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“Butcher’s Crossing”, il romanzo western di John Williams che celebra il fascino spietato della natura

15 febbraio 2021
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Quella tra l’uomo e la natura, anche nella sua accezione di forza in grado di dominare il nostro destino, è sempre stata una convivenza delicata, analizzata da pensatori e artisti di tutte le epoche. Con la rinnovata etica ambientale degli ultimi decenni, queste riflessioni sono tornate al centro della ricerca di un’umanità sempre più consapevole del suo rapporto con la natura, basato su una dipendenza e non più sull’illusione di poterla dominare.

Uno scrittore che ha saputo raccontare questo delicato equilibrio e le conseguenze per chi pensa di poterlo infrangere è il texano John Edward Williams. La sua fama è legata soprattutto al romanzo Stoner, pubblicato per la prima volta nel 1965 e ormai considerato un classico, consacrazione raggiunta al termine di una vicenda editoriale che lo ha visto ignorare per quasi 40 anni prima di diventare un best seller all’inizio del Duemila.

Nonostante sia la storia in apparenza banale di un professore in un’università della provincia americana, Stoner, pubblicato in Italia da Fazi Editore nel 2012, riesce ad appassionare e a commuovere grazie a una prosa eccezionale, il cui segreto sta nella precisione maniacale con cui Williams descrive le emozioni del protagonista senza mai sacrificare la scorrevolezza del racconto della sua vita.

La stessa precisione, unita a un forte afflato lirico, caratterizza la prosa di Butcher’s Crossing, pubblicato nel 1960. Il protagonista è William Andrews, un giovane sognatore che abbandona l’università per mettere alla prova se stesso in un’avventura estrema nella natura selvaggia del Far West, da lui visto nella luce idealizzata dell’opera di Ralph Waldo Emerson. Andrews si muove alla ricerca di un’autenticità che né la natia Boston né l’università di Harvard erano state capaci di dargli. Le sue aspettative, come si intuisce già dall’inizio, saranno ampiamente deluse.

Nonostante l’ambientazione nel West di fine Ottocento, Butcher’s Crossing  non è un western convenzionale, ma una rilettura del genere in chiave crepuscolare con una sfumatura ironica e dissacrante. John Williams, pur servendosi dei classici topoi della Frontiera, la racconta con spietato realismo, evidente anche nei dettagli meno “mitici”, come il dolore causato dalle settimane passate in sella lungo i sentieri che portano a Ovest.

Ciò che nel libro colpisce di più, oltre all’ambientazione, è la tragicità di una vicenda che travolge il protagonista e che gli farà conoscere la natura per come è davvero. Il suo richiamo è all’inizio una spinta interiore molto vaga provata dal protagonista, un indefinito sentimento di urgenza che avverte dentro di sé, animando le sue fantasticherie sul West: “Era un sentimento, era un’urgenza che doveva esprimere. […] Ciò che cercava era l’origine e la salvezza del suo mondo, un mondo che sembrava sempre ritrarsi spaventato dalle sue stesse origini, piuttosto che ricercarle come la prateria lì intorno, che affondava le sue radici fibrose nella nera e fertile umidità della terra, nella natura selvaggia, rinnovandosi proprio in questo modo, anno dopo anno.”

Spinto da questa confusa irrequietezza, da questa fame di vita e di spazi immensi che sente crescere nel suo cuore, Andrews arriva a Butcher’s Crossing, uno sperduto villaggio del Kansas il cui nome (butcher in inglese significa macellaio) è già un indizio sul seguito della trama. Qui gli si presenta l’occasione di esplorare il mitico West e di provare il brivido della caccia al bisonte. Pochi giorni dopo parte in una spedizione capitanata da Miller, un cacciatore che gli racconta di aver avvistato, alcuni anni prima, un’enorme mandria di bisonti in una valle tra le Montagne Rocciose, in Colorado, e a cui affiderà una parte cospicua dei soldi ereditati da uno zio per finanziare il viaggio. Completano la compagnia Schneider, lo scuoiatore, e Charley Hoge, uno squilibrato che divide il suo tempo tra il whiskey e una lettura ossessiva della Bibbia, fedelissimo di Miller.

