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”Il Milione” di Marco Polo: tre colpi di fortuna e una grande lezione

10 maggio 2022

C’è un’opera, nella letteratura di viaggio, che a distanza di secoli ancora esercita un fascino particolare. Un testo di cui tutti conoscono il titolo ma solo in pochi la storia peculiare: Il Milione di Marco Polo. Il titolo deriva dal soprannome di Marco Polo che, come scrisse il geografo del ‘500 Giovanni Battista Ramusio,"di quei paesi riferiva tutto a milioni" e infatti "lo cognominarono 'messer Marco Milioni'". L'opera, del resto, è frutto di ventiquattro anni di viaggio durante i quali l'autore visitò territori ai tempi sconosciuti ai più. Tanto che, lo scrittore belga Albert t'Serstevens, la definì la più completa “descrizione geografica, storica, etnologica, politica, scientifica dell'Asia medievale".

Ma oltre che per la mole di racconti, la storia dell'opera presto divenne mito per via delle meraviglie che narrava. Come nel caso, eclatante, dell’unicorno che Marco Polo disse d’aver avvistato sull’isola di Giava. Un aneddoto che, come tutta l'opera, ci lascia una grande lezione, ma che non avremmo potuto leggere se la fortuna non avesse aiutato Marco Polo.

Non uno, non due, ma ben tre colpi di fortuna!

Marco Polo è Il Milione. Perché ne è l’autore, perché ne è il protagonista e perché è proprio la biografia di Polo e della sua famiglia a farne un mito capace di ispirare Cristoforo Colombo e la sua smania d’Asia.

Nel 1271, quando aveva probabilmente diciassette anni, Marco partì alla volta del Catai, com'era chiamata al tempo la Cina, con il padre Niccolò e lo zio Matteo. I due conoscevano già la Via della Seta, infatti nel 1269 erano tornati a Roma dopo un viaggio lungo nove anni che li aveva portati fino Khanbaliq, il nome mongolo dell’odierna Pechino.

Quel primo viaggio già contiene uno dei tre colpi di fortuna che ci hanno reso possibile leggere Il Milione.

Prima che esploratori, papà e zio di Marco erano commercianti e il fulcro dei loro affari era Costantinopoli, allora controllata dalla Serenissima. Proprio sulle sponde del Bosforo, nel 1260 convertirono i loro averi in gemme con cui finanziare un viaggio attraverso l'Asia. Così partirono per l’odierna Crimea, lasciando Costantinopoli. Ecco il primo bacio della Dea bendata: l’anno successivo i bizantini riconquistarono la città e cacciarono i Veneziani, rei di avere appoggiato la crociata contro l'antica Bisanzio. Se fossero rimasti lì, avrebbero perso tutto, invece per loro fortuna si trovavano alla corte di Kublai Khan, probabilmente l’uomo più potente del mondo all’epoca.

Proprio il Gran Khan qualche anno dopo li mandò dal Papa ad avanzare una richiesta: l’imperatore mongolo desiderava ricevere dei missionari che gli illustrassero di persona il credo occidentale. Marco, Niccolò e Matteo tornarono però a mani vuote: da mesi lo scranno papale era vacante per l’incapacità dei cardinali di eleggere un nuovo Papa, di conseguenza nessuna ambasciata poteva essere soddisfatta. Nel viaggio di ritorno, i Polo fecero sosta ad Acri e qui avvenne il secondo colpo di fortuna: in Israele strinsero infatti amicizia con un religioso, che Marco chiamava "Tedaldo da Piagenza", a cui più volte espressero il rammarico per la mancanza di un Papa. Settimane dopo, i tre scoprirono che finalmente una fumata bianca era svettata sul Conclave ed era stato eletto proprio Tedaldo da Piagenza, passato alla storia come Papa Gregorio X. I tre viaggiatori tornarono così a Roma, stavolta da un Papa amico, che gli concesse i missionari che il Khan chiedeva.

Ma, concretamente, Il Milione non sarebbe stato scritto se non fosse stato per il terzo colpo di fortuna, avvenuto ben ventiquattro anni più tardi: quando Polo tornò definitivamente dalla Cina, fu coinvolto nella guerra tra Venezia e Genova, finendo persino imprigionato. Come si suol dire, però, non tutti i mali vengono per nuocere e Marco Polo divise la cella con Rustichello da Pisa, di professione scrittore in lingua d’oil che trascrisse la testimonianza dell'esploratore durante i tre anni di prigionia.

Ventiquattro anni di viaggio, ma era tutto vero?

Il Milione spinse i confini del mondo conosciuto oltre il Karakorum. Di fronte all’Impero Mongolo, che dal Mar Nero alla penisola Coreana fu il più vasto della storia senza interruzioni territoriali, l’Europa di colpo si scoprì più piccola e meno sola: comprese che al di là di una zona popolata da tribù nomadi si trovavano città fortificate e una cultura di pari livello.

