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Fernando Pessoa, il poeta portoghese capace di dare vita a 137 personalità differenti

19 febbraio 2021
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In un mondo ossessionato dalla ricerca dell’identità, con tutte le sue inevitabili patologie, che come riteneva il sociologo Zygmunt Bauman traggono origine dal bisogno di sicurezza e dalla paura della solitudine, studiare le opere dello scrittore portoghese Fernando António Nogueira Pessoa si rivela un portentoso antidoto.

Pessoa è universalmente riconosciuto come uno dei maggiori poeti e scrittori di lingua portoghese. Tra i molteplici motivi che hanno reso Pessoa una delle menti più particolari e interessanti del secolo scorso, vi è l’invenzione di un espediente letterario che lo ha reso quasi unico al mondo: l’utilizzo degli eteronimi. Nel 1935, poco dopo la sua morte, fu fatta un’incredibile scoperta: una raccolta di poesie, lettere, prose e oroscopi contenute all’interno di un baule trovato nel vecchio appartamento dello scrittore. Si trattava di un cospicuo numero di opere e bozze scritte dallo stesso Pessoa, ma firmate con nomi diversi. In tutto, furono contati circa 137 nomi differenti, definiti dallo scrittore, appunto, “eteronimi”, ciascuno con una propria storia, una particolare personalità e un suo stile di scrittura.

Il termine “eteronimo” deriva al greco héteros, diverso, altro da sé, e onoma, nome: indica un personaggio fittizio che possiede però una sua personalità e una sua biografia diversa da quella del suo “ortonimo”, come Pessoa chiamava se stesso. Fu proprio lo scrittore di Lisbona a spiegare la genesi di questi suoi “altri da sé” in una lettera ad Adolfo Casais Monteiro – scrittore, poeta, saggista e traduttore portoghese. La lettera è raccolta nel testo intitolato Un baule pieno di gente. Scritti su Fernando Pessoa, a cura dello scrittore italiano Antonio Tabucchi. “Fin da bambino ho avuto la tendenza a creare intorno a me un mondo fittizio, a circondarmi di amici e conoscenti che non erano mai esistiti. (…) Fin da quando mi conosco come colui che definisco ‘io’, mi ricordo di avere disegnato mentalmente, nell’aspetto, movimenti, carattere e storia, varie figure irreali che erano per me tanto visibili e mie come le cose di ciò che chiamiamo, magari abusivamente, la vita reale”, scrive Pessoa.

Lo scrittore lusitano prosegue la missiva raccontando di aver inventato il suo primo eteronimo per fare uno scherzo al caro amico Mario Sá-Carneiro, poeta, scrittore e condirettore della rivista d'avanguardia modernista Orpheu: “Era l’8 marzo 1914”, ricorda Pessoa “e, preso un foglio di carta, cominciai a scrivere, in piedi, come scrivo ogni volta che posso. E scrissi trenta e passa poesie, di seguito, in una specie di estasi di cui non riuscirei a definire la natura. Fu il giorno trionfale della mia vita, e non potrò più averne un altro simile. (…) E quanto seguì fu la comparsa in me di qualcuno a cui subito diedi il nome di Alberto Caeiro. Mi scusi l’assurdità della frase: era apparso in me il mio Maestro. Fu questa la mia immediata sensazione”.

L’invenzione di Alberto Caeiro fu per Pessoa così travolgente da indurlo a concepire anche dei seguaci della sua scrittura: “Apparso Alberto Caeiro, mi misi subito a scoprirgli, istintivamente e subcoscientemente, dei discepoli. Estrassi dal suo falso paganesimo il Ricardo Reis latente, gli scoprii il nome e glielo adattai, perché allora lo vedevo già. E, all’improvviso e di derivazione opposta a quella di Ricardo Reis, mi venne a galla impetuosamente un nuovo individuo. Di getto, e alla macchina da scrivere, senza interruzioni né correzioni, sorse l’Ode Triunfal di Alvaro de Campos: l’Ode con questo nome e l’uomo con il nome che ha.”

In questa lettera rivelatrice, Pessoa racconta la nascita dei suoi eteronimi più famosi: il futurista Alberto Caeiro, il medico neo-pagano Ricardo Reis e il poeta-filosofo irritato dalla metafisica Alvaro de Campos. Lo scrittore dal multiforme ingegno ebbe, quindi, la necessità creativa di dare vita alle sue infinite passioni ed ossessioni attraverso la creazione di personaggi fittizi che non possono essere ridotti al concetto di pseudonimo, in quanto la loro complessità – fatta di vere e proprie biografie, arricchite da relazioni sociali, amorose, da studi e riflessioni filosofiche – non si è mai potuta limitare all’espediente, comune a molti artisti, dell’utilizzo di un nome falso per celare la loro vera identità.

Fernando Pessoa, contemporaneo dello psicanalista tedesco Sigmund Freud e del drammaturgo italiano Luigi Pirandello, che affrontarono a loro modo e ognuno nel suo ambito la questione dell’identità, è stato l’artista che forse più di tutti ha non solo indagato le molteplici sfaccettature dell’animo umano, ma che addirittura le ha impersonificate, dedicando la sua arte all’estro creativo di 137 personaggi che ebbero come comune denominatore il suo genio.

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