realtà è insita nella propria natura e non è collegata esclusivamente agli occhi. Una frase come: “Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che vedono, ciechi che, pur vedendo, non vedono”, palesa la reale origine della cecità, che si riconduce al buio della ragione. Quando poi i ciechi escono dall’edificio in fiamme, si ritrovano nella versione più misera e scatologica del mondo: morti per strada, gente che occupa le case altrui e lotta per un tozzo di pane.

Di fondamentale rilevanza è il fatto che la cecità di Saramago sia “bianca”. Assume dunque anche un ruolo salvifico, quando ad esempio impedisce di vedere certe bassezze umane. Inoltre è un colore che torna prepotentemente nella sua produzione grazie al romanzo Saggio sulla lucidità. Parlare di “seguito” di Cecità forse non è corretto, sebbene tornino diversi personaggi (tra cui la moglie del medico) e certe tematiche. Questa è un’opera più politica, ma anche qui il bianco fa capolino. Durante una tornata elettorale, sempre in un luogo non specificato, la maggioranza dei cittadini vota scheda bianca senza un apparente motivo. Le forze politiche iniziano a spiare la popolazione, ma alla votazione successiva le schede bianche aumentano invece che diminuire. Il governo dunque assedia la città, crea falsi attentati incolpando i “biancosi” – cioè la maggioranza che ha votato scheda bianca – per cercare di sovvertire le preferenze elettorali e marchiare a fuoco i dissidenti. Anche qui, come in Cecità, il bianco ha una doppia funzione: rappresenta il male da sconfiggere – la cecità in un caso, le schede bianche nell’altro – ma allo stesso tempo la placida speranza. Come nelle filosofie orientali dove il bianco è il colore del lutto, ma quest’ultimo ha un peso diverso rispetto a come lo avvertiamo noi occidentali. Il bianco diventa l’ossimoro di se stesso, vita e morte, pienezza confortante e incolmabile vuoto. In Saggio sulla lucidità è l’arroganza del potere a essere in primo piano, scavalcando la lotta uomo-contro-uomo presente in Cecità. Eppure permane l’impotenza e l’oppressione, così come le allegorie per descrivere una società in declino, dove l’ultimo è sempre più ultimo e i pochi “primi” banchettano sulla sua carcassa – mentre gli altri passano e non vedono.

Saramago è morto nel 2010, e se oggi fosse ancora vivo denuncerebbe una cecità ancora dilagante intorno a noi. Non ci siamo ancora accorti di essere parte di un’epidemia strisciante, silenziosa e bianca. Temiamo il buio e non il suo contrario, l’uomo nero e non quello bianco, mentre un gruppo di altri ciechi gioca a dadi con il nostro destino. Ci siamo adagiati sul proverbiale “occhio non vede, cuore non duole”, ma senza cuore non ha senso nemmeno avere occhi, e Saramago l’aveva capito bene.

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