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Truman Capote, uno scrittore “completamente orizzontale”

11 maggio 2022

Difficile se non impossibile circoscrivere uno scrittore camaleontico come Truman Capote in una definizione. Fortuna vuole che, per levarci dall’imbarazzo, ci pensò lui in un’intervista al The Paris Review del 1957: “Sono un autore totalmente orizzontale. Non riesco a pensare se non da sdraiato, sul letto o sul divano [...] Trascorso il pomeriggio passo dal caffè al tè alla menta e infine dallo sherry al Martini”.

In queste due righe sono contenuti l’essenza e gli eccessi di un personaggio complesso e inafferrabile come era Capote. Uno scrittore maudit, quando ormai l’epoca degli artisti maledetti era decisamente conclusa. Un autore geniale, vittima di se stesso e della propria ingenuità. Con il tempo è stato amato e odiato, osteggiato e poi riscoperto. Forse compreso. Ma lui si muoveva parallelamente al mondo che gli scorreva sotto i piedi, ignaro o molto più improbabilmente incurante. Completamente orizzontale.

Un maledetto genio incompreso

Capote nacque nel 1924, un’infanzia negata, con due genitori assenti e l’incomprensione di chi aveva attorno. Genio precoce, personalità già profondamente contraddittoria. Una gemma grezza. Del suo valore si rese conto solo l’amica di sempre, Harper Lee, forse per quel caratterino unico che aveva anche lei. Si strinsero l’uno all’altro in un’amicizia che continuò per tutta la loro vita e li trasportò perfino l’uno nei romanzi dell’altro. Harper Lee finì per ispirare Idabel Thompkins in Altre voci, altre stanze (Garzanti, 1949); Capote vestì i panni di Dill, l’amico d’infanzia di Scout ne Il buio oltre la siepe (Feltrinelli, 1962). Impossibile immaginare come sarebbero andate le loro carriere senza il supporto reciproco.

Anche la strada di Capote nel mondo della scrittura è un percorso strambo. Dapprima fattorino presso il The New Yorker, si fece licenziare quando si finse un giornalista inviato al convegno del poeta Robert Frost. Un inganno che gli costò il posto. Ma era impossibile fermare quel folletto biondo che rimbalzò velocemente nella redazione dell’Harper’s Bazaar e arrivò sulle pagine delle riviste con i suoi racconti. Il più famoso, Miriam, 1945, permise a Capote di raggiungere il posto che aveva sempre sognato: diventò un dandy dello star system. Si trovò a coprire il ruolo dell’intellettuale newyorkese amico delle star e delle personalità politiche più in vista del momento. Tra i suoi contatti divi del cinema come Humphrey Bogart e intoccabili come Jackie Kennedy. Pare che Andy Warhol in persona gli inviasse a casa dei bigliettini dipinti ad acquerello sui quali disegnava angeli e farfalle. Truman Capote aveva finalmente trovato il suo posto nel mondo.

Continuava però a essere il ragazzo eccentrico che era sempre stato. Scriveva le bozze dei suoi racconti sempre in posizione orizzontale, sul divano di casa, e rigorosamente su carta gialla. La carta bianca era destinata al manoscritto finale. Mai macchina da scrivere, non all’inizio almeno. Buttava giù le prime versioni a matita, poi correggeva a penna. Raccontò delle sue ossessioni e dei riti scaramantici nella stessa intervista al The Paris Review. Disse: “Mi considero uno stilista e gli stilisti possono notoriamente diventare ossessionati con la posizione di una virgola e con il peso di un punto e virgola. Ossessioni come questa, e il tempo che passo per risolverle, mi irritano oltre la sopportazione”.

Inoltre era profondamente superstizioso, specialmente per quanto riguardava i numeri: c’erano persone a cui non telefonava mai perché la somma dei numeri restituiva una cifra sfortunata. Per lo stesso motivo non accettava di soggiornare in alcune camere d’albergo e non lasciava mai tre mozziconi di sigaretta nello stesso posacenere. Non iniziava mai a scrivere qualcosa di nuovo il venerdì.

E nonostante questi vezzi eccentrici, alla fine degli anni ‘40 era lo scrittore più famoso di tutti gli Stati Uniti.

