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Perché rileggere James Baldwin oggi

20 luglio 2020
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I grandi narratori sono coloro che raccontano una società con la precisione di un testimone oculare. Un testimone, questo è stato James Baldwin a partire dagli anni Cinquanta per la società nordamericana, colpevole a suo dire, di essersi convinta di vivere nella terra della libertà – bene supremo da "salvaguardare" come scritto nel preambolo della Costituzione –  ma di non aver fatto nulla di concreto per rendere questa dichiarazione di intenti reale. Scrittore afroamericano amico degli attivisti Malcolm X e Medgar Evers, Baldwin, ha visto i suoi amici e parenti soffrire, impazzire e persino morire per mano di quel mostro dall’aspetto multiforme che si chiama razzismo. Per questo si è scontrato tutta la vita contro la narrazione ipocrita della società nordamericana che per troppi anni ha finto che parte della sua popolazione, quella dalla pelle scura, non avesse diritti.

Baldwin non era un trascinatore di folle, come Malcolm X e il predicatore Martin Luther King, era un poeta e come tale ha combattuto la battaglia per i diritti civili degli afroamericani. Libri, saggi, interviste, interventi nelle università e durante le manifestazioni: Baldwin ha dedicato ogni goccia del suo inchiostro e del suo sudore per far sì che il mondo vedesse la storia nascosta dietro la grande bugia del benessere americano, quella che nel suo manoscritto rimasto incompleto, Remember This House, definì "un grottesco simulacro di innocenza". Il lavoro di James Baldwin è una colta disamina sul paradigma della società americana e un risalire alla fonte dell'insanata ferita tra la popolazione bianca e quella di colore.

James Baldwin nasce nel 1924 a New York e cresce, in una famiglia numerosa al limite dell'indigenza, nel quartiere di Harlem. Nei primi anni Quaranta, appena adolescente,  lascia la sua casa per andare a vivere nel Greenwich Village, dove fa la conoscenza dello scrittore Richard Wright. È un incontro fondamentale: leggendo il bestseller Native Son, il romanzo di Wright centrato su un personaggio afroamericano stupratore e assassino, Baldwin rimane sbalordito dalla crudezza della prosa e dall'accuratezza dei dettagli che, per la prima volta, raccontavano l'abbandono sociale in cui viveva la sua comunità. Baldwin, all'epoca, era alla ricerca della sua strada. Era stato predicatore per tre anni – come il padre, nato e cresciuto in uno Stato del Sud, figlio a sua volta di uno schiavo – ma aveva deciso di abbandonare la Chiesa perché non trovava le risposte alle sue domande più profonde e inquietanti. L'incontro con Wright si rivela fondamentale.

Baldwin trova il coraggio di raccontare a Wright il romanzo che avrebbe voluto scrivere e in risposta ottiene il numero di un editore e il consiglio di lasciare New York. Così, nel 1948, il giovane aspirante scrittore compra un biglietto di sola andata per Parigi e con soli 40 dollari in tasca parte senza avere intenzione di tornare. Il primo romanzo di Baldwin si intitola Gridalo forte (in originale Go Tell It on the Mountain) come il famoso spiritual e canto natalizio, ed è semi-autobiografico: racconta di un giovane afroamericano che vive ad Harlem e si batte contro le angherie di un padre violento. Il romanzo è una profonda riflessione sulle dinamiche familiari e sul ruolo della Chiesa all'interno della comunità afroamericana. Tocca temi come il razzismo e la repressione e contiene un breve accenno all'amore omosessuale. Il libro è stato nominato dalla rivista Times nei cento migliori romanzi in lingua inglese dal 1923 al 2005.

Gridalo forte è un trampolino di lancio per Baldwin che, nel giro di pochi anni, inizia a  pubblicare regolarmente sulle riviste americane, a recensire libri, a scrivere saggi e racconti. Gli anni vissuti in Europa, sono anni di formazione, incontri, amori e riflessione sulle sue radici. "Quando ti trovi in un’altra cultura, sei costretto a riesaminare la tua", scrive a questo proposito. Nel 1955, pubblica poi la raccolta di saggi Notes of a Native Son, in italiano intitolato Questo mondo non è più bianco, tra i libri più rappresentativi del pensiero di Baldwin, in cui scrive: “La condizione del negro in America è una forma di follia che colpisce gli uomini bianchi”. Notes of a native son è il racconto, che scaturisce da episodi personali, della cultura afroamericana, delle sue ragioni, della sua rabbia all'alba dei movimenti di protesta che da lì a pochi anni incendiarono il dibattito pubblico americano con onde d'urto che arrivarono dall'altra parte dell'Atlantico.

