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Quando Stephen King e Stanley Kubrick litigarono sul significato di Shining

21 maggio 2019
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Stephen King il 4 ottobre del 1957 incontrò il terrore al cinema. Non era il film a essere terrificante ma ciò che accadeva fuori dalla sala: il direttore spense gli schermi e annunciò che i russi avevano messo un satellite spaziale in orbita intorno alla Terra, uno sputnik, battendo gli americani nella corsa allo spazio. L'effetto che questo provocò nella psiche di King di quei bambini, cresciuti con l'idea che sarebbero diventati coraggiosi pionieri, tra patriottismo e nazionalismo, fu di spiazzamento; un terrore collettivo che tramutò il sogno americano in un incubo. Stephen King si sarebbe portato dentro quella sensazione orrorifica per sempre, fin quando riuscì a darle forma nei propri romanzi.

Nel 1980, vent'anni dopo, King era è alla proiezione di un film, The Shining, con Stanley Kubrick, Jack Nicholson e il resto del cast. Era il terzo romanzo, dopo Carrie e Le notti di Salem, ad essere trasposto in un film. Questa volta però King non rimase soddisfatto: “Quando sono andato alla proiezione ho dovuto tapparmi la bocca,” racconterà. Non per via del terrore, ma poiché realizzò che Kubrick ha totalmente capovolto e tradito il senso del suo romanzo.

Il rapporto tra letteratura e cinema è complesso, soprattutto quando riguarda trasposizioni di romanzi che hanno determinato la storia della letteratura del genere, come nel caso di Shining.

King e Kubrick non sono mai riusciti ad andare d'accordo e nemmeno ci hanno provato. I conflitti tra i due furono da subito evidenti e spesso accesi. D’altronde formavano un duo piuttosto bizzarro: Kubrick era un regista visionario, esigente, meticoloso, ateo, a volte con atteggiamenti misogini; King era limpido, diretto, femminista e credente. Ma nonostante le due visioni della realtà e della vita piuttosto diverse – visioni che si possono osservare sia nel romanzo che nel film – Shining ha dato modo a questi due autori di avvicinarsi e avvicinare due universi paralleli sulla scena dell'Overlook Hotel, un luogo in cui il terrore di King ha preso vita e dove l'arte visiva di Kubrick è rimasta scolpita per sempre.

King, nonostante l'enorme successo della pellicola, non hai smesso di muovere delle critiche al film e al suo regista, tanto da considerarlo non solo separato dal libro, ma una storia completamente diversa. Nel 2013, ha dichiarato all'emittente Bbc che il film di Kubrick era un film “distaccato”, come una macchina di lusso priva di motore. Non lo accettava e non lo capiva: “La gente ama quel film, ma io no: il libro è caldo, il film è freddo. Il libro finisce nel fuoco, il film nel ghiaccio.”

Le due opere effettivamente presentano delle differenze fondamentali. Prima di tutto, il film di Kubrick cambia totalmente la natura dei personaggi principali. Secondo il re del brivido, Kubrick trattava i suoi personaggi come formiche in un formicaio, incapaci di plasmare il proprio destino. Infatti, se la tensione del romanzo Shining deriva dalla lotta di un uomo nell'affrontare i propri demoni – la rabbia, l'alcolismo e la sua irresponsabilità genitoriale e affettiva – facendo del libro una tragedia sullo sfondo di una realtà soprannaturale, non c’è traccia di tutto questo nel film di Kubrick, che si focalizza maggiormente sull'ambiente, l'Overlook Hotel, il vero protagonista della storia. Nel film il sentimento di inquietudine deriva principalmente dal luogo in cui Jack abita, che lo spinge verso la follia, e dall’elemento soprannaturale, in linea con la poetica di Kubrick. È il regista stesso infatti a essere il centro di Shining, è lui il deus ex machina che decide, da miscredente, che non c'è un Dio, non c'è l'inferno, solo l'innata e ingiustificata follia di Jack. Quando King scrisse Shining invece scelse di rappresentare l'archetipo che lui definì del “brutto posto”, già ampiamente affrontato anche ne Le notti di Salem: un locus horridus che diventa il simbolo del peccato non espiato. Anche il personaggio di Wendy, la moglie di Jack, secondo King sembrava essere stata posizionata nel film con il solo fine di urlare e non era minimamente la donna di cui lui aveva scritto e che aveva raccontato nel libro. Per questo motivo accusò Kubrick di sessismo.

