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La fotografia rivoluzionaria di Tina Modotti

26 marzo 2020
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La produzione artistica di Tina Modotti fu come la sua breve vita: intensa, caratterizzata da un forte impegno sociale e da un’ardente passione per la vita. Modotti ha anticipato, vivendole sulla sua pelle, le prerogative della figura femminile moderna: la militanza politica la rese libera dalle costruzioni sociali che ingabbiavano le sue contemporanee. Viaggiò attraversando più continenti, si rese autonoma sia con il lavoro sia con la sua arte, grazie alla quale si fece conoscere in tutto il mondo. I suoi amici e i suoi amori, dopo la morte, la ricorderanno come una figura elegante, mite ma incredibilmente determinata, dedita alla cura del prossimo e attenta ai bisogni dei più deboli.

L'Italia per Tina Modotti è un punto di partenza: nasce a Udine nel 1896 in una famiglia operaia e socialista. Le condizioni economiche della sua famiglia d'origine sono molto umili e il padre è costretto a superare la frontiera italiana più volte in cerca di lavoro. Come ricordato dalla sorella Yolanda, nella biografia intitolata Tina Modotti. Verità e leggenda, a opera della giornalista Christiane Barckhausen, a 12 anni la giovane inizia a lavorare in una fabbrica tessile alla periferia di Udine per provvedere economicamente a sua madre e ai i suoi fratelli, in assenza del padre. Dopo cinque anni di lavoro in fabbrica, a 17 Modotti intraprende il viaggio che le cambierà per sempre la vita: parte per raggiungere il padre emigrato otto anni prima negli Stati Uniti, in California.

Appena diciottenne, la ragazza vive e lavora a San Francisco in un magazzino tessile e, per diletto, recita nelle compagnie teatrali in lingua italiana che si esibiscono in città.  La presenza scenica della giovane italiana viene presto notata: proprio in quegli anni, in California, inizia a muovere i primi passi quella che diventerà la più importante industria cinematografica al mondo, e la bravura e l'innegabile avvenenza di Modotti non passano inosservate. La giovane ottiene il ruolo da protagonista nella pellicola The tiger's coat, un film muto in cui interpreta una ragazza ammaliante che inganna il suo benefattore. Dopo quella prima esperienza,  recita in altre due pellicole che riscuotono un discreto successo di pubblico, eppure "Il modo in cui il suo corpo e il suo viso erano stati lanciati sul mercato indusse Tina a mettere fine alla breve avventura hollywoodiana", scrive Barckhausen. Il cinema vorrebbe chiuderla nel personaggio della bella italiana dal "fascino esotico", ma lei non accetta e cambia vita, di nuovo.

Gli anni Venti del Novecento sono un periodo di grandi cambiamenti sociali e Tina Modotti incarna questo dinamismo culturale. Nel 1923 inizia una relazione con il fotografo americano Edward Weston e decide di seguirlo in Messico. Weston si forma all'epoca di quella che passerà alla storia come "fotografia umanista", una corrente che mette al centro l'uomo e i suoi tormenti e che è antesignana del fotogiornalismo. Ma Weston non si limita alla definizione, la sua ricerca artistica gli fa attingere dal Pittorialismo, il movimento che vuole elevare la fotografia alla pittura o alla scultura, per poi divenire uno dei massimi esponenti della straight photography, filosofia fotografica che si inchina alla perfezione brutale della natura e della realtà, ritenendo che il fotografo non debba intervenire con alcuna manipolazione.

Modotti, che in un primo momento lavora come modella per Weston, passa velocemente dietro l'obiettivo e impara dal giovane fotografo dell'Illinois le regole base della sua tecnica. Influenzata dall'ideologia comunista e dai suoi studi in ambito politico, vuole usare la fotografia come mezzo per rendere una testimonianza dei cambiamenti sociali in atto nel Paese sudamericano. “La fotografia,[...] rappresenta il medium più soddisfacente per registrare con obiettività la vita in tutti i suoi aspetti”, spiega. Modotti precorre i tempi e capisce prima di tanti altri l'insostituibile valore simbolico di una fotografia, la forza di un'immagine che può attraversare il mondo e portare con sé un messaggio eloquente.

La fotografia di Modotti è attenta alle forme, ai particolari, alla composizione, ma è anche dinamica: l'energia scaturisce dai temi sociali che decide di mettere in evidenza con i suoi scatti. Come in "Donna con bandiera", dove una giovane militante viene ritratta al termine di una manifestazione. Tina Modotti non ama che si parli con leggerezza di arte, e in occasione della sua mostra a Città del Messico nel 1929, dichiara: "Ogni volta che si usano le parole ‘arte’ o ‘artista’ in relazione ai miei lavori fotografici, avverto una sensazione sgradevole dovuta senza dubbio al cattivo impiego che si fa di tali termini. Mi considero una fotografa, e niente altro". Eppure, i suoi lavori hanno indubbiamente una poetica ben precisa. I suoi soggetti preferiti sono i lavoratori, i bambini indigenti, madri, operaie, contadine.

