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Cosa significa leggere oggi Grazia Deledda, scrittrice rivoluzionaria

09 giugno 2020
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Grazia Deledda è una scrittrice difficilmente collocabile in un canone letterario, una donna nata ai margini della storia, indomabile e iniziatrice di un linguaggio ibrido che nessuno aveva mai conosciuto prima. Grazia è una donna che spariglia tutti i canoni, cresciuta respirando la polvere della Barbagia, rubando e restituendo con la scrittura la cultura, le atmosfere e la tradizione sarda, educandosi a un'introspezione carsica. Grazia Deledda era una donna determinata, che ha usato la potenza e il fuoco delle proprie parole per esporsi, per mettersi a nudo, per esporre ed esibire: è stata la prima e unica scrittrice italiana ad aver ricevuto il premio Nobel per la letteratura “per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano”.

Grazia è un grido lontano da ogni stereotipo letterario, che spesso ha coinvolto alcuni scrittori italiani a lei contemporanei; ha adoperato il proprio bilinguismo e la fenomenologia delle sensazioni per esprimere la crisi del patriarcato nell'Italia rurale di fine Ottocento. Nonostante ciò, per anni è stata ignorata dalla critica italiana, assente quasi totalmente dalle antologie, e il suo nome non veniva quasi mai pronunciato nell'elenco dei libri di letteratura italiana da leggere assolutamente. Eppure, oltre a essere stata insignita del più prestigioso riconoscimento letterario, è anche una delle donne più lette e tradotte nel resto del mondo. Leggere Grazia Deledda è invece fondamentale perché oltre a essere una grande scrittrice è stata una rivoluzionaria, nella sua vita prima di ogni cosa.

Deledda nacque a Nuoro il 27 settembre 1871, da rispettabili genitori borghesi, Giovanni Antonio Deledda e Francesca Cambosu. Il padre era mugnaio e proprietario terriero, ma anche poeta e bibliofilo. Grazia però ricevette solo pochi anni di istruzione formale, terminata durante la quarta elementare, quando aveva undici anni. La sua formazione, di lì in poi, sarebbe stata totalmente da autodidatta, principalmente svolta attraverso una lettura approfondita della letteratura italiana, russa, francese e inglese. Gli inverni della sua infanzia furono difficili, sconvolti dal freddo che per molti all’epoca si rivelava letale e dalla mancanza di cibo. Giovanissima viene colpita da diversi drammi familiari: la sua giovane sorella Giovanna morì infatti a sei anni in un gelido inverno; e anche un'altra sorella, Enza, morì in seguito a un aborto che le fu fatale; il padre scomparve nel 1892, il fratello Santus divenne un alcolista e l'altro fratello, Andrea, venne arrestato per furto.

Deledda iniziò a pubblicare storie e romanzi in tenera età su giornali locali, nonostante la reazione scioccata della società di Nuoro e l'opposizione della sua famiglia. Già nel 1888, a soli diciassette anni, la rivista romana Ultima Moda, pubblica il suo primo racconto dal titolo Sangue sardo, a cui seguiranno poi Remigia Helder e il romanzo Memorie di Fernanda. “Cominciai a scrivere così, quasi per istinto. Come l’uccello comincia a cantare, come la farfalla vola, come la sorgente sgorga”, affermò la scrittrice in una corrispondenza epistolare. Per evitare ulteriori shock e rabbia generati dalle sue pubblicazioni, Deledda iniziò però a pubblicare sotto pseudonimi come G. Razia o persino Ilia de Saint Ismail. Grazia era consapevole di essere “nata in un paese dove la donna era considerata ancora con criteri orientali, e quindi segregata in casa con l’unica missione di lavorare e procreare”. Ma nonostante tutto continuò per la sua strada. Sebbene abbia sempre scritto in italiano, la sua prima lingua era in realtà il dialetto sardo, e sarebbe diventata perfettamente italofona solo dopo i trent’anni. Alla lingua italiana Grazia è quindi arrivata da straniera, con le sue sporcature, con una ricchezza di terminologia tipica di chi apprende una lingua straniera.

Durante un soggiorno a Cagliari con Maria Manca, direttrice della rivista letteraria Donna Sarda, tra ottobre e dicembre 1899, Deledda conobbe Palmiro Madesani, un funzionario del ministero delle Finanze. Madesani si innamorò di lei e i due si sposarono l'11 gennaio del 1900, trasferendosi poi a Roma. Deledda scelse di conformarsi all'istituzione matrimoniale sia per andarsene di casa e sia per sposare un uomo che, riconoscendo il suo genio letterario, si licenzierà per seguire il talento di sua moglie, cosa che alla fine dell'Ottocento era impensabile. Roma rappresenta per la scrittrice un'occasione di fuga dal paese natio: lì si liberò dell'isolamento imposto dalla sua casa e incontrò i membri della comunità letteraria contemporanea.

