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Chi era Lawrence Ferlinghetti, l’ultimo dei poeti Beat

25 febbraio 2021
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Nella sua autobiografia Little Boy, pubblicata nel 2019 in concomitanza con il suo centenario, Lawrence Ferlinghetti si descriveva così: “un fanciullo cresciuto da romantico contestatore, che ha conservato la sua giovanile visione di una vita destinata a durare per sempre, immortale come lo è ogni giovane convinto che la sua identità speciale non morirà mai”. Ferlinghetti non è mai invecchiato e in un certo senso è riuscito a diventare immortale, anche se  come tutti è stato costretto ad assecondare i limiti di un corpo organico. Così il 22 febbraio è morto, all'età di 101 anni, il poeta ed editore di origini italiane che fece conoscere al mondo la Beat Generation.

Lawrence Ferlinghetti nasce in un contesto culturalmente e linguisticamente variegato: la madre era di origini francesi e portoghesi, mentre il padre è nato a Brescia ed emigrato poi negli Stati Uniti. Anche se Ferlinghetti nasce negli Stati Uniti, la morte prematura del padre e il ricovero della madre in manicomio fanno sì che passi i primi cinque anni della sua vita a Strasburgo con la zia, divenendo a tutti gli effetti madrelingua francese, per poi trasferirsi a New York, presso una famiglia per la quale la zia svolgeva la mansione di governante. Ed è interessante scoprire come Lawrence Ferlinghetti, il figlio di un immigrato italiano, un giovane spiantato nato e cresciuto in un crogiolo di culture tra l’Europa e gli Stati Uniti, un bambino dalle condizioni economiche non esattamente agiate al seguito della zia governate, sia riuscito a diventare uno degli editori più importanti della storia.

Ferlinghetti ha la possibilità di studiare giornalismo grazie alla famiglia presso la quale la zia presta servizio: grazie a loro frequenta l’Università della Carolina del Nord a Chapel Hill, poi consegue il diploma post-laurea alla Columbia University e in seguito un dottorato alla Sorbona. La carriera accademica di Ferlinghetti si rivela da subito brillante quanto quella dei poeti beat di cui poi pubblicherà le opere più celebri.

Nel 1951 si trasferisce a San Francisco e conosce Peter D. Martin, anche lui italo-americano, figlio dell’editore Carlo Tresca. Oltre ad insegnare sociologia presso il San Francisco State College, a quei tempi Martin aveva fondato quello che probabilmente può essere considerato il primo magazine di cultura pop della storia, e lo aveva chiamato City Lights. Il nome voleva essere un tributo all’omonimo film muto del 1931 scritto, diretto e interpretato da Charlie Chaplin. Anche questo è un modo per capire come lo sguardo della Beat Generation si posi non solo sulla sua città, San Francisco, ma sull’America intera e i suoi abitanti. Uomini e donne gentili ma disperati, storie d’amore sporche e pure allo stesso tempo, esseri umani che sulla base dei loro intenti diventano qualcos’altro, qualcosa di più che umano, assumendo un significato superiore.

Qui riecheggiano le parole di Jack Kerouac in Tristessa, pubblicato dalla casa editrice Avon Publications nel 1960: “Signore indie nell’imperscrutabile buio della notte: sembrano buchi nel muro non donne”. Per sostenere i costi del magazine, Martin e Ferlinghetti entrano in affari e fondano insieme il City Lights Bookstore, casa editrice e libreria di edizioni tascabili: “Fu di Martin l’idea brillante di aprire la prima libreria di edizioni tascabili del Paese. A quel tempo non ce n’erano”, racconta Ferlinghetti nel libro The Beat Generation in San Francisco: A Literary Tour di Bill Morgan. In ogni caso, due anni dopo Martin decide di vendere la sua quota della City Lights tornare a New York, la sua città natale, per fondare il New Yorker Bookshop.

La Beat Generation è composta dai più geniali studenti della Columbia University che improvvisamente si ribellano contro il castrante sistema accademico per sperimentare uno stile letterario che rompe ogni logica sintattica tradizionale con una spontaneità che solo la necessità di assecondare un impulso espressivo inarrestabile può generare. E poi la sperimentazione con le droghe, l'immersione nella filosofia orientalista. L’intuizione che la materialità sia un’illusione. Le vite di Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Lucien Carr, William S. Burroughs, sono vite vissute al limite, nell’inibizione sessuale e l’abuso di sostanze, vite cinematografiche ma reali che hanno smascherato con schiettezza e disinvoltura l’altra faccia dell’America degli anni ‘50.

