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Con le sue 52 storie, Čechov ha inventato il racconto moderno

02 novembre 2020
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Forse la letteratura del Novecento non sarebbe quella che conosciamo senza Anton Čechov. Non si può però cogliere la vera rivoluzione che il medico e scrittore russo portò nel mondo del teatro e della letteratura se si non si analizza in breve il contesto in cui visse e lavorò. Čechov inizia infatti a scrivere racconti al termine della stagione del grande romanzo russo dell’Ottocento, l’epoca d’oro che aveva reso prima Turgenev, e poi Tolstoj e Dostoevskij degli eroi nazionali.

L’esordio del giovane studente di medicina, nato nel 1860 in una famiglia di umilissime origini, nel mondo della letteratura avviene con brevi racconti umoristici: il primo, pubblicato nel 1880 all’età di vent’anni sul settimanale La libellula, si intitola La lettera del possidente del Don Stepan Vladimirovič al dotto vicino dottor Friedrich. Questo segna l’inizio di una produzione crescente, tanto che nel giro di tre anni Čechov pubblica più di cento racconti e un romanzo. La vita da medico e quella da scrittore trovano un equilibrio e Čechov raggiunge anche una certa fama a Mosca a San Pietroburgo, anche se a un certo inizia a non sopportare l’idea di scrivere solo racconti umoristici: “È arduo andare a caccia dell'umorismo. Vi sono giorni in cui si va alla ricerca delle facezie e se ne creano alcune di una banalità nauseante. Allora, volente o nolente, si passa nel campo della serietà”, confida in una lettera all’amico scrittore Nikolaj Lejkin dell’aprile 1883.

Illustri critici e studiosi, tra cui il Premio Pulitzer Siddhartha Mukherjee, ritengono che un punto di svolta cruciale nella poetica dello scrittore e medico moscovita è rappresentato dal suo lungo viaggio, intrapreso nel 1890, verso l’isola di Sakhalin, luogo di deportazione di detenuti politici e comuni russi. I motivi di questo inaspettato viaggio vengono comunicati al suo editore Aleksej Suvorin dallo stesso Čechov: “Voglio unicamente scrivere cento o duecento pagine e pagare in tal modo una minima parte del debito contratto nei confronti della medicina che io ho trattato, come sapete, da mascalzone […] Sachalin è l'unico luogo in cui sia possibile studiare una colonizzazione compiuta da criminali […] è un inammissibile luogo di sofferenze […] l'intera Europa colta sa chi sono i responsabili: non i carcerieri, ma ognuno di noi”.

Scrive Mukherjee: “Čechov, in breve, ha inventato un nuovo tipo di letteratura a Sakhalin. Era una letteratura influenzata dall'umanità clinica – una letteratura di un'osservazione acuta, quasi medica, sulla natura umana e le sue imperfezioni e perversioni, ma anche una letteratura di ampia sensibilità e tenerezza”. Questo mondo sarebbe stato attualizzato nelle opere e nelle storie che Čechov elabora dopo il 1890, definendo la sua opera e rafforzando la sua reputazione: Il gabbiano, Zio Vanja, Il frutteto di ciliegie e Reparto n. 6. Questi scritti definiscono i canoni della scrittura moderna. Da quel momento in poi, all’eroe romantico che abitava i romanzi russi di inizio Ottocento, Čechov contrappone uomini comuni, miti, titubanti e persino angosciati: come nella novella del 1898 L’uomo nell’astuccio, in cui l’autore narra di un anziano professore di greco antico chiamato Belikov. Un uomo impaurito da tutto, sgomentato dalla realtà, sessuofobo e reazionario. I protagonisti di Čechov delineano i tratti di ciò che è diventato un archetipo della letteratura moderna, poi perfezionato da autori illustri come Franz Kafka, Italo Svevo e Luigi Pirandello: la figura dell’inetto. I personaggi Čechoviani hanno infatti relazioni familiari e sentimentali irrisolte o incomplete, sono del tutto consapevoli dei mali della loro epoca, ma non hanno la forza o la capacità di fare nulla perché questi accadano.

