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L’inno alla vita di Salgado: la sua Genesi in mostra a Torino

03 maggio 2018

Parlare di Sebastião Salgado (nato nel 1943 ad Aimorés, in Brasile) significa affrontare una visione ideale di fotografia: per temi, estetica, impegno, romanticismo. Figura quasi letteraria di reporter e documentarista, Salgado radica la propria formazione nella solida posizione sociale  -  è figlio di una famiglia di possidenti terrieri - e negli studi economici e statistici, che lo conducono in Europa, prima a Parigi (1969) e poi a Londra.

Al servizio della Compagnia del Caffè percorre l’Africa, che resterà il suo amore più grande: «Amo i suoi cieli, i deserti, le montagne, tutto è enorme ed ogni volta che arrivo sento che sono a casa». Il 1973 è l’anno della svolta professionale, in cui abbandona il lavoro di economista per quello di fotografo, ma «la cosa più importante della mia vita è il giorno in cui ho conosciuto mia moglie, nel 1964», ama dire. Lélia Wanick Salgado, sposa giovanissima Sebastião e a Parigi studia Architettura e Urbanistica, acquistando una macchina fotografica che scatenerà il talento del marito. È la curatrice di Altri Americani (1986), primo grande lavoro fotografico di Salgado, dedicato alle popolazioni della sua America Latina e frutto di un’indagine svolta tra il 1977 e il 1984.

Salgado intanto ha percorso rapidamente i passi che lo portano ai vertici del fotogiornalismo: nel 1973 entra nell’agenzia Sygma, ed è in prima linea durante le guerre coloniali in Angola e Mozambico. Nel 1975 passa all’agenzia Gamma e nel 1979 diviene un fotografo Magnum: la Ville Lumiére è la base stabile del suo lavoro. Nel 1993 esce La Mano dell’Uomo: è un lavoro epico e immenso, frutto di un’indagine durata sei anni nei luoghi in cui il rapporto tra uomo e natura articola attraverso il lavoro nelle sue forme più drammatiche. Le tonnare in Sicilia, come le miniere d’oro di Sierra Pelada in Brasile, sono le situazioni e gli spazi eletti, la Leica M e il bianco e nero lo strumento da cui non si allontana più per anni. Il metodo esula dal reportage su commissione verso un’esaustività frutto di un’organizzazione libera e personalissima, coordinata sotto ogni aspetto dalla moglie: con lei fonda l’anno successivo l’agenzia Amazonas Images, costruita su misura per pianificare, gestire, distribuire e promuovere il suo lavoro. Salgado lascia così definitivamente Magnum.

Se i reportage svolti tra il 1993 e il 1999 - confluiti nelle opere In Cammino e Bambini in Cammino, dedicati ai grandi spostamenti di popoli della contemporaneità - delineano una figura di profondo umanista ben al di là di quella di fotografo, il confronto con i massacri ruandesi proiettano Salgado in una crisi personale che pare irreversibile, una perdita di fede nell’uomo e nel mondo.

Torna in patria, dove le enormi distese familiari ereditate hanno patito una deforestazione selvaggia, e si concentra su un’immensa campagna di rimboschimento (un milione di alberi) della Mata Atlantica, attraverso l’Instituto Terra da lui creato con l’infaticabile Lélia. È una pausa di riflessione significativa, un momento di ricomposizione e ricerca di nuovi obiettivi per l’uomo e per il fotografo.

Identificato profondamente con una fotografia che ha al centro l’uomo e l’eroismo della sua opera, secondo uno stile che esalta il gesto nella cornice di un’inquadratura impeccabile e armoniosa, incisiva e dinamica, sorprendentemente il Salgado fotografo risorge in un ambito nuovo, il paesaggio naturale, e lo fa attraverso un lungo viaggio nei cinque continenti, alla ricerca di luoghi incontaminati in cui la natura e i suoi abitanti sono espressione di un’esaltante stadio primordiale e simbolo e speranza di un possibile riscatto dal degrado del progresso e dalla corruzione della storia.

Gli sguardi che incontra sono quelli di tartarughe giganti, zebre e leoni marini, o quelli di popolazioni primitive in totale armonia col loro habitat. Un lungo peregrinare tra il 2004 e il 2012 in Amazzonia, Congo, Indonesia, Nuova Guinea, Antartide, Alaska, Cile, Siberia e nei deserti americani e africani, restituisce l’epopea visiva delle oltre 200 immagini di Genesi, grado zero della Terra e della sua bellezza. Genesi è ora un libro e una mostra itinerante, approdata a Torino alla Venaria Reale fino al 16 settembre. 

Genesi è un canto d’amore per il pianeta, monito verso la sua possibile distruzione ma anche segno di una ritrovata simbiosi: «Nell'iguana identifico un cugino. Siamo originati tutti dalle stesse cellule. Nel giro di un attimo, potevo essere l'iguana e l'iguana poteva essere me». Il registro è sempre altissimo, il bianco e nero impeccabile, il coinvolgimento totale: gli strumenti però stanno cambiando. Se nella prima fase Salgado predilige una Pentax 645 per godere dei vantaggi del medio formato, dal 2008 si converte al digitale, prima con una Canon EOS 1Ds Mark III poi con una EOS 1D X, per ovviare alla mole di negativi da trasportare e alla degradazione delle immagini che il passaggio sotto i raggi x di una moltitudine di aeroporti comporterebbe.

Dopo aver attraversato con la sua fotocamera oltre cento paesi (Wim Wenders, coadiuvato dal giovane Juiano Ribeiro Salgado, racconta magnificamente l’uomo e l’artista nel film-documentario Il Sale della Terra), Ambasciatore Unicef, Salgado continua ad alimentare la sua personale foresta con un progetto che sul lungo temine prevede la piantumazione di oltre 70 milioni di alberi in tutto il mondo, e insieme alla moglie Lélia, ha trasformato la Fazenda familiare di Minas Gerais in una riserva naturale, un laboratorio di semenze e  un centro educativo polifunzionale con oltre 120 persone occupate.

In Cover, Sebastião Salgado. Via Pagina Facebook @tecnicafotograficaweblog

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