Marco Polo visse lì per diciassette anni, restando lontano da casa per ben ventiquattro primavere, se si contano i viaggi. Come funzionario di corte di Kublai Khan, esplorò le steppe trafficate da commercianti turchi, i bazar iraniani dove si vendevano i tappeti «più begli del mondo», l’oasi di Yazd e i porti del Golfo Persico che odoravano di spezie, la catena del Pamir, “il tetto del mondo”, il deserto cinese e i templi buddisti.  Il Khan, infatti, era un imperatore ossessionato dalle gesta del proprio nonno Gengis, disposto a tutto pur di mantenere il potere, eppure al contempo curioso e aperto alle altre culture.

È lo stesso Polo a raccontare il primo incontro con il Khan: "Quando gli due fratelli e Marco giunsero alla gran città ov'era il Gran Cane, andarono al mastro palagio, ov'egli era con molti baroni, e inginocchiaronsi dinanzi da lui [...] Egli li fece levare suso, e molto mostrò grande allegrezza, e domandò loro chi era quello giovane ch'era con loro. Disse messer Nicolò: 'Egli è vostro uomo e mio figliuolo'. Disse il Gran Cane: 'Egli sia il ben venuto, e molto mi piace'".

Da quel momento, l'imperatore gli chiese di viaggiare in lungo e in largo. Sebbene tre anni di prigionia diedero a Polo tempo sufficiente per raccontare tutto quello che vide, più volte asserì di aver detto meno della metà delle cose che aveva incontrato in quel viaggio all’altro capo del mondo, lungo quasi un quarto di secolo.

I dubbi sulla veridicità del suo racconto, che a lungo hanno reso l’opera più vicina al mito che al resoconto, derivano da certe testimonianze bizzarre come quella sull'unicorno: "Elli ànno leofanti assai salvatichi e unicorni, che no son guari minori d'elefanti;[...] nel mezzo de la fronte ànno un corno grosso". Inoltre a far dubitare gli storici, ci sono anche alcune mancanze evidenti: può essere che ne Il Milione non ci sia mezza riga sulla scrittura verticale, sulla porcellana o sull’uso delle bacchette per mangiare?

La voce e l’orecchio: la grande verità dietro a Il Milione

Sì, può essere: le notizie e la descrizione dei luoghi fatta da Polo è sufficiente a comprovarne il viaggio, mentre certe lacune troverebbero spiegazione nel dominio mongolo sulla popolazione cinese, le cui usanze erano considerate poco degne, specie da chi apparteneva alla corte mongola, come Polo.

L’opera, insomma, va letta con gli occhi di chi l’ha raccontata, nel contesto in cui l’ha vissuta. Un principio che vale anche per l’unicorno. Marco Polo aveva davvero visto l’animale che descrisse, ma pochi vollero soffermarsi su certi elementi della sua testimonianza: "Son di pelo bufali, i piedi come di lefanti; [...] lo capo ànno come di cinghiaro, la testa porta tuttavia inchinata verso la terra". Pochi, insomma, compresero che dietro il presunto “unicorno” si celava un vero rinoceronte.

Dunque, una grande lezione dietro un apparente mistero, che ha bisogno della giusta chiave (di lettura) per essere svelato. A consegnarcela è sempre un Marco Polo: non l’originale, ma quello fittizio immaginato da Italo Calvino ne Le città invisibili mentre dialoga con il Khan. È lui a pronunciare la verità con cui comprendere Il Milione, qualsiasi altro testo antico e perfino certe notizie di oggi: "Io parlo parlo … ma chi m'ascolta ritiene solo le parole che aspetta. … Chi comanda al racconto non è la voce: è l'orecchio". Un segreto, come tanti altri, custoditi in un’opera che meriterebbe una reinterpretazione, se non altro per rendere onore alla sua travagliata genesi e alla sua rilevanza storica.

Credits

Cover: Caravane Marco Polo, Abraham Cresques. Distributed under Public Domain Mark 1.0 license via Wikimedia

Immagine interna 1: Marco Polo portrait, Internet East Asian History Sourcebook. Distributed under Public Domain Mark 1.0 license via Wikimedia

Immagine interna 2: Marco Polo Kubilai Khan, Maître de la mazarine et collab. Distributed under the Public Domain Mark 1.0 license via Wikimedia

Immagine interna 3: Marco Polo with elephants and camels arriving at Hormuz on the Gulf of Persia from India, Boucicaut Master. Distributed under the Public Domain Mark 1.0 license via Wikimedia

Immagine interna 4: Marco Polo, Il Milione, Chapter CXXIII and CXXIV Cropped, kfunigraz. Distributed under the Public Domain Mark 1.0 license via Wikimedia

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