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Stephen King ci svela come sognare ad occhi aperti sia fondamentale per la nostra creatività

03 marzo 2021
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Scorrendo tra i tantissimi libri della prolifica carriera da scrittore di Stephen King, si incontrano romanzi come L’acchiappasogni o antologie di racconti come Il bazar dei brutti sogni. Questa attenzione alla dimensione onirica esplicitata già nei titoli di alcune sue opere non è casuale per King, ben conscio di quanto l'atto di sognare anche ad occhi aperti aiuti a mantenere a bada le emozioni negative e dare spazio alla nostra creatività. Nel suo libro On Writing: Autobiografia di un mestiere, l’autore statunitense esplora la correlazione che esiste tra la scrittura e il sogno. In particolare il celebre romanziere racconta come il sogno lucido o “sonno creativo”, sia una pratica utilizzata da molti artisti per aiutarli a disciplinare le proprie menti e liberare il loro illimitato potenziale creativo, troppo spesso represso nel quotidiano.

Lo stesso King è stato d’altra parte più di una volta aiutato in prima persona dalle conseguenze di una buona dormita,  basti pensare che ha partorito uno dei suoi capolavori proprio dopo un riposo casuale su un lungo volo aereo da New York a Londra. Durante questa sessione di “sonno creativo”, lo scrittore aveva sognato un famoso “collega” catturato e tenuto in ostaggio da un fan psicotico. King racconta che, al risveglio, la conversazione tra lo scrittore e il suo folle ammiratore-aguzzino gli era ancora così impressa nella memoria da spingerlo ad annotarla su un tovagliolo da cocktail della compagnia aerea. Quel dialogo sarebbe diventato lo spunto iniziale di uno dei bestseller della sua carriera, il classico Misery, poi trasformato in un film altrettanto di successo.

In un episodio della serie Blank on Blank, che arricchisce vecchie interviste con animazioni pensate ad hoc, si immagina lo Stephen King adulto immerso nel mondo dell’immaginazione, abitato dai bambini in maniera naturale. È in questo luogo della mente che torna lo scrittore per trovare ispirazione: “A volte da bambini sappiamo che la maniera più facile per andare da un punto all’altro non è seguire una linea retta: il percorso migliore spesso è influenzato dal modo in cui pensiamo e sogniamo", spiega. “Durante l’infanzia tendiamo a vivere in questa sorta di stato di sogno [...] e poiché equiparo questa condizione a un tipo di stato mentale elevato, creo un facile collegamento incrociato tra infanzia e strani poteri o qualsiasi altra cosa che può avere successo come dispositivo fittizio.”

Nella visione di King il sogno è quindi qualcosa che entra nella nostra vita quando siamo bambini e può tornare utile anche più avanti, al punto da diventare parte di una routine quotidiana per lo scrittore. In On Writing, l’autore ricorda quanto sia importante ritagliarsi ogni giorno del tempo per sognare: King arriva addirittura a sostenere che il processo creativo abbia molto in comune con uno stato di sogno vigile, suggerendo che “sonnecchiare” ad occhi aperti modelli la capacità creativa liberando la nostra immaginazione repressa: “Quando scriviamo o dormiamo impariamo a sbloccare le nostre menti, troppo spesso inibite dal banale pensiero razionale imposto dalla vita quotidiana. E man mano che la tua mente e il tuo corpo si abituano a una certa quantità di sonno ogni notte – sei ore, sette, forse le otto consigliate – diventa possibile anche imparare a dormire in modo creativo”. Per l’autore di Carrie, si può addirittura arrivare a elaborare sogni a occhi aperti talmente vividi da poter diventare spunti per opere di finzione di successo.

King dichiara di avere allucinazioni tutti i giorni dalle sette del mattino fino a mezzogiorno, il momento della giornata in cui si dedica alla scrittura di materiale inedito: “Io vedo realmente, davanti a me, gli orrori che racconto, come fossi ipnotizzato. Tant'è che se non scrivo, mi addormento a fatica e faccio brutti sogni: quelle allucinazioni devono comunque affiorare, nel sonno o nella veglia. Anche la scrittura dà assuefazione, come l’alcol”.