A sangue freddo

Gli anni '40 e '50 sono quelli della produzione migliore di Capote. Passò da Altre voci, altre stanze, raccontando l’infanzia difficile di un protagonista solitario e incompreso con piglio decisamente autobiografico, a lavori come Colazione da Tiffany (Garzanti, 1959). Prima dell’arrivo della superstar Audrey Hepburn, che impose una volta per tutte l’immaginario del personaggio di Holly Golightly, Capote ne raccontò la vita fatta di eccessi e sregolatezze, di frequentazioni con uomini ricchi ma anche delle lunghe, solitarie e trasognanti colazioni davanti alla vetrina della gioielleria newyorkese. Dei dubbi e delle solitudini. Anche qui, pezzi di sé all’interno di storie apparentemente lontane.

Il 1959 fu l’anno d’uscita del suo capolavoro, A sangue freddo (Garzanti, 1975), il libro che a suo dire cambiò la sua esistenza, al punto da fargli scrivere “la mia vita non sarà più come prima”.

Capote seguì un trafiletto di cronaca nera trovato sul The New York Times che riguardava il caso di una famiglia di Holcomb, in Kansas. Qualcosa nella storia lo attirò al punto da convincerlo a trasferirsi in loco per lavorare a un nuovo tipo di romanzo che lui stesso definì “non-fiction novel”, un romanzo verità. Durante la sua inchiesta restò colpito dalla figura di Perry Smith: anche lui un ragazzo dall’infanzia tormentata, solo e incompreso. Capote raccontò tutto sulle pagine del New Yorker, a puntate, festeggiando infine l’ultima pubblicazione con un grande evento mondano che segnò l’apice della sua carriera e, in qualche modo, anche la sua rovina.

Preghiere esaudite

Perché nonostante tutto Truman Capote era Truman Capote. Non poteva sfuggire dalla sua natura autodistruttiva. Non poteva essere semplicemente l’intellettuale, l'irresistibile autore di successi. Altrimenti che scrittore maledetto sarebbe stato?

Decise così di sabotare la sua stessa carriera cominciando a scrivere Preghiere esaudite (Garzanti, 1987). Difficile capire cosa spinse un uomo che era arrivato a farsi accettare dopo una vita intera a mettere in pericolo tutto. Concepì il suo nuovo lavoro come un romanzo memorialistico che raccontava scabrosità, vizi, sprechi e abitudini di tutti i personaggi pubblici che Capote frequentava da tempo. Un grande affresco del nulla proustiano, un inno al rumore che aveva attirato anche la sua Holly Golightly e l’aveva resa profondamente sola. Servì a poco cercare di mescolare fiction e realtà, i suoi rimandi agli eccessi di divi come Greta Garbo, Wallace Shawn, Sartre e Simone de Beauvoir pubblicati a puntate su Esquire tra il 1975 e i 1976 gli costarono carissimi. Il jet set newyorkese lo bandì per sempre dalle occasioni pubbliche e private. Capote ne aveva tradito la fiducia, esponendone le ipocrisie e le contraddizioni. Aveva osato sollevare il tappeto mostrando il marcio sotto al brillante mondo delle star.

Ancora una volta la lucidità con cui Capote sembrava aver compreso il suo posto nel mondo, al di là di tutte le maschere che aveva indossato, ci toglie dal drammatico compito di racchiuderlo in una definizione. Ci pensò lui stesso. A sua difesa, dopo lo scandalo che lo investì in seguito alla pubblicazione dei primi capitoli di Preghiere esaudite, con quel piglio irresistibile e caustico disse: “Cosa pensavano che fossi, un giullare? Io sono uno scrittore!”. Nessuno poteva dire il contrario.

Credits

Cover: Truman Capote 1924 1, Van Vechten Collection . Distributed  under Public Domain Mark 1.0 license via Wikimedia

Immagine interna 1: Harper Lee and Truman Capote in 1960, Per se. Distributed under the CC BY-SA 2.0 license on Flickr

Immagine interna 2: Audrey Hepburn (1929 - 1993), Insomnia Cured Here. Distributed under the CC BY-SA 2.0 license on Flickr

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