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Luigi Ghirri: il paesaggio italiano, l’architettura nel mondo e quella sua foto di Bob Dylan

18 luglio 2018

Una mostra alla Triennale di Milano (Il paesaggio dell’architettura, aperta fino al 26 agosto) offre al pubblico una panoramica esauriente del lavoro fotografico svolto da Luigi Ghirri per la rivista d’architettura Lotus International negli anni tra il 1983 e il 1992. Vengono esposte le stampe originali, le bozze d’impaginazione curate dallo stesso Ghirri, il ricco corredo di testi prodotti dal fotografo - anche nella forma dell’originale scambio epistolare - e un ampio catalogo in proiezione continua degli scatti prodotti divisi per soggetto: il cimitero di Modena progettato da Aldo Rossi, Parco Sempione e l’edifico della Triennale, il centro di Lubjiana, etc.

Luigi Ghirri (1943 - 1992) rappresenta una delle figure di maggior riferimento nella fotografia della seconda metà del Novecento, autore amato e imitato cui molti contemporanei, non solo italiani, devono l’eredità di un fondamentale percorso critico e l’ispirazione a un’armonia e una leggerezza mai più raggiunte.

Gli scatti occasionali degli esordi

Geometra di formazione, la cui misura dello spazio diviene anche misura dello sguardo, avido di libri e di musica, Ghirri si avvicina alla fotografia nel corso degli anni Settanta scegliendo da subito il colore, «Perché il mondo è a colori», sosteneva con naturalezza - e con tecnica e mezzi essenziali: una Canon AE-1 col classico corredo di ottiche del fotoamatore contemporaneo (28, 50, 135mm, privilegiando il 50), e una stampa “standard” presso il foto-lab più vicino. Questa prima stagione di scatti occasionali, confluita poi in Fotografie del periodo iniziale porta già in nuce la sua visione essenziale: la ricerca del particolare nel quotidiano, il gioco ironico tra realtà e rappresentazione, la ricerca del segno - le insegne, i nomi, i cartelli stradali - come evocazione e punteggiatura del reale, ma anche come contrappunto ironico.

La provincia italiana come fonte di ispirazione

Le forme e i luoghi della provincia, le abitudini e i riti dell’uomo comune sono già fonte inesauribile di ispirazione, come tasselli di un catalogo. Nutrendosi dell’amicizia con l’artista Franco Vaccari e ispirandosi al concetto del ready-made duchampiano, concepisce la serie Colazione sull’erba, in cui indaga le presenze della natura nel paesaggio urbano nelle sue declinazioni più varie, confluita nella sua prima personale (1972). Ritrova nella fotografia della Farm Security Administration una filiazione ideale e radicalizza alcune riflessioni sullo spazio in forma di catalogazione con una prospettiva lieve e onirica: come nelle 365 immagini del cielo riprese nei diversi giorni dell’anno.

La critica lo apprezza e la sua ricerca sulle forme di rappresentazione del paesaggio prendono vita come visioni in una scatola magica: così accade per la serie di scatti dedicata all’Italia in miniatura di Rimini (In scala), dove misure e soggetti reali si confondono con la messa in scala e la rappresentazione. Gli è già accanto nella vita e nell’attività Paola Bergonzoni e nel 1978 fonda la casa editrice Punto e Virgola insieme al fotografo e critico Giovanni Chiaramonte. Pubblica Kodachrome in cui raccoglie (inaugurando una pratica di recupero delle proprie immagini per progetti diversi) fotografie provenienti da diversi lavori precedenti. È del 1979 la prima grande retrospettiva a Modena con oltre 700 scatti presenti.

Il successo internazionale

Il profilo di Ghirri è già quello di un autore articolato, un fine intellettuale dallo sguardo lieve e ironico: i suoi soggetti sono dietro l’angolo, figure e dettagli e di una provincia sommessa e densa. Se non addirittura nella propria casa, come per la serie Atlante: particolari delle tavole geografiche in cui simboli, caratteri e convenzioni cromatiche della rappresentazione cartografica evocano un universo mitico di viaggio ed esotismo. Intanto espone ad Arles, New York, Colonia (alla Photokina del 1982 verrà presentato come uno dei fotografi più influenti del XX secolo) consacrando un successo critico internazionale e chiudendo una prima stagione “concettuale”.