Sebbene sia ben risaputo che la Beat Generation ha avuto inizio con l’incontro di  Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Lucien Carr e Hal Chase alla Columbia University, il ruolo di Ferlinghetti è fondamentale, né semplicemente un editore, né un mero imprenditore: piuttosto ha incarnato in tutti gli aspetti l’atmosfera e gli ideali della Beat Generation che aveva scelto di rappresentare. La City Lights diventa presto un ritrovo per i poeti Beat almeno quanto lo era stata la Columbia University. Ferlinghetti capisce presto che quel gruppo di giovani, deviati e geniali drogati di cui lui stesso fa parte darà vita ad uno dei movimenti letterari più rivoluzionari del secolo, e che il mondo deve saperlo.

Ferlinghetti scrive di suo pugno ben 30 raccolte di poesie, di cui la più famosa, A Coney Island of the Mind, originariamente pubblicata dalla City Lights nel 1958, è stata tradotta in nove lingue:

?I am waiting for my case to come up

and I am waiting

for a rebirth of wonder

and I am waiting for someone

to really discover America [...]”

(Lawrence Ferlinghetti, “I am waiting”, da Coney Island of the Mind, 1958)

La City Lights ad oggi conta più di trecento opere pubblicate, tra cui spiccano i nomi di Jack Kerouac – che con la casa editrice pubblica Scattered Poems, Gregory Corso (Gasoline & Vestal Lady on Brattle, 1955) e Allen Ginsberg, del quale nel 1956 pubblica la celeberrima raccolta Howl and Other Poems. Sarà proprio questa pubblicazione a far guadagnare a Ferlinghetti la fama di cui ha goduto per più di mezzo secolo, perché Howl, considerato assolutamente inaccettabile dalle istituzioni, costerà a Ferlinghetti l’arresto con l'accusa di diffusione di oscenità. Ciò che risulta osceno e indecente sono i numerosi riferimenti espliciti all’uso di droghe tra cui anfetamina, LSD, morfina, marijuana, oltre alla descrizione di pratiche sessuali anche omosessuali, temi che nel 1956 erano considerati un tabù da relegare all’ambito della devianza e che portano all’apertura di un processo nel 195.

Ginsberg è esplicito fin dall’incipit del suo poema nel chiarire che il suo intento è quello di dipingere un ritratto fedele della sua generazione, una generazione di cui ha visto le migliori menti “[...] distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa, hipsters dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte, che in miseria e stracci e occhi infossati stavano su partiti a fumare nel buio soprannaturale di soffitte a acqua fredda fluttuando sulle cime delle città contemplando jazz”. Come renderlo meno brutale senza snaturarlo?

Grazie all’interesse suscitato dalla questione tra importanti esponenti della letteratura contemporanea e con il supporto dell'Unione per le Libertà Civili Americane, Ferlinghetti viene assolto dalle accuse quando il giudice Clayton Horn decreta che la censura del poema avrebbe significato un atto incostituzionale, in quanto avrebbe infranto il Primo Emendamento (quello che garantisce la libertà di parola e di stampa). Insieme alla vittoria, iI processo dà sia all’editore che allo stesso Ginsberg la popolarità che oggi conosciamo e l’opinione pubblica comincia a vederli come paladini della libera espressione artistica, immolati in nome del diritto di raccontare la realtà anche quando è scomoda o spiacevole o antiestetica.

Scandalizzando gli ipocriti e rappresentando chi si trova ai margini, i poeti e gli scrittori della Beat Generation hanno catturato con fedeltà l'uomo e la sua condizione: un uomo crudo, nudo, anche disgustoso e corrotto, ma reale. A loro dobbiamo la nascita della letteratura americana contemporanea. Possiamo considerare la consapevolezza sociale, lo spirito ribelle e l’indipendenza dagli schemi letterari e di comportamento dei poeti Beat come la scintilla rese possibile la rivoluzione del 1968. Con Ferlinghetti si spegne l’ultimo dei poeti Beat, colui che ha scoperto l'energia di questa "gioventù bruciata" e l'ha fatta conoscere al mondo.

Articolo di Laura Cocciolillo

In copertina Lawrence Ferlinghetti e Shig Murao, San Francisco, 1960 –  foto di Burt Glinn/Magnum Photos

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