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Fotografia
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Il regista Stanley Kubrick fu un fotografo eccezionale

02 settembre 2020
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È il 1943 quando il giovane Stanley Kubrick, appena quindicenne, compie i suoi primi passi nel mondo della fotografia: suo padre, un medico newyorkese con ascendenze in famiglie ebraiche polacche, romene e austriache, gli regala una macchina fotografica Graflex e gli insegna il gioco degli scacchi. Se la passione per il gioco di strategia lo abitua a pianificare le proprie mosse e a orchestrare pazientemente i movimenti delle pedine, la fotografia gli offre un mezzo per mettere in pratica, nel mondo reale, le sue abilità di messa in scena e il talento per la composizione dell’immagine. Proprio l’immagine diventa il nucleo centrale nella sfera di interessi del giovane Kubrick, mediocre studente del Bronx iscritto alla Taft High School, scuola che gli permette di unirsi a un Club Fotografico e diventare il fotografo ufficiale del giornale scolastico. Nel tempo libero Stanley si dividerà tra rullini e passione per il cinema, divorando le programmazioni del Loew's Paradise e del RKO Fordham Theatre, due sale che saranno fondative per la sua cultura cinematografica.

Il vero e proprio inizio della sua carriera di fotografo coincide però con la morte del Presidente Franklin Delano Roosevelt, la cui dipartita destò grande sconforto nei cittadini di New York, addolorati per la perdita di un leader così carismatico. Su tutti, fu un edicolante a richiamare l’attenzione di Kubrick, che la mattina del 12 aprile 1945 si aggirava per la Grande Mela imbracciando la sua macchina fotografica: circondato dai titoli dei giornali, l’uomo fissava sconsolato un punto nel vuoto, sostenendosi il capo con la mano sinistra. I sentimenti di un intero popolo erano tutti in quell’immagine, una consapevolezza di cui Kubrick fece tesoro per vendere lo scatto alla rivista Look, che lo acquistò a 25$ utilizzandolo per chiudere il fotoservizio dedicato alla morte del Presidente. A 16 anni Kubrick era il più giovane fotografo pubblicato da Look, una rivista che al pari di Life ospitava per lo più fotostorie ma che, diversamente dal magazine concorrente, si concentrava maggiormente su scene di vita quotidiana nella città e su eventi sportivi, ritratti di dive e divi, con grande attenzione per le persone comuni. Prima di ottenere il diploma alla Taft, nel 1946, Kubrick ha già venduto 4 fotostorie a Look e si appresta a fare della fotografia il suo lavoro: complice una votazione troppo bassa per accedere al college, a 17 anni Stanley viene assunto da Look come fotografo a contratto, terminando così i propri studi.

Nei quattro anni di carriera sulle pagine di Look, prima di dedicarsi alle immagini in movimento, l’enfant prodige scatterà circa 15mila fotografie, unendo il suo talento innato a un interesse per la tecnica che via via diverrà sempre più segno distintivo nella vita artistica del futuro regista. Kubrick sperimenta nuove macchine e nuovi obiettivi, preferisce la luce naturale anche in interni e non lascia quasi nulla al caso, costruendo tantissimi dei suoi scatti con soggetti di sua conoscenza appositamente chiamati per mettersi in posa. Il servizio Life and Love on the New York City Subway include, per esempio, uno degli scatti più famosi di Kubrick [in copertina], una coppia di innamorati dorme abbracciata sui sedili della metropolitana, ma nel viso della ragazza è facile riconoscere la futura moglie di Kubrick, qui impiegata come attrice in una delle prime messe in scena generate dalla mente di Stanley. E d’altronde l’attenzione maniacale ai particolari, il pieno controllo, quasi dispotico, sugli attori, saranno elementi distintivi del Kubrick regista, così come l’attenzione alla tecnica e la predilezione per la luce naturale, due aspetti che raggiungono il loro apice in Barry Lyndon, film che il regista volle girare senza luci artificiali in interni, inseguendo il sogno delle riprese a lume di candela. Come si sa, la fotografia ha bisogno di luce, così dalla collaborazione tra Kubrick e la Mitchell, azienda produttrice di cineprese, nacque una macchina da presa adatta a montare l’obiettivo Zeiss Planar 50mm f/0.7, concepito per i satelliti in orbita terrestre e lunare, con un’apertura in grado di catturare anche la minima fonte di luce.

