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Fotografia
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Lartigue, il fotografo poeta, è in mostra alla Casa dei Tre Oci a Venezia. La racconta il curatore Denis Curti.

23 ottobre 2020
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A Venezia una meravigliosa mostra alla Casa dei Tre Oci, sull’isola della Giudecca, racconta un lato inedito del fotografo francese Jacques Henri Lartigue. Nato nel 1894 e scomparso nel 1986, è stato testimone di quasi un secolo ed è da molti conosciuto soprattutto come il fotografo della Belle Époque e della borghesia parigina. “L’invenzione della felicità”, curata da Marion Perceval e Charles-Antoine Revol, rispettivamente direttrice e project manager della Donation Jacques Henri Lartigue, e da Denis Curti, curatore della casa Tre Oci, offre una prospettiva più intima e appassionante dell’artista francese che non ha mai realizzato il proprio sogno di diventare pittore.

Cresciuto in una famiglia facoltosa e molto agiata, con una vita divisa tra piscine, partite a tennis e corse automobilistiche di cui era spesso spettatore, Lartigue iniziò a fare fotografie ad appena sette anni, con l’apparecchio ricevuto in dono dal padre. Da allora non ha mai smesso di registrare i momenti più felici della propria vita e di raccoglierli in album familiari in cui le immagini venivano accompagnate da disegni e pensieri, senza sapere che un giorno quelle pagine avrebbero svelato al mondo la sua genialità. “Lartigue,” spiega Denis Curti, “non ha un approccio nei confronti di questo mezzo che hanno avuto e hanno quei giovani fotografi che vogliono trasformarlo in una professione. E proprio questa distanza, questa leggerezza che tutti gli riconoscono, la mancanza di ansia di dover mostrare la sua bravura a qualcuno, gli ha consentito di scattare immagini meravigliose”.

Lartigue, non essendo abbastanza dotato per la pittura, negli anni in cui si trovò a lavorare lo fece come decoratore.”Decorava le sale da ballo dei grandi alberghi per le feste – a cui poi, ovviamente, partecipava. Capiva comunque che quelle che scattava erano buone fotografie, e ne mandava alcune a un amico, Charles Rado, che aveva fondato l’agenzia Rapho, e ogni tanto qualcuna gliela vendeva. Rado a un certo punto decise di farle vedere al direttore del dipartimento di fotografia del MoMa di New York John Szarkowski, e successe un po’ quello che è successo in questi anni con Vivian Maier”. Szarkowski, con uno sguardo meno professionale da un punto di vista del giornalismo, ma più vicino al mondo dell’arte, rendendosi conto della bellezza delle immagini che aveva in mano decise di organizzare la prima mostra personale di Lartigue, lanciandolo nel panorama statunitense e mondiale.

“L’interesse di quegli anni,” spiega Curti, “era dimostrare che esisteva un fotoamatorismo, e cioè che la fotografia, messa nelle mani di persone intelligenti, sensibili e capaci, era uno strumento strepitoso”. La fotografia, per Lartigue, “era quasi semplicemente la traduzione di un’ossessione relativa alla sua consapevolezza di avere una vita speciale e fatta di privilegi: non era un reporter alla Cartier-Bresson, che decideva di andare in giro per il mondo a raccontare cos’era la felicità, per un bambino, un vecchio, o degli innamorati. Sentiva questa felicità e la voleva fotografare per potersela ricordare meglio, in modo quasi scaramantico, per non farla scappare via, in una forma ossessiva di raccolta e conservazione”.

