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Philippe Petit, il funambolo di “The Walk” che camminò sulle nuvole

10 ottobre 2021

Philippe Petit, 17 anni, era seduto in sala d’attesa di un dentista francese a causa di un improvviso ascesso quando il suo sguardo cadde sulla pagina di una rivista. Si parlava di due torri che, di lì a poco, sarebbero state costruite a New York. Era il 1966 e il mondo sognava il World Trade Center, le torri più alte del mondo. Il ragazzo non ci pensò due volte: strappò le pagine della rivista, le mise sotto la giacca e uscì di corsa dallo studio dentistico. Avrebbe avuto mal di denti per una settimana e un sogno da inseguire per i successivi otto anni. Fino a quella mattina del 1974, quando poggiò il piede sul cavo teso tra una torre e l’altra. Quattrocento metri d’altezza. Philippe Petit era pronto a fare la storia. Respirò a fondo e cominciò col primo passo.

La sua vicenda, a metà tra la favola e il “crimine artistico del secolo” come l’hanno definita in molti, è una delle più incredibili del nostro tempo. Da questa avventura, è nato un libro dello stesso Petit, “Toccare le nuvole”, un documentario che ha vinto l’Oscar, “Man on the Wire” e un film diretto da Robert Zemeckis, “The Walk”.

Attraversare il filo come metafora della vita

Nato da una famiglia medio-borghese di Nemours, a sud di Parigi, Philippe Petit capì subito di essere destinato a imprese fuori dal coro. Nei suoi primi diciotto anni fece ciò che poteva per affermare la propria identità anti-convenzionale: imparò l’arte del funambolismo, della giocoleria, si fece cacciare da cinque scuole prima di decidere di mollare tutto e girare il mondo sopravvivendo come artista di strada.

Dopo quell’incontro fugace con il progetto del World Trade Center sulla rivista, cominciò a sognare in grande. Nel 1971, tese una corda tra i campanili di Notre Dame e camminò tra le torri. Fu la prima impresa da funambolo che lo pose sotto gli occhi del mondo. Centinaia di persone fissavano stupite quell’uomo, quel ragazzino, che sfidava non solo la polizia di Parigi (che ovviamente lo arrestò una svolta sceso) ma anche e sopratutto la terrificante gravità terrestre.

Quello fu solo il primo di tanti arresti. Si dice siano stati oltre cinquecento. Tra questi, quello del suo secondo grande evento: nel 1973 attraversò i piloni dell’Harbour Bridge di Sydney in Australia. Intervistato da Le Figaro a proposito delle sue imprese, Petit disse:  “Una traversata sul filo è una metafora della vita: c’è un inizio, una fine, un progresso, e se si fa un passo di lato, si muore”.

L’incontro con il World Trade Center

Sempre nel 1973, Petit decise di coronare quell’incontro a lungo rimandato. Prese un aereo per New York, per vedere con i suoi occhi il World Trade Center nelle fasi finali della costruzione. Uscito dalla metropolitana, mentre saliva i gradini e guardava in alto fino alla cima delle due torri, fu preso dallo sconforto. Quel sogno che lo aveva mandato avanti per buona parte della sua vita gli sembrò impossibile. Non solo attraversare il vuoto tra le Torri Gemelle, ma anche portare lassù l’attrezzatura necessaria in gran segreto era una sfida apparentemente insormontabile.

Però la parola “insormontabile” non esisteva nel dizionario di Petit. Cominciò così a esplorare gli edifici, cercando di concretizzare il piano per intrufolarsi nel palazzo e preparare l’impresa. A tal proposito affittò un elicottero per sorvolare le torri e fotografarle al fine di costruire un modellino in scala. Si finse operaio edile, turista, giornalista e architetto per studiare ogni singolo aspetto della sicurezza e poi si trovò un basista: un certo Barry Greenhouse, che lavorava al Dipartimento assicurazioni dello Stato di New York, 82° piano. Greenhouse aveva riconosciuto Petit perché lo aveva visto nell’incredibile esibizione Parigina, quella di Notre Dame. Decise di aiutarlo spontaneamente. Tutto filava incredibilmente liscio fino a quando un incidente rischiò di mettere a repentaglio l’impresa. Petit calpestò accidentalmente un chiodo ferendosi gravemente al piede. Si dice che la fortuna aiuti gli audaci e nel suo caso fu proprio così: si rese conto che con le stampelle quelli della sicurezza lo lasciavano passare ovunque volesse.

