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Da 0 a 100 (pagine), De Lillo e Berberova: quando il grande libro è molto breve

28 ottobre 2021

La grande letteratura deve saper essere abissale e trasportare in luoghi dell’anima che sembrano privi di confini in virtù della loro ampiezza. E se spesso l’ampiezza di un immaginario è sinonimo di volume anche in fatto di numero di pagine – si pensi a Guerra e Pace di Tolstoj o a La Recherche di Proust – ciò non significa che manchino libri brevi, intorno alle 100 pagine, in grado di catapultare in quegli altrove da cui non vorremmo più uscire.

La “terra di nessuno” secondo Nina Berberova

Riverbera di sentimenti estremi, tra fughe d’amore, paura di perdersi e voglia di libertà – per esempio – l’Europa di Nina Berberova, scrittrice russa costretta a lasciare San Pietroburgo nel 1922 nel clima teso del post rivoluzione d’ottobre, per approdare a Parigi in un momento di straordinaria vitalità artistica della città, durante i suoi anni ruggenti post bellici di piena avanguardia creatrice, un clima che soltanto l’invasione tedesca del 1940 riuscì ad assopire.

Il Giunco Mormorante (Adelphi, 1990), 79 pagine, è il romanzo attraverso cui la Berberova rappresenta proprio quel momento perturbante, spaesante, così sospeso, ovvero “la terra di nessuno dove l’uomo vive nella libertà e nel mistero” della protagonista, che ha perso Ejnar, il suo innamorato, scappato a Stoccolma. Le giornate della donna sono di colpo vuote. “Quattro visite in quattro anni”, con un grande interrogativo che non svanirà fino alla fine del conflitto: che fine ha fatto Ejnar? Lui l’amerà ancora? Si rivedranno mai? Che fine fanno gli amori immensi ostacolati dalle inversioni a gomito della vita? Il suo viaggio a Stoccolma in cerca di risposte riserverà altre sorprese, e soprattutto, un nuovo quesito, forse destinato a restare senza risposta: qual è il confine tra mistero e libertà?

L’apocalisse tecnologica di Don De Lillo

Una no man’s land simile, ma di diversa matrice, è quella che vivono Jim Kripps e Tessa Berens, protagonisti de Il Silenzio (Einaudi, 2020) di Don De Lillo, 102 pagine.

La coppia, marito e moglie, è su un volo da Parigi a New York che va in blackout e rischia di schiantarsi al suolo per poi atterrare in condizioni difficili, vicenda in grado di generare panico individuale e che è probabilmente interconnessa a una tragedia di portata collettiva: il blackout tecnologico totale, lo spegnimento degli schermi e delle luci, il completo azzeramento della rete internet, e il prosciugamento, apocalittico, dell’infinito flusso informativo che rende frenetiche le nostre giornate.

Cos’è accaduto? Si tratta di una sorta di Millennium Bug a scoppio ritardato o è solo la crisi della grande centrale elettrica sull’Hudson che alimenta New York? Cosa si può imparare da un accadimento simile, travolgente e così capace di incidere nella vita quotidiana? “Che il mondo è tutto e l’individuo è niente” ci suggerisce De Lillo, già autore di capolavori mondiali come Underworld (Einaudi, 1999) e Rumore Bianco (Einaudi, 1999), nell’ennesimo capitolo di una poetica volta indagare l’era contemporanea, quella in cui il tempo per leggere ci manca sempre, troppo, quella in cui i capolavori brevi sono gemme, perché possono diventare immersioni fugaci, ma intensissime, nella bellezza che arricchisce.

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