Tra realtà e messa in scena

Con gli anni Ottanta, Ghirri inaugura un nuovo percorso, nel tentativo di interpretare secondo un diverso sguardo il paesaggio naturale più prossimo, il paesaggio urbano con le sue contraddizioni e le suo sovrapposizioni, la visione dei luoghi da cartolina (e di cartoline Ghirri sarà un avido collezionista), dei luoghi storici e monumentali, italiani e non. Il paesaggio naturale, soprattutto quello emiliano, esprime la necessità di infinito con le linee dei canali che si perdono verso l’orizzonte, ma è anche un paesaggio fiabesco cristallizzato nella galaverna del mattino. L’inquadratura cerca spesso la simmetria e i mezzi stessi cambiano: Ghirri predilige ora la Pentax 67, robusta reflex medio formato, e continua a preferire l’ottica standard come senso di una visione “naturale” sulle cose. La sua è una “camera con vista”, lo sguardo quello di un vedutista. I luoghi di aggregazione diventano lo scenario di riti collettivi in cui l’effimero è sospeso in un’atmosfera quasi felliniana, e la morte prematura dell’artista ha congelato questa prospettiva, lasciando a distanza quasi la sensazione di una provincia italiana avvolta in un’età d’oro.

I monumenti e le città d’arte - da Venezia a Versailles, da Parigi a Firenze, dalla Puglia a Capri -, vengono interpretate secondo un sottile gioco tra realtà e messa in scena, tra luogo reale e sua codificazione nell’immaginario, tra edifico e scenografia: la natura della luce diventa natura dello spazio e della sua funzione, ma anche veicolo di una bellezza e di un mistero reconditi.

Topographie - Iconographie è titolo eloquente di questa attenzione al valore simbolico dei luoghi e ad una loro evocazione al contempo letteraria ed interiore, che trova una consacrazione nel progetto Viaggio in Italia (1984, mostra itinerante e campagna fotografica) da lui coordinato, in cui coinvolge fotografi italiani e stranieri, oltre che Quintavalle e Gianni Celati per l’apparato critico e letterario.

Tra paesaggio e interiorità

Ghirri riceve incarichi all’estero (Versailles) e in patria (Esplorazioni sulla Via Emilia, 1983-1986), segue l’amico Lucio Dalla nella tournée americana e fotografa New York e Boston.

Il rapporto tra paesaggio e interiorità è esplicitato e riassunto nella sua forma più matura e coerente nei due lavori (con immagini traghettate da un libro all’altro) che si affacciano al nuovo decennio: Il profilo delle nuvole (1980-1992), con testi dell’amico Celati, e Paesaggio italiano (1980-1992), in cui gli spazi delle città d’arte si alternano ai distributori di carburante e le cattedrali ai chioschi estivi, e in cui prende corpo un’attenzione particolare agli interni, luoghi dei mestieri, del quotidiano e della storia.

Muore all’improvviso nella sua casa di Roncocesi: nella sua ultima fotografia la campagna emiliana sempre più rarefatta in una nebbia persistente, una figura si muove al suo interno pronta a scomparire in un magico mistero.

Di Luigi restano pubblicazioni preziose: una in particolare che testimonia il suo amore per la musica: è l’agile volumetto I luoghi della musica (Motta, 1994), che si conclude con un’immagine di Bob Dylan, sua passione incondizionata, mai incontrato personalmente e colto in un ‘espressione svagata e malinconica attraverso uno schermo televisivo: reiterazione di un’icona e ritratto dolente, segno e sogno allo stesso tempo.

In Cover, Luigi Ghirri, Marina di Ravenna, 1972, serie Kodachrome. Via Pagina Facebook @colorivivacimagazine

Pasquale Mascia

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