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Heinrich Schliemann trovò la città di Troia e trasformò l’Iliade in storia

08 aprile 2022

Chissà che sorpresa quando, scartando il suo regalo di Natale, il piccolo Heinrich Schliemann non trovò giocattoli ma un grande libro illustrato. Era il 25 dicembre del 1829, Schliemann aveva sette anni e per lui non esisteva un regalo più bello di quello. Suo padre, un vero appassionato di storia antica, gli aveva già raccontato tutti i miti greci ma quella era l’occasione per rileggerli e guardare le belle illustrazioni a corredo. Proprio una delle immagini catturò la sua attenzione: la grande rocca di Troia in fiamme, il principe Enea che fuggiva con il vecchio padre Anchise sulle spalle. Dietro di lui la porta Scea e le mura destinate a crollare. Schliemann chiese a suo padre se l’antica città fosse mai stata ritrovata, l’uomo rispose di no, e il ragazzo fece una promessa a se stesso: “sarò io a trovarla”. È lo stesso Schliemann a raccontare questo aneddoto nella sua autobiografia del 1892, "Heinrich Schliemann's Selbstbiographie".

Lo fece davvero, una quarantina di anni più tardi, dopo aver dimenticato per molto tempo la sua promessa e aver viaggiato per tutto il mondo. La sua era un’impresa disperata quanto necessaria: trasformare la narrazione di Omero da romanzo fantastico in storia, conquistando così una delle più importanti e fortunate scoperte archeologiche dell’umanità.

Heinrich Schliemann, prima del viaggio

Cantami o diva del Pelide Achille l’ira funesta”, prima di sentire nuovamente queste parole e studiarle con una devozione tale da utilizzare l’opera omerica come fonte d’indagine per la sua scoperta, Schliemann andò egli stesso incontro a un’odissea. Cominciò a lavorare da ragazzo, per aiutare la disastrosa situazione economica della famiglia. Abbandonò gli studi e si dedicò alle mansioni di garzone presso un piccolo commerciante di Furstenberg. I suoi sogni di gloria si spensero dietro ai faticosi turni di lavoro in bottega. Anni dopo, nella sua autobiografia dal titolo “Heinrich Schliemann: Selbstbiographie" (Leipzig, 1892)”, scrisse che un giorno la sua passione si infiammò di nuovo udendo i versi in greco dell'Iliade declamati da un mugnaio ubriaco e che spese quasi tutti i suoi risparmi per offrirgli da bere e continuare ad ascoltarlo.

In ogni caso, il suo destino non era rimanere tra gli scaffali tutto il giorno. Cinque anni più tardi si imbarcò su una nave diretta in Venezuela ma naufragò sulle coste olandesi. Trovò lavoro ad Amsterdam come fattorino ma passava le serate chiuso in casa, a studiare le lingue. In poco tempo imparò l’olandese, lo spagnolo, l’italiano e il portoghese. Nel 1850 partì per gli USA, racimolando una fortuna tra i cercatori d’oro, quindi tornò a San Pietroburgo. Ficcò la testa nei libri con un obiettivo ben chiaro in mente: imparare il greco antico per leggere le parole di Omero direttamente com’erano state scritte.

Il viaggio in Turchia

Nel 1868 dopo aver girato il mondo, aver messo da parte una fortuna e aver sposato una donna ateniese da cui ebbe due figli, Andromaca e Agamennone (nell’Iliade rispettivamente la moglie di Ettore e il Re degli Achei), decise che era arrivato il momento di adempiere a quella vecchia promessa fatta nel Natale del 1829. C’era anche un’altra motivazione per la quale Schliemann voleva trovare l’antica rocca di Ilio: prima della sua scoperta che attestava la reale esistenza di Troia, la storia raccontata da Omero nell’Iliade era per la maggior parte considerata un mito senza fondamento storico. Schliemann non poteva accettare che quei personaggi e quei luoghi che in qualche modo gli avevano dato la forza di andare avanti nei momenti peggiori della sua vita, fossero totalmente inventati.

A quel tempo due scuole di pensiero avevano individuato la possibile posizione di Troia in altrettante aree geografiche in Turchia: la collina di Hissarlik, a 4,5 chilometri dallo stretto dei Dardanelli, e la collina di Bunarbaschi in Anatolia, a 13 chilometri dall’antico Ellesponto. Schliemann iniziò la ricerca proprio da qui.

Per stabilire se Bunarbaschi potesse essere il sito che ospitava l’antica Ilio, Schliemann utilizzò un metodo tutt’altro che scientifico che in seguito gli valse numerose critiche da parte degli accademici: vagò a cavallo nell’area utilizzando l’Iliade per verificare che le indicazioni di Omero potessero corrispondere alla conformazione geografica dell’area. In questo modo riuscì a individuare dei particolari che non tornavano nella narrazione omerica:

Corsero oltre la torre di guardia e il caprifico ventoso
lungo la strada dai carri, allontanandosi sempre dal muro,
e giunsero alle due belle fontane; sgorgano
qui le sorgenti del vorticoso Scamandro:
una scorre acqua calda e fumo all’intorno
sale da essa, come di fuoco avvampante;
l’altra anche d’estate scorre pari alla grandine
o al ghiaccio o anche alla gelida neve.
(Iliade, libro XXII)

Intorno a Bunarbashi non c’erano due sorgenti ma ben trentaquattro. E avevano tutte una temperatura costante intorno ai 17°. Inoltre il ricercatore calcolò che quel luogo si trovava a oltre tre ore di distanza dalla costa dove sarebbero dovute essere ormeggiate le navi degli achei, e che nel poema epico questi ultimi fanno avanti e indietro dalla costa diverse volte nel corso della stessa giornata. Significava percorrere decine di chilometri ogni giorno. E poi c’era la questione del perimetro della rocca.

