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Nient’altro che la verità: storia del poligrafo, la macchina che smaschera le bugie

18 ottobre 2021

Era lei a guidare l’auto al momento della fuga?” aveva domandato Leonarde Keeler. “No” aveva risposto Cecil Lionello, imputato in un caso di aggressione e tentato omicidio a Portage, nel Wisconsin, Stati Uniti. Era il 1935. L’ago del poligrafo era schizzato sul foglio disegnando montagne russe. Keeler aveva sorriso; Lionello no. Quella risposta gli sarebbe costata un bel po’ di anni di galera. A smascherarlo era stata la macchina della verità.

Cecil Lionello e Tony Grignano erano due imputati accusati di rapina ai danni di una farmacia, di resistenza a pubblico ufficiale e anche di tentato omicidio, perché nella conseguente fuga in automobile uno di loro aveva esploso un colpo di pistola verso i poliziotti che si erano lanciati all’inseguimento. Non esistevano prove se non di tipo circostanziale perché i due fuggitivi avevano il volto coperto. Il processo era a un punto fermo. Così, per la prima volta e non senza qualche riluttanza da parte della corte, il giudice ammise come prova la cosiddetta macchina della verità o poligrafo di Keeler, dal nome del suo inventore. Il 1° febbraio 1935 un nuovo strumento che sembrava uscito da un romanzo di Conan Doyle avrebbe giocato un ruolo fondamentale nel processo ai due presunti criminali. Sarebbe stata l’unica prova in grado di inchiodarli.

I segnali analizzati dal poligrafo

Il giorno successivo gli imputati furono collegati alla macchina attraverso una serie di tubi, cavi ed elettrodi. Sembrava uno strumento medico ma aveva tutt’altro scopo. Il principio su cui si basava la macchina della verità era semplice. Quando è in stato di ansia, come nel momento in cui si dice una menzogna, il nostro organismo risponde con una serie di reazioni del tutto incontrollabili, eppure ben riconoscibili: respirazione più profonda, bocca secca, aumento della sudorazione e della pressione sanguigna. Il poligrafo avrebbe misurato queste variazioni comunicandole a un sistema di aghi scriventi che avrebbero tracciato su carta i risultati. Oscillazioni più marcate significavano maggiori possibilità che il soggetto stesse mentendo.

Keeler cominciò a interrogare gli imputati dapprima ponendo loro delle domande banali che servivano per testare la macchina, poi andando nello specifico del processo. Dalle risposte dei due imputati la macchina segnalò due menzogne: secondo i risultati, Lionello aveva guidato l’auto al momento della fuga e Grignano aveva sparato il colpo. Il verdetto della giuria fu di piena colpevolezza. Attraverso una serie di fogli con delle linee a zig zag era stata deciso il destino di due persone.

Solo la verità, nient’altro che la verità

Rilevare le bugie dei criminali attraverso una macchina sembrava troppo bello per essere vero (e in effetti, come vedremo, è proprio così). Ben prima dell’invenzione del poligrafo, gli scienziati di tutto il mondo avevano tentato di stabilire un legame tra le emozioni e le menzogne, cercando una chiave che potesse dar loro una interpretazione universale. Nel 1914, lo psicologo italiano Vittorio Benussi aveva messo in luce le variazioni della respirazione di un individuo nel momento in cui questo sosteneva il falso; lo psicologo, avvocato e scrittore americano William Marston aveva inventato nel 1915 il test della pressione arteriosa per la rilevazione dell’inganno.

Fu proprio Leonarde Keeler poi a brevettare l’invenzione e a perfezionarla negli anni successivi: riuscì a ridurre le dimensioni fino a renderla portatile e poi inventò la tecnica di alternare domande pertinenti ad altre irrilevanti per dimostrare le fluttuazioni nei valori restituiti dal test. La rincorsa al perfezionamento fu anche il modo di aggirare le più grandi criticità di questo strumento di misurazione, che a un occhio critico risultava perlopiù inaffidabile.

L’inaffidabilità del poligrafo

Secondo gli studi più recenti il poligrafo è efficace in appena il 65% dei casi. Poco più del 50%, in pratica può essere comparato a lanciare una monetina e far decidere al caso. Questo perché la scienza non ha davvero modo di dimostrare le bugie. Può dimostrare l’accelerazione del battito, del respiro, della sudorazione, nient’altro. Anche oggi che aghi e inchiostro sono stati sostituiti da un avanzato software che analizza ogni parametro, le reazioni fisiche che misura sono sempre le stesse ed essenzialmente si basano sui livelli di stress del soggetto.

Ma la percezione di pericolo, l’agitazione al momento dell’interrogatorio, perfino delle patologie fisiche e mentali pregresse, sono tutti fattori che possono influenzare pesantemente il risultato del poligrafo. Una persona innocente ma molto impressionabile e sensibile potrebbe andare nel panico nel momento in cui gli viene posta la domanda rilevante, al contrario una persona colpevole e molto fredda potrebbe non mostrare particolare agitazione.

Per i suddetti motivi, in Europa la macchina della verità non ha mai preso davvero piede. Negli Stati Uniti, invece, è stata utilizzata spesso e anche in faccende piuttosto importanti. Nel 1983, per esempio, l’allora presidente degli USA Ronald Reagan emanò la cosiddetta National Security Directive 84 che autorizzava le agenzie federali a utilizzare il poligrafo per verificare se i loro dipendenti avessero divulgato informazioni classificate. E anche oggi non è così raro che i dipendenti pubblici che hanno a che fare con materiale sensibile (come chi lavora alla CIA) vengano sottoposti al test del poligrafo. L’uso nelle aule di tribunale però non è procedura standard e avviene solo su richiesta del giudice della corte federale.

Nel 2015, Doug Williams, ex poliziotto e operatore del poligrafo nell’Oregon, ha svelato i segreti della macchina della verità in un’intervista al The New York Times, mettendone in luce tutte le fragilità. Secondo Williams esistono infatti dei trucchi piuttosto semplici per direzionare i risultati della macchina: pensare alla cosa che ci spaventa di più rispondendo alle domande di controllo, per esempio, oppure a qualcosa di rilassante come una spiaggia tropicale nel momento delle domande vere e proprie. Così i risultati saranno totalmente inaffidabili. Se nel 1935 Cecil Lionello avesse saputo questi segreti, forse, avrebbe evitato il carcere e forse nessuno avrebbe dato credibilità al poligrafo negli anni successivi. Considerando come sono andate le cose, però, paradossalmente non sapremo mai la verità dietro al primo caso in cui fu utilizzata la macchina della verità.

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