E la luce, in tutte le sue forme, contribuì a rendere Kubrick il fotogiornalista più interessante di New York: i suoi scatti, con forti contrasti e tagli di luce mai scontati, lo avvicinavano ai film noir, i soggetti scelti diventavano personaggi in una storia, l’atto del guardare chi guarda si reiterava servizio dopo servizio, diventando un vero fiore all’occhiello del giovane fotografo. La scelta di immortalare una folla che segue un incontro sportivo o di includere se stesso negli scatti apre un discorso metalinguistico, un ragionamento sul guardare che è ricorrente nel cinema e in particolare in quello di Kubrick, che da fotografo rifugge la semplice documentazione di fatti o la registrazione di volti, cercando invece di narrare una storia, mettere al centro dell’obiettivo l’emozione del momento, la reazione dei presenti. Lo sguardo di Kubrick si sofferma quindi sui rapporti umani, sulle relazioni tra individui, drammatizzando i contatti interpersonali come se ogni scatto fosse la scena di un film.

E proprio ai film si rifanno le sue digressioni continue tra una commissione e l’altra, quando alle foto richieste Kubrick accompagnava scatti sperimentali, veri virtuosismi che gli permettevano di esplorare nuove soluzioni: da qui provengono alcuni dei suoi scatti più innovativi e cinematografici. Da un servizio su un gruppo circense attivo a New York nasce una fotografia dalla composizione degna di Quarto Potere, lo spuntino a base di hot dog di due giovanissimi lustrascarpe si trasforma in un momento da cinema di Rossellini (autore amatissimo dal giovane Kubrick), il ritratto a plongée del produttore hollywoodiano Johnny Grant sembra frutto di un pericoloso equilibrismo uscito dalle pellicole di Buster Keaton o Harold Lloyd.

Tantissimi i servizi importanti, da ritratti di politici in vista fino a una trasferta in Portogallo per un racconto di viaggio, passando per una giornata al seguito del pugile Walter Cartier, che nel 1949 si apprestava ad affrontare un combattimento sotto la lente attenta di Kubrick, interessato a ritrarne l’attesa e la fatica.

Proprio questo servizio farà da ponte tra la fotografia statica e quella per il cinema, quando Kubrick si cimenterà nella produzione del suo primo cortometraggio, il documentario Day of the Fight, che mette in scena le ultime ore di preparazione di Walter Cartier in vista di un combattimento serale tenutosi il 17 aprile 1950. Il giovane si sveglia e si reca a messa col fratello, i due poi fanno colazione, pranzano, Walter si sottopone alle visite e attende la propria ora, quasi come un condannato a morte. Qui Kubrick usa il primo piano per svelare la tensione del pugile, sfrutta il dettaglio per dare risalto ai piccoli gesti di preparazione, mischia inquadrature da varie angolazioni e distanze per restituire la furia del combattimento e il tifo del pubblico. Vince Walter e con lui vince Stanley, che rischiando un discreto capitale riesce però a farsi notare, avviando la sua carriera di regista.

Da qui in poi verranno i primi lavori più consistenti, fino alla consacrazione con Rapina a mano armata, preceduto da Il bacio dell’assassino, un film noir molto reminiscente dell’esperienza fotogiornalistica, con contrasti luministici nettissimi, specchi disposti in modo strategico e un giovane pugile come protagonista. Film dopo film, il regista userà il dispositivo cinematografico in chiave sempre più sperimentale, esplorandone le potenzialità e innovandone i mezzi e le tecniche.

I piani sequenza, le inquadrature simmetriche, la composizione, la prospettiva e la cura per i dettagli diventeranno alcuni dei punti di maggiore interesse per quel fotografo formatosi nel Bronx tra un viaggio in metropolitana e una passeggiata in superficie. L’esperienza giornalistica finirà poi nel 1950, ma la passione per la fotografia non lo abbandonerà mai, così come il bel ricordo dei quattro anni di Look, che gli permisero di imparare come funzionava il mondo. E chissà che negli archivi del Museo della Città di New York non si nascondano altri grandi scatti da riscoprire e valorizzare, nel segno di un fotogiornalismo oggi drammaticamente ridimensionato e che fu la culla di uno dei più grandi talenti artistici del Novecento.

Articolo di Carlo Maria Rabai

In copertina, Life and Love on the New York City Subway, 1947

Foto courtesy, ©SK Film Archives/Museum of the City of New York.

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