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La Hybris di Edipo e degli altri personaggi del mito greco sconfitti dalla propria arroganza

22 settembre 2021

Presso gli antichi greci, la ὕβϱις (hybris) è l’orgogliosa tracotanza che porta l’uomo a presumere della propria potenza e fortuna e a ribellarsi contro l’ordine costituito.  Sia esso divino o umano. Un atto immancabilmente seguito dalla vendetta o punizione divina. È idea condivisa da tutta l’antichità che gli dèi sono superiori e la devozione degli uomini consiste nel venerare questa loro superiorità. Lo sapeva già l’oracolo di Apollo a Delfi, il centro della religiosità greca, quando comunicava il suo massimo insegnamento agli uomini: γνῶθι σαυτόν (conosci te stesso). Sul frontone del tempio stava incisa una η, che Plutarco interpreta come ηῖ, (tu sei). Significa che l’uomo, che ha conosciuto sé stesso, si rivolge ora al dio per riconoscergli la pienezza dell’essere. Perché, per dirla con Pindaro, “sogno d’un’ombra è l‘uomo” (Pitica VIII). Questa – si diceva – è idea condivisa da tutta l’antichità. Nel I secolo d.C., il poeta classico per eccellenza, Quinto Orazio Flacco, afferma: “[Romano,] Se ora domini incontrastato è soltanto perché sai mantenerti sottomesso agli dèi” (Odi III, 6).

Accade però che l’uomo dimentichi di essere “sogno d’un’ombra”; e allora si abbatte su di lui – implacabile – l’ira della divinità.

Prometeo trasgressore delle leggi divine

Tantissimi sono gli autori che si sono occupati di Prometeo e tantissime le vicende che a lui si riferiscono. In questa sede riportiamo il nucleo degli avvenimenti che lo riguardano. Prometeo (colui che vede prima) e suo fratello Epimeteo (colui che vede dopo) ebbero da Zeus l’incarico di ripopolare la terra, dopo la lotta tra giganti e dèi.

Gli esseri viventi vennero generati impastandoli con la creta. Epimeteo assunse il compito di fornire loro i mezzi per sopravvivere. Li dotò tutti di una capacità unica, ma dimenticò proprio l’essere umano. Prometeo decise di correggere l’errore del fratello: trafugò dall’Olimpo il fuoco di Efesto e la sapienza di Atena e li regalò all’umanità. Ma questi erano doni divini e Prometeo aveva commesso un grande sacrilegio. Fu fatto incatenare da Zeus a una rupe dei monti della Scizia, ordinando che ogni giorno un’aquila gli rodesse il fegato, che di notte ricresceva. Fu poi liberato da Eracle, che uccise l’aquila punitrice.

Tantalo che provò a ingannare gli dèi

Tantalo era re della Lidia o della Frigia. Era ricchissimo, amato dai sudditi e caro agli dèi. Anziché essere grato alle divinità della famigliarità che gli accordavano e dei doni di cui lo colmavano, cercava il modo di impadronirsi della loro potenza e di diventare immortale. Arrivò al punto di rubare agli dèi l’ambrosia e il nettare, ossia il cibo e la bevanda che li rendeva immortali. Osò sconsideratamente mettere alla prova la loro onniscienza: invitandoli a cena, come soleva fare, lo scellerato offrì loro come vivande le membra di suo figlio Pelople, per vedere se i divini ospiti se ne sarebbero accorti.

Gli dèi scoprirono tutto e, ricomposte le membra del povero Pelople, lo riportarono in vita. Tantalo venne invece condotto nell’Ade e condannato al supplizio terribile di un’eterna fame e un’eterna sede. Le Erinni lo legarono ad un albero posto in mezzo a un lago composto da acqua purissima. Quando Tantalo si avvicinava per assaggiare un frutto, esso si allontanava, come si ritiravano le acque quando provava a bere.

Icaro che volò troppo vicino al sole

Dedalo, prodigioso inventore ed architetto, e suo figlio Icaro (conosciuto anche come Icario e Icarione) vennero rinchiusi nel labirinto che loro stessi avevano ideato a Creta. Ma i cretesi non avevano tenuto conto dell’ingegno del prodigioso architetto. Costui, utilizzando fango e cera d’api, costruì delle ali per sé e per il figlio. Era quello l’unico sistema per evadere dal terribile labirinto. Non mancò di raccomandare al figlio di volare ad un’altezza media, per evitare di fare sciogliere il fango se fosse venuto a contatto con l’acqua del mare. Gli disse anche di non volare troppo alto, per evitare che il calore del sole liquefacesse le ali di cera. Icaro, in un primo momento, seguì le istruzioni del padre, ma quando fu sopra il mare, vedendosi osservato con ammirazione dai pescatori, volò più in alto che poté, per dimostrare la propria grandezza divina. Così avvenne quello che temeva il padre: le ali si sciolsero e il giovinetto – che per un istante s’era sentito simile agli dèi – venne inghiottito dalle acque. Quel mare da allora si chiamò Icario.

Edipo, che voleva essere più forte del destino

Veniamo ora a Edipo e alla sua torbida, terribile vicenda. Anche in questo caso ci limiteremo agli avvenimenti relativi all’hybris, perché le narrazioni che ruotano attorno al suo personaggio sono moltissime. Edipo era figlio del re di Tebe Laio e di Giocasta.

Laio aveva appreso da un oracolo che sarebbe stato ucciso da suo figlio, che poi avrebbe sposato la sua stessa madre. Provò a liberarsi del bambino uccidendolo, ma un pastore lo salvò e lo condusse presso il re di Corinto che l’allevò come fosse suo figlio. Divenuto adulto, si recò a Delfi, dove la Pizia gli ingiunse di non far rientro alla reggia e gli predisse che avrebbe ucciso il padre e sposato la madre. Terrorizzato, fuggì verso Tebe, e qua si compì il suo destino: uccise il padre carnale Laio, durante una lite, e, avendo liberato la città dalla Sfinge, sposò la sua vedova Giocasta, che era sua madre. Le tragedie che Sofocle trasse da queste vicende – principalmente l’Edipo Re -, rappresentano uno dei vertici della letteratura greca e della letteratura di tutti i tempi.

Le parole dell’eroe: “Sono io Edipo, l’uccisore di mio padre e l’amante di mia madre” infiammarono l’animo di Sigmund Freud, che commentò: “qua è la chiave di tutto”. E in effetti il complesso d’Edipo è uno dei cardini della psicanalisi.

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