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Oriana Fallaci e Marilyn Monroe: l’intervista più difficile della storia

17 giugno 2020
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I sette peccati di Hollywood è uno dei primi libri scritti da Oriana Fallaci, formato da una serie di interviste alle più grandi star del cinema americano degli anni Cinquanta, tra cui Judy Garland, Kim Novak e Gene Tierney. Ma la più significativa di tutte, paradossalmente, fu quella che non avvenne mai. E sono proprio gli straordinari retroscena di questo mancato incontro a renderla così importante: si tratta dell’intervista a Marilyn Monroe. Un qualcosa che oggi sarebbe apparso monumentale, l’appuntamento tra Oriana, ex staffetta partigiana, allora giornalista alle prime armi e cronista per L’Europeo, e una delle più grandi dive del momento; la ragazza fiorentina che da lì a poco avrebbe dormito con i soldati al fronte, camminato tra le bombe inesplose ed esplorato la base NASA, e la Venere del grande schermo che in preda a mille paure arrivava sul set con ore e ore di ritardo, facendo infuriare i registi e mandando a monte contratti milionari.

È precisamente il 1956 quando Oriana Fallaci arriva a New York, e senza perdere tempo avvia immediatamente le ricerche. Le aspettative della sua redazione su questa nuova inchiesta in trasferta sono tante, ed è decisa a dimostrare il massimo: telefona ad alcuni amici del New York Times, il giornale, allora, più influente in assoluto. Ma persino loro si trovavano nella stessa condizione d’impotenza. Continuano le telefonate a Life, Look, Collier’s. Quotidiani, riviste, passati in rassegna per ordine di rilevanza. Nulla da fare. I giornalisti americani spiegano che voler incontrare Marilyn è quasi come voler invitare a colazione Rockfeller, ma ancora più difficile. Marilyn cambiava appartamento ogni venti giorni per non essere rintracciata. Intanto, ogni collega italiano di Fallaci su suolo newyorkese inizia ad aiutarla in quella che in meno di una settimana si trasforma in una vera e propria caccia.

In sole due sere, Fallaci scortata dalla troupe improvvisata di aiutanti visita dodici ristoranti, diciotto night-club, otto cinema e quattordici teatri. Quando le speranze iniziano a diminuire, però, riesce a ottenere il numero di telefono di Irving Hoffmann, il pubblicitario più famoso d’America. Colui che aveva accompagnato la (non ancora) regina Elisabetta a mangiare hot-dogs durante la sua visita ufficiale negli Usa. La telefonata si conclude nel migliore dei modi: Irving ha l’indirizzo corrente della Monroe: 60, Sutton Place. Le avrebbe immediatamente inviato un telegramma. Oriana Fallaci e il suo entourage possono dormire sonni tranquilli. L’indomani mattina Hoffmann, invece, si rifà sentire, afflitto: Marilyn ha già cambiato appartamento, il telegramma è tornato al mittente. Il valzer di numeri telefonici, contatti e richieste di aiuto a quel punto prende un ritmo sempre più convulso: via con Earl Wilson, famoso columnist.; Steven Kauffmann, ricchissimo ammiratore della diva; Earl Blackwell, stalker ante-litteram delle celebrità. Tutto inutile. Indirizzi vecchi, chi non sa, chi non può dire. Oriana Fallaci ha perso il controllo della situazione, e le aspettative circa l’impresa ormai sono seguite non più solo dalla redazione, ma da tutti i mass media. “Ormai tutta New York sapeva che una giornalista italiana stava cercando di intervistare la Monroe non riuscendoci. Così, dopo tre giorni, cominciarono a telefonarmi giornalisti che volevano intervistare me”.

