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Marcello Mastroianni, la “faccia qualunque” che rubò il posto a Paul Newman

23 marzo 2022
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Quando si parla del film “La dolce vita”, è inevitabile pensare alla scena della Fontana di Trevi con Anita Ekberg. Eppure, c’è una sequenza che meglio rappresenta lo spirito di Marcello Rubini, personaggio interpretato da Marcello Mastroianni.

Si tratta di un dialogo con Maddalena, un’indimenticabile Anouk Aimée, e si svolge in auto a Piazza del Popolo. Lì, lei si lascia andare a un’indolente lamentela su Roma e sulla noia della vita mondana. Marcello ribatte: “A me invece Roma piace moltissimo: è una specie di giungla, tiepida, tranquilla, dove ci si può nascondere bene”.

Mentre Mastroianni recita la battuta, lui che fino a quel momento ha mantenuto l’atteggiamento sornione e sbruffone tipico del personaggio, guarda in basso, quasi a voler gettare la maschera. Malinconico, lievemente disilluso. Per un momento, e uno soltanto perché subito dopo riprende il suo ruolo, Marcello Rubini è una “faccia comune” in una Roma dove sopravvive il più furbo, quello che si mimetizza meglio adeguandosi alla dissolutezza morale della città.

Fellini aveva insistito tanto su questo aspetto per il personaggio del paparazzo: doveva essere uno fra tanti. Per questo motivo aveva voluto Mastroianni e aveva rifiutato una star internazionale come Paul Newman.

Federico Fellini, genio e sregolatezza

Delle opere come “La dolce vita” si dice che vengano fuori da una serie di fattori irreplicabili, e in effetti fu così anche per il film di Fellini. Da una parte il merito fu della sua spregiudicatezza e del suo genio, dall’altra, l’eccezionale “scoperta” di Mastroianni, con quel ruolo che pareva scritto proprio per lui.

colpi di testa di Fellini sono passati alla storia. Inizialmente voleva scrivere “Moraldo in città”, le avventure romane del suo personaggio del film “I vitelloni”. Ci aveva ripensato e aveva deciso di raccontare la vacua esistenza di un aspirante scrittore che era diventato un fotografo scandalistico e poi un frequentatore del jet-set romano. Un paparazzo. Perfino questo nuovo termine era avanguardistico, coniato appositamente per il film sotto suggerimento di Giulietta Masina, moglie e musa ispiratrice di Fellini. Talmente efficace da entrare poi nel dizionario italiano per indicare quei fotografi della cronaca rosa che rubavano scatti alle star.

Il regista aveva preso accordi con i produttori: era stato stabilito un budget di circa 400 milioni di lire per 3000 metri di pellicola. Alla fine delle riprese il costo del film, considerando anche i faraonici set a Cinecittà, tra cui una replica di Via Vittorio Veneto, era lievitato del doppio, una cifra record per l’epoca: 800 milioni di lire. I metri di pellicola erano arrivati a centomila, tanto che dopo il primo montaggio il film era lungo oltre quattro ore e tutti i contratti con gli esercenti italiani rischiarono di saltare in aria perché nessuno voleva proiettarlo.

Inoltre Fellini aveva litigato con il primo produttore, Dino De Laurentiis, per la scelta del protagonista. De Laurentiis voleva un divo internazionale e aveva fatto il nome di Paul Newman, che si era detto ben disposto a lavorare con il maestro Fellini. Ma il regista chiedeva una “faccia qualunque”, una che si potesse mimetizzare nella sua Roma, che si potesse nascondere bene. E tutto si poteva dire della faccia di Paul Newman tranne che fosse “qualunque”.

L’arrivo di Marcello Mastroianni

Fu sempre la Masina a far scoccare la scintilla tra Federico Fellini e Marcello Mastroianni. Lei aveva conosciuto l’attore a teatro e poi l’aveva suggerito al marito. L’incontro tra i due avvenne nella villa dei Fellini a Fregene. Mastroianni era già un attore affermato, aveva recitato per Luchino Visconti e per Mario Monicelli, ma non era ancora il divo internazionale che sarebbe diventato dopo “La dolce vita”. Non era ancora la star che conquistava la folla con quel sorriso autoironico e il fare sornione, pigro, da irresistibile viveur. Che trent’anni più tardi sarebbe stato ospite al David Letterman Show, prendendo in giro tutto e tutti, anche se stesso, anche la sua brillante carriera e le tormentate storie d’amore con le sue donne.

Al colloquio con Fellini – a cui quella faccia, bisogna dirlo, piacque subito – chiese timidamente di poter leggere la sceneggiatura del film. Ennio Flaiano, lo storico sceneggiatore di tanti capolavori felliniani, gli allungò una cartellina con dentro un foglio. All’interno c’era un disegno, un po’ osceno, di un uomo totalmente nudo che nuotava in mare. Mastroianni la prese con spirito e capì che lavorare con Fellini sarebbe stato profondamente diverso rispetto a tutto quello che aveva fatto fino a quel momento.

"Marcello, come here"

Ed eccoci, in quella famosa fontana, dove l’indimenticabile Anita Ekberg chiama Marcello per entrare e bagnarsi in una fredda notte romana di marzo. Lei, una Venere del nord, sotto il vestito niente; lui che d’accordo col regista aveva indossato una muta sotto lo smoking e per scaldarsi si era concesso qualche bicchierino di vodka. “Marcello, come here, hurry up!” e lui ipnotizzato dal canto della sirena non può resistere, inebriato dalla visione quasi la bacia.

Due minuti scarsi destinati a trasformare Marcello Mastroianni nell’attore italiano per eccellenza. Un latin lover (a tal proposito di certo contribuirono le storie d’amore con star internazionali come Faye Dunaway e Catherine Deneuve) e l’alter ego di Federico Fellini, che lo utilizzerà proprio in questo ruolo nel successivo e forse ancora più iconico “8 ½”.

Poi, come nella migliore tradizione del realismo magico felliniano, sospeso tra sogno e realtà, la notte scivola via e il mattino rompe l’incanto. Marcello e Sylvia non sono più Ulisse e la sirena, sono un paparazzo e una diva e lo zelo che lui aveva dimostrato fino a qualche secondo prima svanisce. Perché in fin dei conti lei è il sogno, inarrivabile, e lui è solo uno con una “faccia qualunque”.

Tutto giusto, tranne per il fatto che dopo quel breve tuffo nella Fontana di Trevi, la faccia di Marcello Mastroianni diventò come quella di Paul Newman. Si sarebbe potuto dire tutto tranne che fosse una faccia qualunque.

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Immagine interna 1 via Wikimedia

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