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Il mito americano nella prosa secca di Cormac McCarthy, e quel romanzo che aspettiamo da 15 anni

07 settembre 2021

Ne La strada, ci sono quattro righe in particolare che contengono il cuore del romanzo di Cormac McCarthy che gli è valso il Premio Pulitzer per la narrativa nel 2007:

“Lui ci provava a parlare con Dio, ma la cosa migliore era parlare con il padre, e infatti ci parlava e non lo dimenticava mai. La donna diceva che andava bene così. Diceva che il respiro di Dio è sempre il respiro di Dio, anche se passa da un uomo all’altro in eterno.”

Una manciata di parole che raccolgono i tratti della prosa secca, diretta e sanguigna di uno degli scrittori più amati del mondo. Un uomo “del mistero”, visto che è anche tra gli artisti più schivi e distanti dal panorama letterario e mondano, dal cosiddetto star system, tanto che – al pari di figure del calibro di J. D. Salinger e Thomas Pynchon – è stato definito uno degli “invisibili” della letteratura.

La strada è il punto più alto della produzione di Cormac McCarthy? Forse, ma in ogni caso è l’ultimo romanzo che è uscito dalla sua penna. Perché da allora lo scrittore non ne ha più scritti, generando un vuoto letterario che negli ultimi 15 anni i suoi lettori hanno riempito con le ingombranti aspettative di The Passenger. E qui si apre un altro mistero che balla nello stomaco di tutti gli appassionati dal lontano 2009.

La frontiera americana di Cormac McCarthy

Forse nessuno nella storia della letteratura americana ha raccontato meglio di lui cosa c’è dietro la maschera linda e pinta della società americana di oggi. Perlomeno nessuno con tanta ferocia e bruciante sincerità. Il “buon vecchio” Cormac McCarthy cresce nel Tennessee, passa quattro anni nell’esercito due dei quali nella sterminata Alaska. È uno che la frontiera americana l’ha vissuta e l’ha raccontata egregiamente. Prima nella disperata follia di Figlio di Dio, poi con romanzi come Meridiano di sangue, Cavalli selvaggi, Oltre il confine e Città della pianura, forse i migliori western su carta della storia, quelli che hanno cambiato faccia al romanticismo della figura del cowboy riconsegnandolo a una dimensione decisamente più cinica e razionale. E poi i suoi percorsi più squisitamente cinematografici, quelli per cui è più noto al grande pubblico, con Non è un paese per vecchi e La strada.

La sua è una prosa ridotta all’osso, secca come un ramo spezzato, essenziale. I racconti non sono mai devoti all’azione e spesso, molto spesso, vivono di sensazioni suggerite, che arrivano da profonde riflessioni personali che McCarthy riesce a imprimere con forza sulla carta. Si pensi al già citato La strada, nato dalla lettura di un preciso istante della vita dello scrittore dopo la nascita del figlio John. Lo racconta lui stesso:

“Mi trovavo a El Paso con John. Una notte lui dormiva e io osservavo fuori dalla finestra: nulla si muoveva, ma percepivo da lontano il passaggio dei treni. Allora ho guardato i fuochi sopra la collina, e ho provato a immaginare come sarebbe stato quel posto dopo cinquanta o cento anni. Ho pensato molto al mio piccolo ragazzo. Scrissi qualche nota pensando al rapporto tra padre e figlio. Dopo qualche anno, in Irlanda, ritirai fuori quelle note e mi accorsi che non si trattava solo di qualche pagina, ma di un potenziale libro: ecco la genesi di La strada”.

Il nuovo romanzo invisibile: The Passenger

Ed eccoci arrivati all’attesa per il nuovo romanzo. Dal 2015 ogni anno sembra quello buono (così come ogni anno sembra quello giusto per l’assegnazione a McCarthy del Nobel per la letteratura, celebrazione che puntualmente viene rimandata) e si rincorrono tempestivamente voci di corridoio, anticipazioni, promesse infrante.

Ecco perché The Passenger è atteso da molti come l’evento narrativo tra i più importanti degli ultimi decenni. Va detto che il libro è qualcosa in più di una semplice idea: ne conosciamo la trama, riassumibile nella storia di un fratello e una sorella sullo sfondo della città statunitense di New Orleans. Alcuni estratti sono stati letti nel 2015 in un evento organizzato dal Santa Fe Institute, istituto di ricerca multidisciplinare di cui Cormac McCarthy è socio. Pare inoltre che The Passenger sia figlio di un’idea che balla nella mente dello scrittore sin dagli anni ’80. Lo dimostrano una serie di lettere scritte a quel tempo dall’autore stesso che, parlando con alcuni colleghi, raccontava di una storia molto simile a quella trapelata dalle anticipazioni del nuovo romanzo.

Insomma, le possibilità all’orizzonte sono tre: The Passenger è una chimera che non vedremo mai, McCarthy soffre di un severo blocco creativo oppure, dopo oltre 40 anni di carriera, ha semplicemente detto tutto ciò che doveva dire. E in tutti e tre i casi, forse, siamo proprio noi amanti della buona lettura che dovremmo fare un passo indietro e ringraziare per ciò che abbiamo avuto (ovvero una decina di romanzi destinati a entrare nella storia) senza smettere di desiderare a tutti i costi quello che arriverà dalla florida frontiera di Cormac McCarthy.

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