Nel 1956, si assunse l'onere di abbattere un altro tabù, per l'epoca innominabile probabilmente più dell'integrazione: l'amore omosessuale. Nel romanzo La stanza di Giovanni racconta la storia di un giovane americano, David, che vive a Parigi e si innamora di un ragazzo italiano: “Amalo – disse Jacques con veemenza, – amalo e lascia che ti ami. Pensi davvero che qualcos'altro conti sotto il cielo? [...] non sono mai state molte le persone morte d'amore. Ma milioni di persone sono morte e stanno morendo ora dopo ora, e nei luoghi più strani, per mancanza d'amore”.

Nel documentario del 2017 candidato agli Oscar I'm Not Your Negro – in cui il testo del manoscritto incompiuto Remember This House viene letto dalla voce di Samuel L. Jackson – si scopre che Baldwin, negli anni Sessanta, si convinse a tornare negli Stati Uniti per combattere la battaglia epocale – e non ancora vinta – per la conquista della parità dei diritti civili. Quelli nelle fila dei movimenti di protesta, sono anni di fuoco, in cui Baldwin al fianco di autorevoli personalità come Malcolm X, Martin Luther King e Medgar Evers – e non senza scontri ideologici con esponenti del movimento – si assume, tra gli altri, il difficile compito di divulgatore delle ragioni dei neri d'America negli ostili salotti bianchi della televisione americana. Baldwin è cosciente che la conoscenza è la chiave di volta per vincere questa guerra, così com’è consapevole che “l'ignoranza, alleata con il potere, è il nemico più feroce che la giustizia possa avere”.

Il punto cardine del ragionamento proposto da questo scrittore, che lo rende ancora oggi un riferimento imprescindibile nel dibattito sull'integrazione, è basato sulla destrutturazione del modello di pensiero dominante nella società nordamericana: un paradigma sbagliato, da cui scaturiscono tutte le ingiustizie che ancora oggi vengono commesse con cieca perseveranza. Baldwin denuncia che il rapporto che l'America ha con la sua cittadinanza di colore le è servito per secoli ad alimentare una visione distorta di se stessa. Un meccanismo, spiega lo scrittore, mutuato anche nei confronti degli altri Paesi: la scelta, elementare e semplicistica, di dividere il mondo tra buoni e cattivi. “Non so cosa vedono i bianchi quando guardano un nero”, affermò nel 1960 durante un'intervista televisiva rilasciata a un’emittente canadese, “ma quello che ho percepito, sin dall'infanzia, è che quello che vedono, non sono io. [...] È qualcuno o qualcosa di cui hanno paura, qualcosa da cui sono attratti o disgustati, ma non sono io. [...] Nero è diabolico, bianco è puro”.

E conclude: “Se io, in quanto afroamericano, mi rifiuto di utilizzare il suo metro di giudizio e di considerarmi nei termini in cui lui, ipotetica figura del bianco americano liberale, mi vede, divento libero di pensare con la mia testa e di giudicarlo a mia volta”. La maturazione di questo ragionamento è contenuta nella raccolta di saggi The Fire Next Time – in cui Baldwin narra anche del suo temuto e desiderato viaggio in Africa – e Nobody Knows My Name. “Queste persone si sono illuse talmente tanto, che davvero credono io non sia umano”, viene detto in I'm Not Your Negro.

James Baldwin ha costretto l'America degli anni Sessanta a fare i conti con il suo passato. Ha posto un problema legato alla definizione dell'identità, non basata sul dualismo “bianco e nero”, bensì sul presupposto di cosa voglia dire appartenere all'umanità. Baldwin ha guardato la società americana quando lei stessa non aveva il coraggio di farlo; ha detto al Paese che lui è un uomo, non un nero. Ha rivendicato il suo essere cittadino americano, non uno straniero. Ma, soprattutto, ha ricordato ai suoi interlocutori che lui è un fratello, non un nemico. È morto nel 1987 in Francia. L'assassinio di Malcolm X, Martin Luther King e Medgar Evers lo avevano profondamente turbato, e una generale stanchezza lo aveva iniziato a pervadere, riversandosi nelle sue ultime opere. Continuò a viaggiare instancabilmente tra l'America e l'Europa, senza mai trovare la tanto agognata serenità.

Baldwin è un autore che va scoperto o riscoperto per la sua innegabile attualità. “La storia degli Stati Uniti è la storia degli afroamericani e il futuro degli Stati Uniti è il futuro degli afroamericani”, ha scritto in Remember This House, e inevitabilmente nel pieno della nuova ondata di proteste del movimento Black Lives Matter, queste parole riecheggiano come una promessa.

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