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Non esistono risposte giuste o sbagliate, la vita è interpretazione – ci disse Gadamer

09 aprile 2022

Tutti i giorni ci troviamo a compiere scelte, sia che si tratti di piccole decisioni legate alle faccende quotidiane, sia che si tratti di scelte importanti da cui può dipendere il resto della nostra vita. Mentre da un lato la società odierna ha ampliato all’infinito lo spettro delle possibilità a nostra disposizione, dall’altro non ci sentiamo mai pronti per affrontare una scelta decisiva e dare una svolta alla propria vita. L’ansia di compiere un passo falso a volte è così forte da mandarci in crisi, ma nonostante questo ci sentiamo dare consigli e pareri su quale sia o sarebbe stata la scelta migliore, come se tutti avessero le risposte pronte. Dietro la presunta sicurezza di chi sa sempre qual è la linea di confine tra giusto e sbagliato, però, spesso si nasconde solo una grande paura di convivere con l’incertezza

Scegliere non è affatto una cosa semplice, non basta applicare con rigore un metodo per trovare la risposta giusta. Vero o falso funzionano nell’universo della logica ma non in quello dei sentimenti e la vita non è un esercizio mentale. Allo stesso modo non basta assecondare passivamente un sistema di valori precostituito, non esistono risposte giuste o sbagliate a priori. La vita è interpretazione, ci disse il filosofo tedesco Hans-Georg Gadamer, e l’unica cosa che dobbiamo fare è trovare la nostra.

In questa prospettiva saper domandare è più importante che saper rispondere: non sono le risposte pronte che conducono alla conoscenza di se stessi, ma le domande sincere. Secondo Gadamer non è possibile fare delle esperienze senza porsi delle domande. Le domande implicano un’apertura nei confronti della vita perché ci rendono consapevoli che le cose possono andare anche in modi diversi da quelli che prevediamo e implicano una pausa dalla quotidianità che ci permette di soffermarci sulle cose e dare loro un significato.

L’esperienza non è un contenitore dove col tempo si accumulano delle cose, ma è un impatto, una collisione che mette alla prova il nostro atteggiamento e ci obbliga a mettere in discussione le nostre opinioni. Non è un caso se ci consoliamo con frasi come “È stata comunque una grande esperienza” in seguito a un’avventura finita male: è proprio la mancanza di un lieto fine a farne un’occasione di crescita. Crescere non significa altro che cambiare il proprio punto di vista sulle cose, ma il cambiamento di visuale è possibile solo laddove vi sia un atteggiamento di apertura: chi ha già le risposte a tutto conosce solo la propria prospettiva.

Chi ha un po’ di dimestichezza con la storia della filosofia riconoscerà sicuramente il debito che Gadamer ha nei confronti della saggezza greca. La negatività implicita nel domandare, che presuppone la messa in discussione delle proprie certezze, trova il suo compimento nel principio dei principi: il sapere di non sapere. È la famosa docta ignorantia di Socrate che rivela la superiorità della domanda rispetto a una risposta pronta. Chi in un discorso vuole sempre avere ragione e non cerca di penetrare l’essenza di un problema considera il domandare meno importante del rispondere. Lo stesso vale nella nostra vita quotidiana: chi vuole sempre dimostrare di essere nel giusto invece che cercare di vivere meglio sarà sempre impegnato a dire agli altri che cosa è giusto e che cosa non lo è, ma difficilmente sarà in grado di chiedersi quale sia la vera natura del bene. Per saper domandare è necessario voler conoscere più a fondo le cose, ma per poter sapere bisogna prima riconoscere la propria ignoranza. “Sapere di non sapere” è l’insegnamento di Socrate, e Gadamer si ispira a questo precetto per mettere a punto la sua personale filosofia della conoscenza.

Ammettere la propria ignoranza significa anche riconoscere i limiti dell’uomo e capire come ogni persona sia condizionata dal proprio contesto, dal proprio passato e dai pregiudizi che inevitabilmente si porta dentro di sé. I pregiudizi, secondo Gadamer, non si possono liberamente adottare o respingere, ma che ci piaccia o no contribuiscono a definirci. I pregiudizi non ci appartengono, ma sono il riflesso della nostra storia personale, della nostra famiglia, del contesto storico-sociale in cui siamo cresciuti e delle esperienze che abbiamo fatto.