Il mondo ritratto da Tina Modotti è quello degli ultimi, degli esclusi: dona loro tutta la dignità che il resto della società non riconosce loro. La dignità del lavoro e della fatica, la bellezza della maternità non stereotipata: Modotti regala al pubblico uno sguardo ancora inedito. Impara molto da Weston, tutto quello che Weston a sua volta aveva appreso da maestri della fotografia come Alfred Stieglitz, Edward Steichen e Paul Strand, ma aggiunge ai suoi lavori una sensibilità particolare: quella data dalla sua esperienza personale, dall'aver conosciuto la fatica del lavoro in fabbrica già dalla più giovane età, l'aver visto la miseria in cui versava la sua famiglia e l'impegno profuso dal padre per garantirle una vita più dignitosa.

In Messico la fotografia di Modotti è molto apprezzata, tanto che i pittori muralisti la chiamano spesso per collaborare. Il massimo esponente del muralismo messicano è Diego Rivera, il quale rimane ammaliato dalla figura e dal carattere della giovane fotografa italiana tanto da ritrarla, nuda che sorge dalla terra, nel murales della Scuola nazionale di agricoltura di Chapingo. È grazie a Tina Modotti che Diego Rivera conosce la sua musa e compagna, Frida Kahlo: sarà la fotografa italiana, infatti, a fare da madrina alla coppia in occasione delle nozze nel 1929.

La vita privata di Modotti cambia bruscamente nel 1927: Weston decide di tornare negli Stati Uniti, mentre lei sceglie di rimanere in Messico; nonostante la lontananza gli scriverà costantemente, con grande tenerezza, fino al 1931. La partenza di Weston coincide con la decisione della fotografa di iscriversi al Partito comunista messicano e con l'inizio del suo impegno totalizzante per la causa. Lo porta avanti anche tramite le sue fotografie, come nel caso della famosa "Falce, martello e sombrero". L'attivismo di Modotti non passa inosservato e arriva persino in Italia dove il regime fascista è allarmato da questa giovane italiana dichiaratamente comunista. Ancora oggi, l'Archivio centrale dello Stato, a Roma, conserva i fascicoli della polizia fascista su di lei. Definita una "pericolosa comunista", viene pedinata da spie messicane per conto del regime.

Fino al 1930, la vita di Modotti in Messico è colma di impegni legati al Partito: lavora per i movimenti di lotta per la riforma agraria e per i diritti dei carcerati politici, ritrae le battaglie degli operai, dei contadini. Dopo la morte del suo compagno, il cubano Julio Antonio Mella, scappa nel Sud del Paese per sfuggire alle accuse infamanti inventate dal governo per screditarla politicamente – la additavano come una donna di facili costumi che aveva cagionato, con il suo malaffare, la morte dell'amante. Nel Sud del Messico inizia a ritrarre le donne del popolo indios – la serie intitolata "Donne di Tehuantepec" – creando alcune delle fotografie più belle e intense della sua produzione artistica. "Accetto il tragico conflitto tra la vita che cambia continuamente e la forma che la fissa immutabile", scrive a Weston.

Il 1930 è un anno tragico per Modotti: il fallito attentato ai danni del Presidente messicano Ortiz Rubio la rende una perseguitata politica, nonostante lei non abbia nulla a che fare con l'evento. Costretta a fuggire in Europa, giunge in Germania mentre il Paese vive l'ascesa inarrestabile del nazismo. A Berlino prende la tragica decisione di abbandonare del tutto la fotografia. "Metto troppa arte nella mia vita, troppa energia e di conseguenza non mi rimane molto da dare all'arte," scriveva a Weston pochi anni prima, anticipando il conflitto interiore esploso più tardi. Dalla Germania si rifugia prima in Russia e poi in Spagna, con il suo amico e amante Vittorio Vidali. Insieme combattono nel primo scontro tra fascismo e antifascismo, la guerra civile spagnola. Sconfitti, Modotti e Vidali nell'aprile del 1939 tornano in Messico. Il patto che Stalin, di lì a poco, stringe con Adolf Hitler infrange l'idealismo della fotografa italiana, che decide di abbandonare il Partito comunista messicano.

La morte, per Tina Modotti, giunge del tutto inaspettata all'alba del 5 gennaio 1942, a bordo di un taxi che la sta conducendo, per un malore accusato al termine di una festa, al più vicino ospedale. La vita avventurosa e politicamente attiva della fotografa insinua tuttora dubbi sulle reali cause del suo decesso. Il poeta e amico Pablo Neruda compone per lei un epitaffio in cui celebra la bellezza, la forza, la determinazione e l'idealismo di questa giovane donna: "Non dormirai invano, sorella". Dagli Stati Uniti al Messico fino alla Russia, passando per l'Europa, Tina Modotti è stata una donna di sorprendente modernità e coraggio, tra le capostipiti del racconto fotogiornalistico. È riuscita a consegnare ai posteri uno spaccato inedito di un periodo storico tragico e fondamentale: gli anni Venti del Diciannovesimo secolo.

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