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Perché Haruki Murakami non ha ancora vinto il Premio Nobel per la Letteratura?

10 novembre 2020
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I fan di Haruki Murakami, i cosiddetti “harukisti”, sono rimasti sorpresi e delusi che il loro idolo letterario, per l’ennesima volta, non sia stato quest’anno proclamato vincitore del Nobel per la Letteratura. Ad aggiudicarsi il premio, meritatissimo, è stata invece Louise Glück, poetessa e saggista americana, già vincitrice del Pulitzer nel 1993. Si tratta della sedicesima donna premiata con il Nobel dal 1901 e della prima poetessa a vincere dal 1996, anno in cui il premio venne assegnato alla polacca Wislawa Szymborska.

Nonostante non sia mai riuscito ad aggiudicarsi il Nobel, Haruki Murakami è lo scrittore giapponese più celebre al mondo: i suoi libri sono stati tradotti in cinquanta lingue diverse e hanno venduto milioni di copie, acclamati dalla critica e vincitori di altri prestigiosi premi, sia in Giappone che a livello internazionale. Tra i suoi successi più noti ci sono Nel segno della pecora, del 1982, Norwegian Wood, il romanzo del 1987 che l’ha consacrato alla fama, L’uccello che girava le viti del mondo, pubblicato nel 1997 e Kafka sulla spiaggia nel 2002. Sono sicuramente tanti gli scrittori e le scrittrici al mondo meritevoli di un Nobel, ed è normale quindi che ogni anno qualcuno resti escluso, ma sulla mancata vittoria di Murakami ci sono ipotesi specifiche che potrebbero spiegare il perché di questa difficile consacrazione.

Il primo motivo potrebbe risiedere nel suo dichiarato disinteresse per i premi letterari: in un passo del suo saggio “Il mestiere dello scrittore”, Murakami, citando Raymond Chandler, scrive: “Il Premio Nobel è stato assegnato a troppi scrittori di secondo grado, a scrittori che a molte persone manca la voglia di leggere, nonostante abbiano vinto il Premio Nobel". In effetti, è difficile non concordare con lo scrittore, se pensiamo a nomi come lo spagnolo Vicente Aleixandre (premiato nel 1977), a Vidiadhar Surajprasad Naipaul (2001), scrittore trinidadiano naturalizzato britannico, o allo stesso giapponese Kenzaburō Ōe (1994), rimasti comunque pressoché sconosciuti al grande pubblico. Per un periodo Murakami ha tenuto una rubrica di consigli sul suo blog chiamata “Murakami-san no Tokoro” (Lo Spazio del signor Murakami), in cui rispondeva alle domande inviategli dai lettori. Uno di questi una volta gli chiese: “Allora, cosa ne pensi del trambusto annuale che circonda il Premio Nobel e se lo otterrai?". “Ad essere onesti, è un po' fastidioso", gli rispose lo scrittore. "Questa non è una corsa di cavalli”.

Anche nel 2018, quando il Nobel è saltato a causa di una serie di scandali ed è stato istituito un premio letterario alternativo, lo scrittore giapponese, che era stato scelto fra i quattro nomi per la corsa finale, si è detto onorato ma ha declinato l’invito, dichiarando di voler restare concentrato sulla scrittura, a distanza dall'attenzione dei media. A conferma della sua indifferenza rispetto ai premi letterari c’è anche un’intervista di Roland Kelts, autore del saggio “Japanamerica - Come la cultura pop giapponese ha invaso gli Stati Uniti” e columnist per New Yorker, Time e Japan Times, in cui Murakami afferma: “Non voglio vincere i premi. Quando li vinci significa che sei finito”, e aggiunge che “ogni libro che pubblico, ancora prima che venga pubblicizzato o recensito, vende trecentomila copie in Giappone. Questi sono i miei lettori. Se sei uno scrittore e hai lettori, hai tutto. Non hai bisogno di critici o recensioni”.

Murakami sembra non avere tutti i torti: se guardiamo alle vicende dei due unici vincitori giapponesi del Nobel per la Letteratura, scopriamo che il loro destino non è stato così brillante e fortunato come ci aspetteremmo. Nel caso di Yasunari Kawabata, il primo vincitore del Nobel (1968) proveniente dal Sol Levante, la sua fine è sicuramente emblematica. Battuto il favorito Yukio Mishima, colpevole di frequentare ambienti comunisti, Kawabata si tolse la vita qualche anno dopo, seguito a distanza di due anni dal rivale. Lo scrittore giapponese Kenzaburo Oe, vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1994, ha ottenuto sì l’agognata statuetta, ma non il successo internazionale. Ancora oggi, infatti, è molto difficile reperire la traduzione della maggior parte delle sue opere. Un limite che riguarda tutta la letteratura giapponese (Murakami a parte) e che le impedisce così di diffondersi su larga scala.