King ha per ironia della sorte sofferto a lungo di insonnia. Come racconta nell’introduzione di un altro suo libro di successo, Il miglio verde, per superare il problema ricorreva a un metodo ben preciso: “Cerco di avere sempre a disposizione una storia per le notti in cui non riesco a prendere sonno. Allora, sveglio nel buio, la racconto a me stesso, scrivendola nella mente come farei alla macchina da scrivere o al computer […] Ogni notte ricomincio da capo e, prima di addormentarmi, arrivo un po' più avanti della notte precedente. Dopo cinque o sei notti, di solito ho memorizzato interi brani di prosa. Sembrerà anche un esercizio da svitati, ma l'effetto è sedativo… e come passatempo è mille volte meglio che contare le pecore.”

Grazie a quel periodo di sonno turbato, Stephen King ha compreso ancora di più il valore di sognare anche a occhi aperti, tanto da considerare questi momenti parte integrante del suo processo creativo. In On Writing chiarisce come ormai si senta abituato a vivere quasi in “un sonno superficiale che non si interrompe mai, dalla mattina alla sera”. Nonostante questo però, i momenti di effettiva veglia a inizio giornata rivestono un valore importante anche per King che ha continuato, spiegando come organizza la sua maniacale routine mattutina per essere il più possibile produttivo: "So che ci sono alcune cose che faccio se mi siedo per scrivere: ho un bicchiere d'acqua o una tazza di tè. C'è una certa ora in cui mi siedo, verso le 8 o le 8:15 o le 8:30. Ho la mia pillola vitaminica; ho la mia musica; ho il mio stesso posto; e le carte sono tutte disposte negli stessi posti. È una serie di cose. Lo scopo cumulativo di fare quelle cose allo stesso modo ogni giorno sembra essere un modo per dire alla mente: presto sognerai”.

Anche l’accesso alla dimensione onirica non è insomma casuale per un perfezionista come il maestro dell’horror, che arriva a parlare di una vera e propria "routine della buonanotte”. King invita il lettore a porsi domande che possano rendere il sonno più proficuo per la propria immaginazione: bisogna avere chiaro il modo in cui si va a letto, chiedersi se si ha un lato preferito o una serie di abitudini che si è soliti ripetere. King non risparmia neanche i più piccoli particolari: “I cuscini dovrebbero essere messi in un certo modo. Il lato aperto della federa dovrebbe essere rivolto verso l'altro lato del letto. Non so perché. E la posizione per dormire deve restare la stessa: girati a destra o girati a sinistra.” Sembrerebbe inutile preoccuparsi di tutta una sequela di aspetti che si darebbero per scontati ma per King tutto ciò ha un senso in quanto “Probabilmente il sogno segue sempre un determinato schema se non lo interrompi con cose come l'uso di droghe o l’alcol”.

A lungo Stephen King ha creduto nel mito che una vita sregolata potesse aiutare l’artista, regalandogli ispirazione. Oggi si rende invece conto di quanto mantenere una routine sia vitale per il processo creativo: “Mettere la tua arte e creatività in questi termini può sembrare controintuitivo, ma a lungo termine fa la differenza”. Oggi uno degli scrittori più celebrati al mondo non ha problemi a parlare del suo impegno nel sognare al meglio come di una parte della sua “funzione di scrittore”. Con questo, King vuole far capire con umiltà che anche la sua ‘“arte" altro non è in realtà che una funzione, un lavoro, un compito cui dedicarsi anima e corpo giornalmente: “Il mio programma è abbastanza chiaro. Le mattine appartengono a ciò che è nuovo: la composizione attuale. I pomeriggi sono per sonnellini e lettere.”

Quando non riesce a trovare una soluzione creativa ai problemi che gli si pongono davanti durante la stesura del testo, Stephen King si affida a quelli che chiama "i ragazzi nel seminterrato”. Nel suo libro, l’autore statunitense indica con questa espressione i meccanismi mentali inconsci che lavorano sempre sotto la superficie. Una volta il popolare conduttore televisivo statunitense David Letterman dedicò al suo ospite Stephen King una battuta: “Durante le presentazioni dei suoi libri, King non si limita a scrivere un autografo per ogni ammiratore ma scrive proprio un libro per ogni fan”. Questa frase era nata per prendere in giro la rinomata prolificità di Stephen King, in grado negli anni di dare alle stampe un numero incredibile di opere, quasi a gettito continuo. Scherzando si potrebbe dire insomma che King scriva anche quando dorme e forse in fondo un po’ è davvero così.

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