La tradizione, il contesto, e quindi i pregiudizi vengono prima di noi e ci condizionano; ma questo non è un limite che ostacola la nostra comprensione delle cose né un muro oltre il quale non si possa andare; al contrario, questo limite è una sorta di orizzonte che ci permette di vedere le cose nella loro giusta prospettiva, e più questo orizzonte è ampio, più la nostra visione della cose sarà completa. Chi non ha un orizzonte, ci dice Gadamer, non vede abbastanza lontano e perciò sopravvaluta ciò che gli sta più vicino.

I pregiudizi sono inevitabili: i preconcetti sono parte di noi e orientano il nostro rapporto con il mondo. Per comprendere le varie esperienze della vita non basta applicare criteri sensati e procedimenti coerenti, non esiste un teorema della comprensione che possa essere applicato nelle varie circostanze per trovare la risposta giusta. C’è molto altro che sfugge al nostro calcolo mentale. Ci sono fantasie nascoste e antipatie insensate che agiscono come forze motrici della nostra vita e che ci sembrano inspiegabili in termini razionali. Ciononostante riusciamo a prevederle perché vi è già da sempre in atto dentro di noi quella che Gadamer chiama un’anticipazione di senso.

Ad esempio, se invito una ragazza a venire al cinema e non mi risponde, già mi aspetto che non sia interessata ad avere una relazione con me, non ho bisogno di una conferma ufficiale da parte sua. Allo stesso modo l’anticipazione di senso avviene anche nell’altra direzione: il cinema di per sé non implica alcuna allusione sentimentale, ma il mio invito viene letto dalla ragazza come molto di più di una semplice proposta culturale. Questo è possibile perché viviamo in una comunità storica in cui le tradizioni si tramandano di generazione in generazione, e tutti i significati che ereditiamo dal passato costituiscono l’universo simbolico dentro al quale ci muoviamo continuamente: anche questo fa parte dei pregiudizi.

Eppure sentiamo dirci spesso che bisogna lasciar perdere i preconcetti e cercare di assumere un punto di vista che sia il più neutrale possibile. È questo l’ideale supremo dell’illuminismo, prima ancora teorizzato da Cartesio, ovvero l’idea che solo il ricorso a un metodo possa dare a un giudizio la sua dignità e allo stesso tempo produrre una conoscenza certa e indubitabile. La mancanza di un fondamento di questo tipo può produrre solo giudizi falsi, infondati. Su quest’idea si basa il discredito in cui sono caduti i pregiudizi e la conseguente pretesa della scienza moderna di potervi prescindere completamente.

Anche l’illuminismo, sostiene Gadamer, ha uno suo pregiudizio fondamentale: il pregiudizio contro i pregiudizi, che durante quel periodo acquisirono la connotazione negativa che ancora oggi siamo soliti attribuirgli. Di per sé, pregiudizio significa solo un giudizio che viene prima di una verifica conclusiva che accerti la tesi sostenuta. “Pregiudizio” quindi non significa affatto giudizio falso, e per questo tale concetto può essere valutato sia positivamente sia negativamente. Ci sono dei pregiudizi legittimi che dispongono la nostra comprensione della cose e senza i quali semplicemente non potremmo vivere. Se una persona comincia a sparare in aria in un luogo pubblico, sono legittimato a darmela a gambe il più in fretta possibile, senza bisogno di dimostrare le sue cattive intenzioni.

La riabilitazione di Gadamer del ruolo dei pregiudizi ha un senso ben preciso: ridimensionare il ruolo del tribunale della ragione nel “mondo della vita”. Se dovessimo sottoporre ogni nostra minima scelta all’autorità della ragione non potremmo più vivere spontaneamente. Molte delle cose più belle che abbiamo vissuto ci sono capitate per caso, oppure sono il risultato di una scelta impulsiva o di un’esaltazione inspiegabile. Ci sono eventi che non si possono calcolare, e laddove finisce la dimensione del calcolo comincia quella della bellezza dell’imprevedibile, e della sorpresa che ci solleva dalla routine dalle nostre vite. Il filosofo in questo modo ci ricorda come spesso l’ostacolo più grande alla realizzazione di noi stessi derivi proprio dal nostro io, dal nostro analizzare e giudicare costantemente il nostro comportamento, condannando così la libertà più autentica di ciascuno di noi.

Invece di cercare sempre le risposte giuste e rimuovere quelle sbagliate, ciò di cui avremmo davvero bisogno è trovare delle risposte che siano nostre veramente. Ciò che è giusto per gli altri non lo deve essere anche per noi. Omologarsi al giudizio altrui non significa comprendere le cose; al contrario, “quando in generale si comprende”, scrive Gadamer, “si comprende diversamente”.

Cover via Unsplash. Free to use under the Unsplash License

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