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Dostoevskij: non si comprende davvero il senso dell’esistenza finché non si rischia di perderla

20 ottobre 2020
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A volte ci si dimentica della bellezza della vita e serve un terribile choc o per ricordarsene. Non capita solo alle persone comuni ma anche a intellettuali e scrittori: non tutti hanno la stessa naturale fame di vita di Curzio Malaparte, che Osvaldo Tamburi delfinì “un razziatore della vita, tipo Fernando Cortez, avido di cose e di prede”.

Lo scrittore russo Fyodor Dostoevskij, ad esempio, riscoprì il gusto di vivere quando si trovò a dover trascorrere quattro anni in un campo di lavoro siberiano. Il giovane Dostoevskij aveva deciso di assecondare le proprie ambizioni letterarie, scongiurando la madre povera di comprargli libri per studiare da autodidatta. Il suo percorso venne però interrotto da un episodio: all’età di ventisette anni, fu infatti arrestato per appartenenza a una società letteraria che faceva circolare libri considerati pericolosi dal regime zarista. Per la sua attività ritenuta sovversiva, venne condannato a morte.

A quei tempi la pena capitale era ancora uno spettacolo pubblico. Meno di un secolo prima, William Hogarth aveva rappresentato e criticato la passione inglese per le esecuzioni, che avevano luogo anche nei giorni festivi. In una sua celebre incisione, un uomo viene accompagnato al patibolo: attorno a lui sono rappresentati uomini ubriachi, venditori ambulanti, combattimenti di bambini e cani che ululano. L’atmosfera sembra quella di una macabra festa di paese. Il 22 dicembre 1849, a San Pietroburgo, il clima era più o meno lo stesso respirato nell'opera di Hogarth. Quel giorno, Fyodor Dostoevskij venne portato in una piazza pubblica insieme a una manciata di altri detenuti: dovevano essere tutti giustiziati, monito per chi avesse avuto la sovversiva idea di imitarli.

Al momento della prima esecuzione, si verificò tuttavia il colpo di scena, in linea con l’impianto farsesco dell’intero evento: venne annunciato che lo zar concedeva la grazia a tutti i condannati. Tutto era stato appositamente orchestrato per far apparire il despota come un sovrano misericordioso e benevolo. La vera sentenza venne letta poco dopo: seppur meno “definitiva”, restava comunque una dura punizione. Dostoevskij fu infatti condannato a trascorrere quattro anni in un campo di lavoro in Siberia, seguito da diversi anni di servizio militare obbligatorio nell’esercito dello Zar.  Avrebbe finito di scontare la sua pena probabilmente troppo tardi per riprendere le proprie ambizioni letterarie.

Ma in quel momento, appena dopo la sua fuga dalla morte, si sentiva comunque euforico di sollievo, come rinato e pronto per capire cosa fosse davvero importante nella vita. L’amore per la vita provato quel giorno in cui pensava l’avrebbe persa e la tendenza a vivere tutto con intensità e passione non abbandonerà più Dostoevskij, attirandogli addirittura le critiche di grandi colleghi. Un altro importante scrittore russo, Vladimir Nabokov, non lo amerà mai troppo proprio a causa di quello che lui definiva un “esasperato pseudosentimentalismo”.

Un esempio di quella passione viscerale che tanto innervosiva Nabokov è la splendida lettera a suo fratello Mikhail, scritta alcune ore dopo la messa in scena dell’esecuzione. Nella lettera, Dostoevskij ha un normale momento di scoramento ma recupera in fretta la gioia per il pericolo scampato e per l’essere ancora vivo. È lui a rassicurare il fratello su quanto ciò che è appena accaduto non equivalga a una fine: “Non ho perso il cuore, ricorda che la speranza non mi ha abbandonato. Dopo tutto ero sul punto di morire oggi, ho vissuto con quel pensiero per tre quarti d'ora, ho affrontato l'ultimo momento ma ora sono di nuovo vivo!

Lo scrittore invitava dunque a realizzare quanto non si debba mai perdere la speranza di migliorare la propria esistenza, neanche quando le contingenze spingerebbero invece a rifugiarsi nel timore o nella nostalgia del passato. Qualche secolo dopo, Enzo Biagi citò una vecchia canzone della Russia di Dostoevskij per spiegare quanto valesse la pena di amare comunque sempre la vita. A Biagi piaceva molto quel pezzo, i cui versi proclamavano: “Ti attendo, vento dell’infanzia, accarezzami ancora i capelli”. Non era però d’accordo con il suo messaggio, e scriveva: “È inutile inseguire immagini e rimpianti. Ho amato tanto la vita, ma non ho ancora capito cos’è”. Un po’ quello di cui si era convinto anche il giovane Dostoevskij in quei giorni difficili.

