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Cos’è la cultura degli alibi e perché ci riguarda tutti

06 settembre 2019
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Nella poesia Se, Rudyard Kipling spiega al figlio che, per essere considerato un uomo, dovrà imparare a confrontarsi sia con il trionfo che con la rovina e a trattare questi due “impostori” – come lui stesso li definisce – allo stesso modo. In sintesi, per Kipling si diventa davvero uomini, tra le altre cose, solo quando si sviluppano una stabilità emotiva e un equilibrio tali da mantenere la calma di fronte al successo così come al fallimento. Questo perché si tratta di una condizione dell’animo che l’uomo comune riesce a raggiungere con difficoltà.

Viene da pensare, allora, a un vecchio detto attribuito al poeta britannico John Keats che nella sua versione più nota recita: “la vittoria ha cento padri, mentre la sconfitta è orfana”. Parafrasando, quando si raggiungono obiettivi importanti o si riesce finalmente a ottenere un successo, tutti provano a rivendicarne il merito; al contrario, quando perdiamo o anche quando commettiamo un semplice errore, tendiamo quasi sempre ad attribuire la colpa a qualcun altro. Lo facciamo per deresponsabilizzarci, nell'errata convinzione che sottolineare gli errori altrui possa sollevarci dalle nostre responsabilità.

In tempi più recenti, qualcuno è persino arrivato a dare un nome a questa attitudine – per riconoscerla e combatterla – coniando l’espressione “cultura degli alibi”. Il suo nome è Julio Velasco, l’allenatore argentino che, all'inizio degli anni Novanta, guidò la Nazionale di pallavolo maschile verso una serie di successi senza precedenti, dando inizio al cliclo della "Generazione di fenomeni": un gruppo capace di vincere tre mondiali consecutivi (l'ultimo con il brasiliano Babeto in pachina) e di meritarsi la nomina di "Squadra del Secolo" da parte dell'FIVB, entrando di diritto nella leggenda dello sport.

E se gli azzurri furono in grado di stabilire un record simile, buona parte del merito è da attribuire, oltre che al loro talento – si pensi a giocatori come Gardini, Lucchetta, Zorzi, Tofoli, Cantagalli, Giani, Papi e Bernardi, quest’ultimo nominato addirittura “Miglior giocatore di pallavolo del Ventesimo secolo" a pari merito con lo statunitense Karch Kiraly – alla mentalità vincente instillata in essi dal tecnico argentino. Una mentalità che si è poi diffusa non solo tra gli addetti ai lavori, ma anche a livello mediatico e in contesti aziendali e di business, dove Velasco è stato più volte invitato per esporre la sua filosofia e stimolarne possibili applicazioni anche in ambito sociale e manageriale.

Per spiegare la sua mentalità vincente, Velasco ha spesso usato questo esempio: nella pallavolo, quando lo schiacciatore sbaglia un attacco e scarica la responsabilità sull’alzatore, può di frequente innescarsi una sterile e inopportuna catena di deresponsabilizzazione. L’alzatore, infatti, per alleviare il peso del “rimprovero” allargherà subito le braccia in direzione dei compagni in ricezione, esigendo da questi maggiore precisione. I ricevitori, non avendo più nessuno su cui scaricare la colpa – visto che il pallone arriva dal campo avversario – alzeranno lo sguardo verso il soffitto, alla ricerca di qualche difetto dell’impianto di illuminazione. Secondo Velasco, allora, si può ironicamente dedurre che, se la squadra perde, la “colpa” è dell’elettricista.

Soffermandosi su questo concetto, non si può fare a meno di notare come questa attitudine ricorra ancora oggi negli ambiti più diversi e si manifesti quasi sempre come uno sfogo morboso, legato alla ricerca di un colpevole o di qualcuno che, comunque, ha una colpa più grave. Viene da chiedersi quindi se la cosiddetta “cultura degli alibi” di cui si parlava già trent’anni fa in ambito sportivo sia solo una consapevole strategia per distogliere l’attenzione dai propri sbagli (o da quelli commessi dalla categoria a cui sentiamo di appartenere) o una forma mentis diffusa, soprattutto nel nostro Paese.

Basta guardare agli anni Venti e Trenta del secolo scorso per avere la dimostrazione di quanto la ricerca costante di un capro espiatorio possa essere socialmente pericolosa, se portata all’estremo. Come scrisse Primo Levi nel libro La Tregua, “in ogni gruppo umano esiste una vittima predestinata: uno che porta pena, che tutti deridono, su cui nascono dicerie insulse e malevole, su cui, con misteriosa concordia, tutti scaricano i loro mali umori e il loro desiderio di nuocere”. Ma se rinunciamo tanto facilmente alle nostre responsabilità, siamo disposti ad abdicare altrettanto facilmente anche alle nostre libertà? Non so se Corrado Augias avesse in mente questo quando, nel 2012, nel consigliatissimo saggio “Il disagio della libertà: perché agli italiani piace avere un padrone”, evidenziava l’altro lato di questa pericolosa debolezza del nostro carattere; una debolezza che, in passato, ci ha portato a minare le fondamenta stesse della democrazia per delegarle a un presunto uomo della provvidenza. “Molti finiscono per preferire i comodi del cortigiano alle libertà del cittadino, che possono essere faticose, richiedono costante vigilanza e impegno”, scrive Augias, citando La Boétie, teorico della “servitù volontaria”.

Le vicissitudini che hanno riguardato Velasco negli ultimi mesi (prima l’addio al volley ai primi di maggio, poi il ripensamento e l’incarico di direttore tecnico dell'attività giovanile della Nazionale maschile) ci offrono oggi il pretesto per riprendere e rinfrescare il dibattito sulla cultura degli alibi e sulle sue possibili implicazioni a ogni livello della società: nello sport, chiaramente, ma anche nel lavoro, nella politica e nei rapporti interpersonali. In conclusione, la domanda è: lavorare sul nostro approccio alle cose, senza cercare a tutti i costi un capro espiatorio su cui scaricare il famoso “barile”, può renderci vincenti? Forse sì. Migliori, sicuramente.

Articolo di Patrizio Lemme

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