Un esempio di come il film non sia riuscito a dare la stessa profondità che i personaggi avevano nella versione letteraria arriva quasi alla fine della storia, quando Wendy vuole lasciare l’hotel per far visitare il figlio, Danny. A questa decisione apparentemente sensata Jack si oppone poiché questo lo porterebbe ad andare contro il contratto stretto con l'albergo. Se nel film questa decisione sembra solo un'esagerazione dettata dal suo inabissamento nella follia omicida, nel romanzo invece si evince chiaramente che Jack Torrance aveva accettato il lavoro di custode dell’albergo perché aveva un disperato bisogno di soldi: è uno scrittore fallito, disoccupato e non ha nessuna possibilità di scegliere. Per questo il lavoro all’Overlook rappresenta la sua unica possibilità.

Un’altra differenza sta nella poetica dei due autori. L'intento principale di Kubrick, mentre girava Shining, era di rendere al meglio un elemento centrale nel suo cinema: il perturbante. Questo fattore viene reso attraverso tanti piccoli particolari che Kubrick ha inserito nel film: in una delle prime scene in cucina, il cuoco Dick Halloran mostra a Wendy e al figlio Danny il freezer dell'albergo. Si può notare come Dick apra con la mano sinistra una porta d'acciaio con la maniglia sul lato destro mentre, quando escono dalla cella frigorifera, si vede il cuoco chiudere una porta che si apre dal lato sinistro afferrando la maniglia con la mano destra.

I tre personaggi escono da una porta che è posizionata al lato opposto da quella da cui sono entrati. È arduo notare questo dettaglio perché Kubrick ha invertito la posizione della telecamera durante la ripresa delle due scene, dando l'impressione che i personaggi si trovino sullo stesso lato del corridoio. Il film è colmo di elementi contrastanti: ingressi e uscite sbagliati, finestre piccole, stanze molto grandi. Kubrick vuole così destare nello spettatore una sensazione di spaesamento e di forte agitazione. La poetica di King al contrario si declina nella forza descrittiva che permette al lettore di inabissarsi negli universi che la sua penna crea. È abile nel restituire le sensazioni, gli incubi e le tensioni dei personaggi, è un interprete scrupoloso dell'essere umano e delle sue tenebre. Kubrick è un esteta, un fotografo prima ancora di essere un cineasta, la sua immaginazione visiva si traduce nelle immagini dei suoi film che diventano quadri, affreschi storici, mitici, distopici.

Quando Kubrick rifiutò la sceneggiatura scritta da King, questo non lo frenò dal disturbarlo a ogni ora del giorno e della notte, chiamandolo per confrontarsi sulle questioni più diverse presenti nel romanzo. In un'occasione Kubrick lo chiamò alle tre del mattino per chiedere se credeva in Dio. In un'altra occasione Kubrick gli telefonò alle sette del mattino, dicendo: "Se ci sono fantasmi, significa che sopravviveremo alla morte e questo è fondamentalmente un punto di vista ottimistico". King si stava radendo in bagno e, con una linea di sangue che gli scorreva su una guancia e l'altra ancora bianca di schiuma, gli rispose sottolineando che alcune persone credono che esista l'inferno. Kubrick replicò “Io non credo all'inferno".

Risulta piuttosto evidente come Kubrick e King fossero non solo due artisti con visioni agli antipodi, ma come esse si contrapponessero nella realizzazione di Shining. Lo scrittore voleva dare vita all’inferno che è in ognuno di noi. Il regista, che all’inferno non credeva, mostrò che il male è dappertutto. Entrambi ci hanno consegnato due opere fondamentali che ancora oggi sanno fare paura.

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