Quando i due, avanzando l’uno contro l’altro, furono vicini,
per primo parlò ad Achille il grande Ettore dall’elmo ondeggiante:
“Più non ti fuggirò, figlio di Peleo: sono scappato tre volte
intorno alla grande città di Priamo, senza mai trovare il coraggio
di affrontare il tuo assalto; ma ora il cuore mi ha spinto
ad affrontarti: ti ucciderò o verrò ucciso da te.”
(Iliade, libro XXII)

Nello scontro tra Achille ed Ettore, quest’ultimo spaventato dall’impeto del semi dio, scappa correndo per tre volte attorno alle mura di Troia. Ma il pendio che circondava Bunarbaschi era così ripido che Schliemann fu costretto a percorrerlo carponi. Era impossibile che gli eroi lo avessero affrontato con “rapidi piedi” come diceva Omero.

La scoperta di Troia

Dov’era allora l’antica Ilio? Sempre nella sua autobiografia, Schliemann racconta che decise di collaborare con il viceconsole britannico Frank Calvert, anche lui ossessionato dalla ricerca della mitica città omerica. In passato Calvert aveva provato a scavare nell’area attorno a Hissarlik ma aveva dovuto interrompere la spedizione dopo aver sperperato tutti i fondi a sua disposizione. Eppure, ne era certo, Troia era lì sotto. Non restava che trovarla.

In effetti tutte le caratteristiche geografiche dell’area attorno a Hissarlik coincidevano: si trovava abbastanza vicina alla costa e la conformazione della collina era plausibile. Qualora i due eroi si fossero rincorsi per tre giri della rocca avrebbero percorso 15 chilometri circa. Così, nel 1870, dopo aver ottenuto i permessi dal governo turco, Schliemann e i suoi operai cominciarono a scavare. Quello che trovarono fu sorprendente.

Dopo mesi e mesi di scavi furono trovati sette strati, sette città appartenute a civiltà diverse sulle cui macerie era stato costruito ancora e ancora. Schliemann fu in seguito fortemente criticato per il metodo con il quale, pur di arrivare ai livelli più remoti, decise di demolire le mura di tutti gli strati superiori. Alla fine la trovò: una città i cui resti carbonizzati suggerivano un grande incendio. Massicci bastioni, un’enorme porta. Era la città di Troia.

Il tesoro di Priamo

L’ultimo giorno di scavi, Schliemann portò alla luce qualcosa di ancora più incredibile: oro, oggetti preziosi, in quantità tale che pensò di aver trovato il famoso tesoro del re Priamo descritto nell’Iliade. Chiese a sua moglie di indossare i gioielli e le scattò una foto.

Il mondo accademico era in subbuglio: ammettere che questo dilettante avesse ragione era un vero e proprio affronto per gli studiosi che avevano deriso il suo metodo totalmente anti scientifico. Inoltre Schliemann dovette affrontare anche dei guai con il governo turco per aver tentato di portare fuori dal territorio parte del tesoro, che poi finirà di nuovo nelle mani degli ottomani in cambio del permesso di riprendere gli scavi.

La favola a lieto fine di Schliemann ha un colpo di scena. Anni dopo la sua scoperta fu dimostrato che gli strati due e tre, quelli che il ricercatore considerava indiscutibilmente parte dell’antica città di Troia, in realtà erano molto più antichi, appartenenti ad almeno un migliaio di anni prima. Schliemann, per fortuna e determinazione, aveva davvero trovato la rocca cantata da Omero, ma si trovava al sesto strato partendo dal basso. Va da sé che il tesoro che aveva attribuito a Priamo in realtà era ancora più vecchio. Ma poco importava a quel punto. Heinrich Schliemann, il ragazzino che a Natale aveva ricevuto il libro illustrato e aveva promesso di trovare quella città in fiamme, che aveva intrapreso una sfida col mondo, aveva dimostrato che le sue non erano solo fantasie.

Credits

Cover: Le rovine di Troia, immagine di Rui Ornelas. Distributed under a CC BY 2.0 license via Flickr.

Immagine 1: Heinrich Schliemann, immagine contenuta in Selbstbiographie (Leipzig, Brockhaus, 1892). Distributed under a CC-PD-Mark via Wikimedia.

Immagine 2: Illustrazione delle mura di Troia realizzata Heinrich Schliemann e riportata nel libro ''Schliemann : Geschichte eines Goldsuchers'' di Emil Ludwig (ed. Paul Zsolnay Verlag, 1932).

Immagine 3: La collina di Hissarlik, photo di Jorge Láscar. Distributed under a CC BY 2.0 license via Flickr.

Immagine 4: Ricostruzione della città di Troia nella sua forma originaria, immagine scattata da Carole Raddato. Distributed under a CC-BY-SA-2.0 license via Wikimedia.

Immagine 5: Sophie Engastromenou Schliemann, moglie di Heinrich, con i gioielli del tesoro di Priamo, immagine tratta da Storia Illustrata n. 167 (1971). Distributed under a CC-PD-Italia license via Wikimedia.

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