Dopo settimane di ricerche letteralmente disperate, la voce arriva addirittura al nuovo compagno di Marilyn, Milton Greene, che tuttavia risponde annoiato, dando picche. A questo punto a Oriana non resta che tornare a Roma, ma non senza un estremo tentativo. Spunta infatti una tale Lois Weber, press agent e amica dell’attrice, che promette fuoco e fiamme pur di riuscire a contattare la Monroe per fissare l’incontro, cosa che ormai aveva assunto le sembianze di un incubo, dal quale la giornalista non vedeva l’ora di destarsi. Fallaci è costretta a passare gli ultimi due giorni a New York, che non aveva mai visto prima, letteralmente rinchiusa nella sua stanza d’albergo, attendendo spasmodicamente la telefonata di Weber.  “Dopo un giorno e una notte di reclusione al diciottesimo piano del Park Sheraton Hotel, dinanzi all’apparecchio della TV, feci la più insopportabile indigestione televisiva mai avuta,” racconta. “Avevo visto quattordici film, cinque incontri di pugilato, otto partite di rugby, dieci notiziari, tre opere, cinque operette, sette programmi per bambini, due spettacoli a beneficio dei poliomielitici e un centinaio di annunci. Tutto questo mentre rispondevo al maggior numero di telefonate che avessi mai ricevuto”.

Il martedì pomeriggio, giorno della partenza, arriva quindi per Oriana come un dono del cielo. Tutto è pronto per tornare in Italia, mancano dieci minuti. In quel momento Lois Weber telefona al centralino dell’aeroporto per farsi passare in tutta fretta Fallaci: Marilyn ha risposto. E in modo affermativo. L’incontro era pronto, sarebbe avvenuto nei giorni successivi, forse l’indomani stesso. “Grazie, ma il mio aereo sta per decollare. Mi saluti Marilyn e le dica che non le porto rancore. Se viene in Italia sarò felice di vederla”. Così rispose Oriana. “Chi era al telefono?” chiede la troupe italiana di aiutanti, con un barlume di riaffiorata speranza. “Un’amica, voleva salutarmi… le ho detto che venga in Italia”.

Sebbene questo possa sembrare il miglior epilogo della caccia a Marilyn, ebbene, non è così. Passato qualche anno, Oriana Fallaci ritorna a New York per altre interviste, quasi tutte a personaggi politici. Il ciclone Marilyn sembra essersi arrestato, e la giornalista, cercando di dimenticare il ricordo delle sue corse tra un taxi e l’altro alla ricerca della diva, si gode la città, la stessa che in futuro l’avrebbe ospitata fino all’ultimo, devastante periodo della malattia. Ma dopo qualche giorno trascorso a lavorare serenamente, la notizia: Marilyn è incinta. La redazione pretende un pezzo a riguardo. L’incubo ricomincia, ma questa volta sembra filare tutto liscio. La Monroe, ora sposata con Arthur Miller, la riceverà nel nuovo appartamento appena acquistato dalla coppia. Oriana Fallaci si fa coraggio e si reca all’appuntamento. Ad aprirle la porta, il neosposo di Marilyn, che la fa accomodare in salotto, mentre dalla stanza accanto si sentono dei rumori, quasi come se qualcuno stesse preparando dei caffè. Oriana ormai è sicura, avrà la sua intervista con l’attrice più famosa del mondo. Ma a spuntare in salotto è una domestica, con un vassoio carico di caffè e pasticcini. “Ecco, non volevo dirglielo, ma Marilyn è in ospedale. Le è venuta una gran febbre. Ci teneva tanto a incontrarla”. Una volta terminato lo scambio di convenevoli con Miller, Oriana si avvia verso l’uscita, e vedendo le pellicce dell’attrice appese all’ingresso, non resiste. Chiede a Miller: “Senta, ma è proprio sicuro che sua moglie esista?”.

Termina così il non-incontro più famoso della storia. Ma non senza un colpo di scena finale. Un’intervista non riuscita sarebbe stata una vergogna per qualsiasi cronista, soprattutto alle prime armi, com’era Oriana a quei tempi. Invece a Fallaci balena quello che fu probabilmente il primo colpo di genio della propria carriera: raccontare l’episodio pubblicandone un articolo. La parabola di Marilyn fu così utilizzata come tramite per spiegare all’Italia che iniziava a vivere i frenetici anni dell’“Hollywood sul Tevere”, Cinecittà e i paparazzi di via Veneto l’evanescenza di quel mondo patinato cui ci s’ispirava, un paradiso in celluloide chiamato Los Angeles.

Articolo di Alfonso Romeo

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