Non si tratta dell'unico grande insegnamento che lo scrittore russo trasse dall’intera vicenda: la lettera di Dostoevskij è anche una bellissima testimonianza di quanto, in determinate circostanze, l’essere umano sia pronto a rivalutare la propria intera esistenza, rendendosi più pronto a perdonare e amare i suoi simili. Dostoevskij  scrive al fratello: “Se qualcuno si ricorda di me con malizia e se ho litigato con qualcuno, se ho fatto una brutta impressione su qualcuno, digli di dimenticarsene appena riesci a vederlo. Non c'è bile o rancore nella mia anima, vorrei tanto amare e abbracciare almeno qualcuno fuori dal passato in questo momento”. Tutta l’opera successiva di questo grande autore parte dalla voglia di spiegare la natura umana e cosa spinga a cambiamenti come questi. Sempre nelle sue Lezioni di Letteratura Russa, Nabokov spiegava che “Dostoevskij definisce i suoi personaggi attraverso le situazioni, i problemi etici, le reazioni psicologiche, le fluttuazioni interiori”.

Quando ci si trova in condizioni estreme, dice Dostoevskij nella sua lettera, viene fuori la vera anima delle persone e, quello che emerge dalle persone buone è quasi sempre solo amore. La bontà è qualcosa di difficile da avere e si prova davvero solo dopo essere passati attraverso momenti difficili. Questa idea è condivisa anche dal poeta Pablo Neruda, che asseriva in merito: “I buoni saranno quelli che riusciranno a liberarsi al più presto di questa menzogna paurosa e che sapranno dire la loro bontà indurita contro tutto ciò che lo meriti. Bontà che va, non con qualcuno, ma contro qualcuno. Bontà che non scocci né lecchi, ma che sbudelli e combatta perché è l’arma stessa della vita”.

Dostoevskij non ammirava solo le persone buone ma anche quelle che non si fanno sopraffare dalla pigrizia o dai vizi, e lo ripetè più volte. Non fu mai come altri celebri colleghi: non passò mai la vita con lo spirito di un Francis Scott Fitzgerald, di cui Fernanda Pivano scrisse: “Per tutta la vita Fitzgerald registrò il denaro guadagnato e si considerò uno scrittore commerciale, e per tutta la vita si ubriacò senza pietà di se stesso, trattenendosi soltanto nei pochi giorni in cui scriveva un racconto per guadagnare il denaro al quale non voleva rinunciare”. Un’esistenza simile non era vita vera per Dostoevskij, che espresse le sue perplessità su atteggiamenti di questo tipo: “La vita vivente è volata via da voi, vi sono rimaste solo formule e categorie, e voi ne sembrate addirittura contenti. Perbacco, così c'è più tranquillità (pigrizia)”.

La famosa lettera di uno dei padri della letteratura russa si chiude con una malinconica presa di coscienza, che lo aiuterà a vivere pienamente ogni giorno, da quel momento in poi: “Quando guardo indietro al passato e penso a quanto tempo è trascorso invano, a quanto tempo è stato perso nelle delusioni, negli errori, nell'ozio, nell'incapacità di vivere. Come non sono riuscito a valutarlo, quante volte ho peccato contro il mio desiderio e il mio spirito – in questi casi il mio cuore si contrae per il dolore. La vita è un dono, la vita è felicità, ogni momento avrebbe potuto essere un'eternità di felicità. Si jeunesse savait! [Se i giovani lo sapessero!]”.

In un’altra missiva di qualche tempo dopo, datata 22 dicembre 1849 e indirizzata sempre al fratello, lo scrittore chiarisce il suo grande insegnamento, scrivendo dalla Fortezza di Pietro e Paolo a Pietroburgo: “La vita è vita dappertutto; la vita è dentro noi stessi, e non in ciò che ci circonda all’esterno. Intorno a me ci saranno sempre degli uomini, ed essere un uomo tra gli uomini e rimanerlo per sempre, in qualsiasi sventura, non abbattersi e non perdersi d’animo, ecco in che cosa sta la vita, e in che cosa consiste il suo compito”. Non bisogna rinunciare a cogliere le ricchezze dell’esistenza e non serve per forza sfiorare la morte, come fece Fyodor Dostoevskij, per capirlo.

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