Un’altra ragione che viene addotta, senza considerare i vincitori appena citati, vuole che Murakami non sia destinato ad aggiudicarsi il Nobel per la Letteratura a causa della sua nazionalità. La polemica è nata dopo la vittoria più recente, nel 2017, di Kazuo Ishiguro, cittadino inglese ma nato in Giappone, trasferitosi nel Regno Unito con la famiglia all’età di 5 anni. Il paese del Sol Levante, che aspettava il Nobel letterario da ventitré anni, e da sempre fiero della propria identità, all’epoca ha rivendicato la vittoria come propria, tanto che il quotidiano Sankei ha definito Ishiguro il “terzo vincitore letterario nato in Giappone", dopo Yasunari Kawabata e Kenzaburo Oe. I suoi sostenitori più incalliti sostengono che la vera colpa del loro idolo sia quella di non possedere un passaporto europeo, al contrario del vincitore Ishiguro.

Eppure il vero ostacolo, ma anche la vera forza di Murakami, sta proprio in questa sua “estraneità” alla cultura dominante giapponese: la sua passione per la letteratura moderna e contemporanea americana, la forte critica alla cultura giapponese tradizionalista e la sua fama da autore di bestseller farebbero di lui un personaggio troppo “commerciale” che lo renderebbe ormai inviso all’Accademia, da sempre attenta a premiare autori meno conosciuti e affermati. “Non ho letto molte opere di scrittori giapponesi in gioventù”, ha spiegato lo scrittore in un’intervista alla rivista letteraria francese Paris Review. “Volevo fuggire da quella cultura, che consideravo noiosa”. E così è stato: fin da piccolo si è avvicinato alla narrativa americana, in particolare a grandi romanzieri come Truman Capote, F. Scott Fitzgerald, Raymond Carver e J.D. Salinger, di cui, non a caso, ha tradotto diverse opere in giapponese. Da questi autori ha appreso lo stile di scrittura semplice e chiaro che caratterizza oggi i suoi romanzi e che gli ha permesso di differenziarsi dagli altri scrittori giapponesi, arrivando al successo internazionale.

Un’altra delle caratteristiche peculiari della sua narrativa è l’atmosfera surreale che spesso circonda le vicende di cui sono protagonisti i suoi personaggi. A questa si somma la presenza di tematiche o figure ricorrenti, come i gatti, la musica jazz, ma anche l’alcol. In realtà lo stile semplice, che da un lato è anche una sua qualità, e la presenza nei suoi testi di temi non sempre educativi sono proprio ciò che gli viene spesso rimproverato dai suoi detrattori, fra i quali potrebbero esserci alcuni membri dell’Accademia di Svezia. Lo stesso premio Nobel Kenzaburo Oe è uno dei critici più severi della scrittura di Murakami. Oe, in passato, ha descritto la narrativa di Murakami come "una totale mancanza di un atteggiamento attivo nel trattare con la società nel suo insieme, ma che mostra una volontà passiva di essere influenzata da alcuni aspetti della cultura popolare".

Al di là dei difetti o dei limiti della sua scrittura, il grande pregio di Murakami è stato quello di svecchiare la narrativa giapponese contemporanea, ancora incentrata sui temi della tradizione e della famiglia e sul disprezzo di sé, e di aprirla all’influenza della cultura americana, che è ormai ben conosciuta e diffusa fra le nuove generazioni. L’autore non parla di un mondo idealizzato e conservatore, sempre più distante dalla quotidianità dei giovani giapponesi, ma di una realtà fluida e in costante evoluzione, profondamente intrisa di usanze e mode occidentali, in cui milioni di persone possono facilmente riconoscersi.

Congetture bizzarre a parte, è certo che la mancata vittoria di Murakami sia diventata ormai un appuntamento fisso per il popolo giapponese che, ogni anno, alla vigilia della premiazione, si riversa sui social per creare meme e scherzare sulla maledizione che incombe sullo sfortunato scrittore. Su Twitter c’è anche chi, giustamente, ha fatto l’esempio di Leonardo DiCaprio, che ha ottenuto l’Oscar dopo un’attesa lunga 23 anni, dimostrando che non si può mai smettere di sperare.

Dal canto suo, l’autore resta imperturbabile mentre, anno dopo anno, continua a sfornare bestseller. Dopo tutto anche i suoi autori americani preferiti non hanno mai vinto il Nobel, eppure questo non gli ha impedito di raggiungere il successo e una fama di proporzioni mondiali. Se l’unico scopo di Murakami, come ha sempre affermato, è quello di essere letto, allora possiamo dire, senza ombra di dubbio, che ha già vinto.

Articolo di Alessandro Mancini

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