Il crimine artistico del secolo

Restava il problema di portare all’ultimo piano decine di metri di cavo e l’attrezzatura necessaria. A questo proposito, fu fondamentale l’aiuto di Greenhouse, che riuscì a procurarsi dei tesserini falsi per Petit e per il suo staff, e dei documenti che li autorizzavano, in quanto operai, a portare equipaggiamento fino ai piani alti. Così, il funambolo e i collaboratori passarono la notte sul tetto delle due torri, a predisporre tutto per lo show del giorno successivo. Per lanciare il cavo da un tetto all’altro utilizzarono arco, frecce e un filo da pesca.

Nel momento in cui le due torri erano unite da questo cavo d’acciaio spesso poco meno di 3 centimetri, la parte “impossibile” del piano era riuscita alla perfezione. Adesso non restava che camminarci su. La vista, da quattrocento metri d’altezza, era da mozzare il fiato.

La passeggiata

La mattina del 7 agosto 1974, Petit si apprestò ad attraversare i sessanta metri sospesi a quasi mezzo chilometro di altezza da terra. Ogni libro, documentario o film tratto da questa storia rappresenta questo momento come se il mondo si riducesse esclusivamente all’artista funambolo e al cavo. Il silenzio infatti dominava ancora sulla città. Erano le sette del mattino e New York cominciava appena a rianimarsi. I primi impiegati transitavano ai piedi delle torri. Qualcuno, qualcuno abbastanza sveglio da rendersene conto, vide il cavo. E l’uomo in piedi sul bordo della Torre Nord. Nessuna protezione e un’asta per mantenere l’equilibrio stretta in mano. Non vorrà mica camminare su quella fune?

E invece sì. Una piccola folla cominciò a riunirsi alla base delle torri, tutti col naso all’insù. Qualcuno, a dire la verità, senza il coraggio di guardare, chiuse gli occhi col cuore in gola. Philippe Petit, un passo dopo l’altro, attraversò quel cavo che non era lungo solo sessanta metri. Era lungo 25 anni di vita passati a inseguire quell’attimo. Lo percorse tutto, poi si fermò e tornò indietro. Lo percorse nuovamente. Da una parte e dall’altra del cavo cominciarono ad arrivare i poliziotti che gli urlavano di smetterla, di mettersi in sicurezza sul tetto di una delle due torri. Per tutta risposta Petit fece avanti e indietro ben otto volte, si stese sdraiato sul cavo d’acciaio, si inginocchiò per ringraziare il suo pubblico. Poi, finalmente, decise di scendere. Alla polizia che lo ammanettò disse: “quando vedo tre arance, faccio il giocoliere, quando vedo due torri, ho voglia di passare da una all’altra”.

L’impresa si guadagnò una copertura mediatica tale che l’allora procuratore distrettuale di New York fu praticamente costretto a far cadere tutte le accuse formali a carico di Petit. Lo condannò simbolicamente a esibirsi per i bambini di Central Park.

A guardarla ancora oggi, quella scena continua a mettere i brividi. Non importa che si abbia la sicurezza che tutto andrà per il meglio, che si sappia con certezza che Petit è riuscito a fare qualcosa di impossibile portandosi a casa un posto nella storia. Non importa. Che lo si veda affrontare l’abisso in quei vecchi scatti fotografici o nei filmati di repertorio del documentario “Man on the Wire”, quel momento lì è sempre mozzafiato. Al punto che ti verrebbe voglia di chiudere gli occhi per la paura che qualcosa vada storto. E se mai ti venisse in mente di domandarti il perché prendersi quel rischio, perché sfidare così la morte, Petit nel documentario ha la risposta pronta: “Per me è così che la vita andrebbe vissuta. Devi ribellarti, rifiutarti di seguire le regole, rifiutare il successo, rifiutare di ripeterti. Vedere ogni giorno, ogni anno, ogni idea come una sfida. Solo così vivrai la tua vita sul filo del rasoio“.

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