Le opere di Grazia Deledda sono fortemente determinate dalla sua storia e dalla cultura sarda: dialetti, tradizioni, persone e paesaggi. Le storie che le arrivavano o lo facevano grazie alla letteratura – essendo una fervente lettrice divorava libri di qualsiasi tipo – oppure sotto forma di racconto orale: ascoltava infatti con grande interesse gli amici e i familiari mentre raccontavano storie, leggende e miti che diventarono la sua ispirazione e diedero forma ai suoi scritti. Però, le maggiori influenze sulla sua scrittura la ebbero la sua famiglia e i cicli della natura: vita e morte, bellezza e decadenza. La sua vera scuola di letteratura era la sua vita. “Ho visto l’alba e il tramonto, il sorgere della Luna nell'immensa solitudine delle montagne, ho ascoltato i canti, le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo. E così si è formata la mia arte, come una canzone, o un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo”. Queste parole sono tratte dal suo discorso di accettazione del premio Nobel per la Letteratura, e la ritraggono perfettamente. Grazia era una donna riservata, che però ascoltava e osservava attentamente, proprio come aveva fatto durante la sua infanzia. Il risultato sono stati oltre trenta romanzi e circa quattrocento racconti, la maggior parte dei quali raccolti in diciannove libri. Ha anche scritto molti articoli, alcune opere teatrali e poesie.

Quel che consacrò Grazia Deledda al grande pubblico fu la pubblicazione nel 1903 di Elias Portolu, uscito a puntate sulla Nuova Antologia nel 1900. Il romanzo, che Deledda considerò la sua opera rivoluzionaria, come ha scritto Joseph Spencer Kennard nel suo studio del 1906 Italian Romance Writers, è un’interessante analisi del sentimento religioso nelle menti primitive dei sardi, e del rapporto tra il modo di interpretare il dogma cristiano e la compattezza patriarcale della famiglia. Nel 1913 Deledda pubblica Canne al vento, il suo romanzo più celebre, che secondo il saggista Nicola Tanda evoca memorie tolstojane e dostoevskiane, una celebrazione del libero arbitrio, della libertà di compiere il male, ma anche di realizzare il bene. Il libro narra la storia delle sorelle Pintor, discendenti da una nobile famiglia sarda, la cui piccola fattoria è curata dal loro devoto servitore, Efix. Il ritorno improvviso del nipote Giacinto, scapestrato e dissoluto, porta caos, distruzione e cambiamento nella vecchia dimora. Canne al vento mostra chiaramente come Deledda non c'entri niente con il Decadentismo o con il Verismo, quel che si osserva è la sua totale lontananza da Verga o Capuana; Deledda è romantica e gotica, è molto più vicina a Emily Bronte e a Mary Shelley. Canne al vento è un libro di fantasmi, c'è una visione moderna, una ricchezza immaginifica che sconfina nel sogno, nelle profezie. Nella sua prosa è presente una commistione carnale tra gli uomini e l’aspra terra sarda.

Deledda ha scelto di impostare la sua narrativa sulle leggende e il folklore sardi, di raccontare le leggi morali del mondo pastorale, le cui immagini antiche fanno da sfondo alle lotte che i suoi eroi ed eroine devono affrontare. Le donne dei suoi romanzi, che vivono in quel mondo ancestrale, in particolare, subiscono le sue regole, le sue logiche, tentando di violarle; sono donne moderne, inquiete, alla ricerca di un'identità personale. Deledda compie un lavoro letterario con sguardo antropologico non giudicante: la scrittrice non condanna mai i suoi personaggi. Per questo paragona tutti a delle canne sopra il ciglione, che a ogni soffio di vento si battono l'una all'altra le foglie come per avvertirsi del pericolo. Grazia vedeva la vita come un fiume, in cui aleggiano misteriose forze motrici che ci obbligano ad agire; in questo modo l'angoscia, il senso di colpa, il desiderio di espiazione, la trasgressione diventano atti involontari. Per questo leggere Grazia Deledda è fondamentale, perché la sua forza emancipativa è nata proprio attraverso la scrittura, e ne ha prodotto una letteratura fluviale che ha ben poco di regionale, ma moltissimo di cosmogonico.

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