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La visionaria teoria filosofica di Cartesio che ha ispirato The Matrix

20 dicembre 2021

Cosa significa reale?” si chiede Neo, il protagonista del film di culto The Matrix, di fronte al coup de théâtre che ha messo in discussione la sua intera esistenza: ha vissuto per tutta la vita all'interno di una simulazione virtuale. Il suo mentore, Morpheus, gli risponde: “Dammi una definizione di ‘reale’. Se ti riferisci a quello che percepiamo, che possiamo odorare, toccare o vedere, quel reale sono semplici segnali elettrici interpretati dal cervello”.

La realtà, insomma, sarebbe figlia della nostra percezione, sottilissima, quasi invisibile, che ha a che fare con la lettura di ciò che ci circonda, con un’interpretazione personale, piuttosto che con l'oggettività.

Per arrivare alle radici di questo escamotage narrativo bisogna fare un passo indietro. Anzi, due, per risalire alle due teorie che l’hanno maggiormente influenzata. Una è molto antica, perché fu presentata nientemeno che da Cartesio nel 1641; l’altra è più recente e Hilary Putnam la illustrò al mondo nel suo libro “Reason, Truth and History” (1981), prendendo dichiaratamente spunto dal filosofo francese.

La teoria di Putnam, quella del “Cervello nella vasca”, affrontava la questione del rapporto tra corpo e mente che si pose alla base del funzionalismo e fu tra le prime a immaginare la mente come un potentissimo software installato su un hardware d’eccezione: il nostro cervello.

Tutto inizia con un genio malvagio

Tutto inizia con Cartesio e la teoria del genio malvagio. La sua idea parte dall’assunto che il criterio basilare per stabilire la realtà è l’evidenza, ciò che ci appare certo mediante l’intuito. Ma la ricerca dell’evidenza e della verità può essere facilmente messa in dubbio.


Cartesio dice: immaginiamo che esista un’entità superiore, un genio malvagio, che faccia apparire reale ciò che non lo è. Che sia in grado, attraverso un incantesimo, di ipnotizzare gli esseri umani e mostrare loro delle illusioni indistinguibili dalla realtà. In questa circostanza agli esseri umani non resterebbe che una via di salvezza: la certezza di poter dubitare dei propri sensi. Da qui arriva la massima che tutti conosciamo “cogito, ergo sum”: dal momento che siamo in possesso della facoltà di dubitare, allora esistiamo.

Io resterò ostinatamente attaccato a questo pensiero; se, con questo mezzo, non è in mio potere di pervenire alla conoscenza di verità alcuna, almeno è in mio potere di sospendere il mio giudizio. Ecco perché baderò accuratamente a non accogliere alcuna falsità, e preparerò così bene il mio spirito a tutte le astuzie di questo grande ingannatore, che, per potente ed astuto ch'egli sia, non mi potrà mai imporre nulla.

Così Cartesio arrivò alla conclusione che mente e corpo sono due entità distinte, dando il via alla dottrina dualista che si opponeva alla visione filosofica del fiscalismo. Quest’ultima sosteneva che mente e corpo non sono separati, e che gli stati mentali sono veri e propri stati fisici. Se accettassimo questa visione del mondo estremamente riduzionista, allora lo stato mentale non sarebbe altro che uno stato cerebrale. E se così fosse il genio malvagio potrebbe indistintamente manipolare la nostra percezione della realtà. È il dubbio quindi, ovvero la nostra capacità di mettere in discussione ciò che intendiamo reale, a renderci più forti del genio malvagio.

Hilary Putnam e il cervello nella vasca

Con il suo esperimento filosofico, il funzionalista Hilary Putnam, era deciso a partire proprio da Cartesio, presentando una visione anti riduzionista che mettesse in dubbio la ricerca oggettiva del reale.

Immaginiamo che il cervello di una persona sia stato messo in una vasca colma di sostanze chimiche che lo tengono attivo, e connesso a un supercomputer in grado di simulare il mondo. Il computer è in grado di far percepire al cervello la presenza di altre persone, degli oggetti o del cielo e può, proprio come il genio di Cartesio, illuderlo che tutto sia reale. Inoltre il computer può simulare vere e proprie sensazioni, in qualsiasi situazione e ambiente, anche se in realtà l’esperienza che si prova è in tutto e per tutto il risultato di impulsi elettronici.

In questo modo Putnam intende discernere le sensazioni puramente fisiche dagli stati mentali. Le prime in questo esperimento sono nulle: non esiste una vera e propria dimensione fisica in quanto il cervello risponde solo agli stati mentali suggeriti dal super computer. Dal software che sfrutta l’hardware della mente umana.

Da Cartesio a Putnam fino a The Matrix

Per quanto la teoria di Putnam fu poi criticata dallo stesso filosofo, che si rese conto di essere caduto vittima dello stesso tranello riduzionista cercando di trasformare gli stati mentali in stati della macchina, di certo la sua idea presentava uno scenario suggestivo. Distopico, senz'ombra di dubbio, ma dalla carica visiva unica. Il cervello dell’esperimento viveva all’interno di un’illusione virtuale creata da un epigono del genio malvagio di Cartesio.

The Matrix parte proprio da queste due idee per raccontare un futuro lontanissimo in cui le intelligenze artificiali hanno avuto la meglio sugli esseri umani e sono riuscite a intrappolarli in una realtà simulata. Così, Neo, il protagonista del film, è d'improvviso chiamato ad esercitare il suo potere critico, la possibilità di mettere in dubbio il mondo dove è vissuto, di sospendere il giudizio e schierarsi contro il grande inganno. The Matrix, infatti, pur con il suo look ultra pop e le iconiche scene d'azione, è una raffinata dissertazione sul concetto di realtà e sulla nostra unica arma in tal senso: il potere del dubbio per ribadire la nostra esistenza. In fin dei conti è la teoria del genio malvagio 2.0.

Cover via Pixabay

Immagine interna via Wikimedia

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