Čechov racconta la genesi dei mali dell’uomo moderno, motivo per il quale è una fonte inesauribile di conoscenza per i lettori e anche per gli aspiranti scrittori contemporanei. L’autore russo, infatti, stila anche i “Sei principi che creano una buona storia”: “1. L’assenza di verbosità prolungata su temi politico-sociali-economici; 2. L’oggettività totale; 3. Le descrizioni veritiere di persone e oggetti; 4. L’estrema brevità; 5. L’audacia e l’originalità. . . e; 6. La compassione".

Anche Virginia Woolf scrisse di Anton Čechov, esprimendo tutta la sua ammirazione per un tipo di letteratura di cui fu anche lei, molti anni dopo, un’illustre esponente: "Viene detto che queste storie sono inconcludenti e si procede a formulare una critica basata sul presupposto che le storie dovrebbero concludersi in un modo che riconosciamo. In questo senso si mette in discussione la qualità dei lettori. Laddove la melodia è familiare e la fine enfatica – amanti riuniti, cattivi scoraggiati, intrighi scoperti – come nella maggior parte dei romanzi vittoriani, difficilmente possiamo sbagliare. Ma dove la melodia non è familiare… come accade con Čechov, abbiamo bisogno di un senso della letteratura molto audace e vigile per farci sentire la melodia, e in particolare quelle ultime note che completano l'armonia".

Attenzione, però: l’autore moscovita non propone mai al lettore un viaggio fine a se stesso nel labirinto dell’Io. La letteratura di Čechov non è intimista, ma è straordinaria perché pur mettendo al centro l’uomo non è soggettiva, ma oggettiva, non è individualista, ma umanitaria. Nell’edizione Palazzi dei Racconti, del 1959, il critico letterario Giancarlo Vigorelli ha scritto nella prefazione al testo: “C’è in giro tutto un grande equivoco su Čechov: siccome è riuscito […] a darci l’Io di qualsiasi personaggio in tutte le sue pieghe anche più interne, si è finito per fare di lui, limitatamente, uno scrittore che non va più in su del mezzanino del proprio ‘io’, per dirla con parole grosse si è ritenuto che fosse il narratore felice – ma esile – di un microcosmo e mai di un macrocosmo. È un errore, è un grave errore”.

Čechov, con l’approccio tipico del medico, usa la letteratura come strumento per indagare, e laddove possibile curare, quella parte degli uomini e delle donne non meno importante dei loro corpi: la loro anima. Čechov, inoltre, non è mai indulgente o rassicurante, né con i suoi contemporanei – fu un fervente critico della società  e dell’intellighenzia russa – né con se stesso. Nei suoi quasi 650 racconti non è raro cogliere sfumature che rimandano alla vita dell’autore ma, con grande abilità, la voglia di attingere a episodi del suo privato non rendono mai questi scritti autoreferenziali, ma ancora più capaci di toccare la sensibilità di tutti. “Perciò sembrò un intimista”, prosegue Vigorelli, “ma il suo intimismo era quello di un romanziere, già così anticipatamente moderno, che osava mettere la propria anima su una tavola operatoria […] rovistò in ogni senso la vita, ma non la sconsacrò mai”.

Anton Čechov muore presto, all’età di 44 anni, a causa di una tubercolosi che lo affligge da tempo, rallentandolo nel lavoro e nelle sue relazioni sociali. Oggi, epoca in cui è facile confondere l’intimismo con l’intimità, abbiamo un grande bisogno di leggere Anton Čechov. Lev Tolstoj paragonò la sua scrittura a un tipo di pittura in cui le pennellate sembrano messe a caso, “come se non avessero nessun rapporto tra loro”, mentre, guardandole da lontano si coglie “un quadro chiaro, indiscutibile”. Čechov descrisse e si immerse nella fatica quotidiana dell’esistenza, e proprio per questo è un autore da riscoprire: pur riconoscendo i limiti e gli aspetti più oscuri del genere umano non ne provò timore, e riuscì invece a trovare un nuovo mezzo per interagire con il mondo e, così facendo, a inventare il linguaggio che gli scrittori usano ancora oggi per raccontarci la nostra realtà.

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