Le domande che Butcher’s Crossing affronta sono la base di ogni romanzo di formazione: cosa significa diventare adulti? Come ci si realizza? Come si diventa davvero se stessi? La risposta di John Williams è che non può esserci crescita senza l’esperienza interiore della morte, di cui la caccia ai bisonti, descritta come un vero e proprio rito iniziatico, diventa la rappresentazione allegorica. I pochi mesi passati sulle montagne, in compagnia di uomini che uccidono altri esseri viventi per guadagnarsi da vivere, uniti non dall’amicizia ma dalla necessità, dalla prospettiva del guadagno per la vendita delle pelli, cambieranno Andrews, la sua percezione del mondo e anche il suo aspetto fisico. “Il vento e il sole ti seccheranno la faccia e le tue mani non saranno più così morbide”, aveva detto a Andrews la prostituta Francine conosciuta a Butcher’s Crossing; una profezia che si avvera pagina dopo pagina.

Nell’affrontare la natura, Andrews prova un senso di smarrimento, intervallato da momenti di estasi quasi mistica, e la prosa è così evocativa da spingere anche noi lettori a trattenere il fiato davanti alla grandiosità degli scenari descritti. Sembra di essere lì, tra i paesaggi del West e del Midwest, tra steppe semi aride, montagne ricoperte di pini secolari “di un verde profondissimo” nel quale sembra di affondare, rocce, valli profonde, torrenti in piena, un sole spietato mitigato soltanto dalla dolcezza rinfrescante della luna e delle stelle, anche noi lettori in balia del clima e dei suoi cambiamenti improvvisi.

Questa immersione nella vita selvaggia della natura, lontano da ogni forma di civiltà e di insediamenti umani, avrà effetti devastanti sulla spedizione, generando un senso di orrore e di paranoia costante. In seguito a una violenta bufera, il loro viaggio si trasforma in una lotta disperata per la sopravvivenza, e i personaggi, costretti a convivere forzatamente per non morire, finiscono per indurirsi come il paesaggio gelido e inospitale che li circonda. Non c’è mai un momento di confidenza né di allegria tra di loro, ma solo un grottesco tirare avanti che li trasforma in automi senz’anima.

Con questa metafora John Williams ci ricorda che non siamo i padroni dell’universo. Per quanto spesso ci illudiamo di poter controllare tutto, la natura è più forte, e siamo noi a doverci adattare alle sue leggi. Pretendere di governare sempre un potere che va oltre la comprensione umana, non è altro che una razionale follia. Parlando dei bisonti, da cui è ossessionato, Miller dice a un certo punto che “È inutile cercare di capirli. Non puoi mai sapere quello che faranno. Sono vent’anni che gli do la caccia e ancora non lo so”.

La vita, come la corsa dei bisonti, può travolgere in un momento i progetti elaborati nel corso di anni, ed è in questo carattere imprevedibile e irrazionale che consiste la sua intensità. Non sono le nostre aspettative coscienti a determinarla, ma qualcosa di ancora più potente che, comunque lo si voglia chiamare (fato, destino, natura, inconscio), ci rende ciò che siamo, talvolta costringendoci a vivere esperienze a cui siamo in grado di dare un senso solo a distanza di lungo tempo. Oltre a riconoscerci come parte integrante di un ecosistema dal cui equilibrio dipende la nostra stessa sopravvivenza, e che va preservato anche per questo, dobbiamo fare tesoro del messaggio di Williams e non ostinarci a sfidare forze universali. Solo la coesistenza e il rispetto possono guidarci nel rapporto con la natura, lasciando che la sua voce riecheggi dentro di noi e ci guidi verso la realizzazione della parte più autentica di noi stessi.

Articolo di Dario Marrazzo

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