Questa leggerezza e la mancanza di necessità di trovare mecenati e compratori – la committenza arrivò per lui in tarda età e rappresentò una parte minima della sua produzione – gli permisero di fotografare con la massima leggerezza, dando vita a un percorso progettuale di oltre 60 anni forte e sempre estremamente coerente. “Una coerenza che gli apparteneva, generata dalla totale assenza di filtri”, spiega ancora Denis Curti. “Lartigue fotografava esattamente come un poeta. È difficile che un poeta scriva su commissione, scrive ciò che gli passa per la mente perché la poesia è lo specchio della sua sensibilità. Secondo me è una cosa bellissima per come è andata: dopo la mostra al MoMa, la sua vita cambia, per certi aspetti diventa famoso, e non è più così bravo come all’inizio. I talenti veri andrebbero lasciati liberi di fare quello che sanno fare”.

Tant’è che Richard Avedon, uno dei più grandi fotografi di tutti i tempi, appena vede quella mostra se ne innamora. Chiede di incontrarlo e decide, quasi gli impone, di fare di quelle fotografie e di quei diari privati un libro che segna un’epoca, Diary of a century, il Diario del secolo. Dirgli di no è impossibile, e Avedon si prende alcune libertà. “Avedon è abile, ma anche un po’ cinico, e decide di fare delle forzature, perché vuole che Lartigue si riveli per quello che ha in mente lui, non per quello che è davvero. Gli chiede addirittura di correggere certi album, di riprenderli in mano e di riscrivere cose nuove. Avedon vuole che in questo libro emerga un Lartigue come figura di fotografo diarista, mentre lui era molto di più”.

La foto di Bibì che fa la pipì era chiaramente una foto privata, scattata per gioco in crociera in un momento intimo e di coppia, assolutamente non destinata a entrare nelle pagine dei giornali. “Quando Avedon la vede decide di forzare l’immagine perché è curioso degli aspetti sociali e comportamentali del periodo della Belle Époque di cui nella seconda metà del Novecento si sapeva molto poco, mancando una ricca documentazione fotografica”. In un momento in cui l’America stava parlando di liberazione sessuale e del corpo, quell’immagine venne forzatamente scelta da Avedon come simbolo di un’epoca.

In Italia, dopo la rivelazione del MoMa, sono state fatte diverse mostre su Lartigue, e a Piozzo, cittadina vicino ad Alba in provincia di Cuneo c’è ora il progetto di creare una mostra permanente dedicata a lui e alla terza moglie Florette, che amava molto quel luogo in cui spesso passavano le loro vacanze. L’obiettivo della mostra di Venezia, spiega il curatore, “è stato cercare di mostrare un’altra faccia di uno degli autori più importanti del Novecento, fotografo a tutto campo con aspetti che finora erano rimasti inediti”. Sono tanti i materiali presenti in mostra – non solo fotografie, ma anche scansioni delle pagine dei diari, video che raccontano Lartigue e audioguide ascoltabili su Spotify grazie a un QR code. “Quello delle audioguide diventerà un format, con la voce del curatore che si assume le sue responsabilità di aver voluto, pensato, organizzato una mostra e di raccontare quindi anche altre cose che evidentemente non sono così immediate”.

Raccontare una mostra, anche prima che inauguri o a chi ancora non l’ha visitata, è per Curti fondamentale. “Abbiamo capito che spoilerare non toglie nulla ai visitatori, anzi: puoi raccontare il lungo e in largo una mostra, ma poi le persone vogliono venirla a vedere, e quindi non abbiamo più il timore di dire troppo, avendo capito di aver invece detto sempre troppo poco. Le persone, o almeno il nostro pubblico, hanno bisogno di informazioni”. Senza perdere la leggerezza cifra del fotografo. “Quello che scrivono i visitatori, e che a me fa molto piacere, è che crea una sorta di comfort zone e riesce a strappare un sorriso intelligente, un pensiero, e può contribuire a far ricordare che la felicità esiste, si può cercare, per quanto non possa essere che passeggera. Questa brevità della felicità che lui ha saputo raccontare lungo una vita è geniale”.

In copertina, Richard Avedon, New York, 1966. Photograph by Jacques Henri Lartigue © Ministère de la Culture (France), MAP-AAJHL

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