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“Domina” e le altre rivisitazioni al femminile della Storia e del mito

31 maggio 2021

La storia di Livia Drusilla è ben diversa dalle storie delle donne di alto ceto nell’antica Roma; è una storia di affermazione e realizzazione femminile in tempi in cui le donne del ceto dirigente - di cui Livia era esponente - erano spesso vittime di scambi matrimoniali tra gli uomini di potere. Poco importava persino che fossero già sposate.

Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia”, ovvero “ovunque tu sarai felice, io sarò felice”. In poche parole: venivano spesso trattate come una proprietà. Sono tristemente note le vicende di Tullia, figlia di Cicerone, che a trent’anni aveva avuto tre mariti per suggellare via via gli accordi del padre, o di Scribonia, già divorziata due volte, data in sposa a Ottavio Augusto per tenere a bada la flotta di Sesto Pompeo.

Quindi come è diversa questa storia, la storia di Livia Drusilla?

Se in effetti inizia nello stesso identico modo - suo marito Tiberio Claudio Nerone la cedette in sposa a Ottavio Augusto in cambio della pacificazione politica - è il finale a sorprendere: Livia Drusilla, diventerà una figura di potere al pari del marito, il primo imperatore romano. Sarà una donna che non è più proiezione del potere maschile e si ergerà a modello di riferimento per ogni imperatrice dopo di lei che si appellerà alle sue conquiste sociali.

Non è un caso che il claim scelto per la presentazione di Domina, la nuova serie Sky creata da Simon Burke che racconta proprio la storia di Livia Drusilla, sia: “L’imperatore più potente di Roma è una donna”.

Gli otto episodi del serial seguono l’evoluzione di Livia (Kasia Smutniak) da soggetto passivo, ceduta dal marito come merce di scambio, a indiscutibile protagonista del potere romano. Una figura perfino divinizzata (Ovidio la descrisse come una Venere col volto di Giunone) amata dai sudditi, scaltra, capace di influenzare la direzione politica dell’impero. Pronta a lottare non solo contro gli usurpatori ma contro la tradizione, contro la società stessa. Una storia di intrighi a corte, quindi, che potrebbe ricordare nell’estetica e nelle intenzioni il classico peplum cinematografico ma che inevitabilmente si rifà a produzioni recentissime e ben più pop come Rome, Spartacus e, perché no, ai brillanti personaggi femminili che ci ha consegnato quell’indimenticabile fenomeno culturale de Il Trono di Spade. Non a caso uno dei volti internazionali che compongono il cast appartiene a Liam Cunningham, veterano del piccolo schermo che prestò le fattezze a Ser Davos, che qui interpreta il saggio Livio, padre della protagonista.

Un espediente, questo di raccontare il mito e la Storia dal punto di vista femminile, non solo interessante, perché capace di regalarci uno sguardo critico alternativo alla nostra formazione, ma dovuto. Narrazioni che hanno dettato l’indirizzo dell’immaginario collettivo e che spesso non ci hanno concesso altro punto di vista che quello unidirezionale degli eroi entrati nel mito, finalmente diventano tridimensionali, si arricchiscono e risultano ancora più preziose. In questa direzione si stanno muovendo il cinema, la televisione e in generale la narrativa mondiale, basti pensare a due dei più grandi successi letterari degli ultimi anni come Il silenzio delle ragazze e Circe. Nel primo, Pat Barker, racconta il poema omerico per eccellenza, l’Iliade, dal punto di vista di Briseide, la schiava di Achille. Una donna inserita in una narrazione profondamente maschile dove però sono le donne, come Elena e come Teti, a tirare le fila del destino del pelide e degli altri achei. In Circe di Madeline Miller, l’autrice regala una dimensione che vada oltre Odisseo a una delle figure femminili più affascinanti del mito greco, intrecciando la sua vicenda con quella di altri personaggi tragici come la tormentata Medea e la regina Pasifae, la madre del Minotauro.

Alla fine della storia di Livia Drusilla, o meglio di Giulia Augusta come verrà ribattezzata nel pieno dei suoi poteri, i casi di donne trattate come merce di scambio sono ormai rari. Anzi, le donne dell’alta società romana cominciano con maggiore frequenza a scegliersi i mariti che preferiscono. Se è vero che diritto e tradizione continueranno a negare alla donna l’esercizio delle cariche pubbliche e che l’autonomia dall’uomo non sarebbe stata ancora possibile per secoli, in Livia vivrà un esempio di parità, un atteggiamento di non subordinazione, non di scontro ma di collaborazione con l’organo principale del potere romano. Modello di virtù che viene celebrato in questa produzione internazionale che, ci auguriamo, servirà a sua volta come scintilla per narrazioni altrettanto significative, alla scoperta delle donne che hanno cambiato la storia.

In cover, ritratto in marmo di Livia e Tiberio 

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