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Bertrand Russell e la storia del tacchino che smentiva la regolarità del metodo scientifico

23 maggio 2022

Per comprendere lo humor inglese pungente di Bertrand Russell - figlio di una delle famiglie più potenti dell’aristocrazia britannica, Premio Nobel per la letteratura, maestro di giganti come Ludwig Wittgenstein - è sufficiente raccontare uno degli aneddoti più noti legati all'autore: quello del suo necrologio. Nel 1936, quando aveva poco più di sessantacinque anni, scrisse un articolo sul The Listener, magazine pubblicato da BBC, intitolato Il mio necrologio di Bertrand Russell. Un vero e proprio resoconto sopra le righe della sua vita e della sua carriera fuori dagli schemi, che terminava in questo modo: “Questo necrologio sarà (o forse non sarà) pubblicato sul The Times il primo giugno del 1962, in occasione della mia deplorata ma comunque tardiva morte. Ma è stato stampato profeticamente sul The Listener nel 1936”. Per dovere di cronaca: Russell non aveva azzeccato la previsione, morì a 98 anni nel 1970.

La storia però ci permette di inquadrare bene Bernard Russell, prima  di introdurre una delle sue più famose metafore, quella raccontata nel 1912 all’interno di I problemi della filosofia e ripresa in futuro dal collega filosofo della scienza Karl Popper. Attraverso questo aneddoto, che in piena tradizione russelliana era allo stesso tempo crudele, divertente e geniale, il filosofo riuscì a mettere in luce le debolezze del metodo induttivo utilizzato nella scienza ed estremamente diffuso nella prima metà del Novecento. E il tutto grazie a un tacchino.

La storia del tacchino induttivista

"Fin dal primo giorno di permanenza nel suo nuovo allevamento il tacchino aveva osservato che alle nove del mattino gli veniva portato il cibo. Da buon induttivista non trasse precipitose conclusioni dalle prime osservazioni e ne eseguì altre in una vasta gamma di circostanze: di mercoledì e di giovedì, nei giorni caldi e in quelli freddi, sia che piovesse sia che splendesse il sole. Finalmente la sua coscienza induttivista fu soddisfatta e il tacchino elaborò allora un’induzione che dalle asserzioni particolari relative alle sue vicende alimentari lo fece passare a un’asserzione generale, una legge, che suonava così: 'Tutti i giorni, alle ore nove, mi danno il cibo'. Purtroppo per il tacchino, e per l’induttivismo, la conclusione fu clamorosamente smentita la mattina della vigilia di Natale!"

Per comprendere al meglio la vicenda del tacchino e il contesto in cui Russell la raccontò, bisogna fare un passo indietro nella storia della scienza e della filosofia. Almeno fino all’inizio del secolo scorso, quando Francesco Bacone prima e il Circolo di Vienna fondato da Moritz Schlick poi, fecero dell’induttivismo e dell’empirismo il cardine del metodo scientifico. Prima di tutto, cosa si intende per induzione? Semplicemente un ragionamento che dal particolare arriva a una conclusione universale, basato sull’uniformità della natura e sulla convinzione che il futuro sarà simile al passato. Per fare un esempio: dall’osservazione di moltissimi cigni bianchi si trae la conclusione che tutti i cigni del mondo siano bianchi. Un metodo quindi che procede elaborando dati singoli per arrivare al generale.

Così le conclusioni del tacchino di Russell appaiono ineccepibili: ogni giorno della sua vita è uguale all’altro, e ogni mattina ha un pasto assicurato. Qui entra in gioco la fallacia di un metodo tanto semplicistico: basta un solo controesempio (come l’esistenza di un cigno nero, nel nostro caso) per invalidare la conclusione dell’induzione. Nel caso del tacchino, tutte le sue certezze si rivelano errate la mattina della Vigilia di Natale, quando è lui stesso a diventare il pranzo che sarà servito in tavola.

Nonostante la caustica ironia di Russell, la storia non va interpretata come un attacco all’utilizzo della logica nella scienza. Noi stessi facciamo continuamente uso del metodo induttivista nella nostra quotidianità, “illudendoci” che esista un certo grado di prevedibilità del futuro. La metafora del tacchino vuole invece essere un monito a non dimenticare l’impossibilità di raggiungere una verità definitiva, promuovendo la scienza come una ricerca infinita, un sapere temporaneo in continua evoluzione che va arricchito (o smentito) continuamente grazie ai nuovi dati di cui entriamo in possesso.

Karl Popper e la logica della scoperta scientifica

Del fantasma del tacchino induttivista la scienza non si libererà mai. L’animale guida di Bertrand Russell tornò nelle parole di un altro grande filosofo della scienza, Karl Popper, che nel 1934 pubblicò lo sua opera Logica della scoperta scientifica, citando la storia del tacchino di Russell e sottolineando nuovamente la fallacia dell’empirismo logico e dell’induttivismo.

La base empirica delle scienze oggettive non ha in sé nulla di ‘assoluto’. La scienza non poggia su un solido strato di roccia. È come un edificio costruito su palafitte.”

Il bersaglio delle parole di Popper era nuovamente la corrente del neopositivismo, promossa dal Circolo di Vienna. In particolare Popper decise di confutarne i due criteri posti alla base della concezione scientifica: il principio di induzione e il verificazionismo. La storia del tacchino fu utile a Popper in entrambe i casi: riprendendo il simpatico aneddoto già raccontato da Russell, Popper affermò che il meccanismo che dall'osservazione ripetuta di un fenomeno porta alla scrittura di una legge universale è errato e che, a questo proposito, il principio di induzione non solo risulta superfluo, ma conduce anche a importanti contraddizioni logiche.

Per spiegare meglio quest'ultimo punto, Popper riportò una massima del filosofo neopositivista Friedrich Waismann: "Se non è in alcun modo possibile determinare se un'asserzione è vera, allora l'asserzione non ha alcun significato. Infatti il significato di un'asserzione è il metodo della sua verificazione". Ancora una volta è il tacchino a giocare il ruolo di protagonista nelle parole di Popper: la negazione dell'inferenza induttiva del tacchino infatti, è possibile ma non dimostrabile.

Nasce così il più grande contributo di Popper alla filosofia della scienza, ovvero il principio di falsificabilità. Popper affermò che per stabilire la validità di un sistema scientifico, non bisognerebbe prendere in considerazione la possibilità di verificarlo in senso positivo, ma di metterne in risalto la confutazione. Non puntare più all'osservazione di molti cigni bianchi per stabilire che tutti i cigni del mondo siano bianchi, ma cercare l'unico cigno nero per dimostrare che tale inferenza è falsa. Secondo Popper tutte le teorie andrebbero affrontate avanzando ipotesi che possano metterle in discussione.

In un'intervista radiofonica trasmessa dalla BBC nel 1966, Popper dichiarò che molte delle sue idee avevano semplicemente espanso quanto già affermato dal grande Albert Einstein. In quell'occasione Popper disse che lo scienziato non fu mai soddisfatto delle sue stesse teorie, che continuò a esplorarne i punti deboli e i limiti, cercando contraddizioni che le avrebbero confutate. Aveva capito che lo spirito critico doveva essere al centro della grande ricerca scientifica, e che ogni teoria andava vista come provvisoria. Nel 1926, Einstein, che era anche un grande divulgatore, aveva anticipato il principio di falsificabilità con una frase entrata nella storia: "Nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione; un unico esperimento potrà dimostrare che ho sbagliato”. Se solo quel tacchino lo avesse saputo prima.

Credits:

Cover: Bertrand Russel. Image by Anefo, distributed under a CC-Zero license via Wikimedia.

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