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I sentimenti della vita moderna per Olivia Laing, la nuova Virginia Woolf

19 ottobre 2021

È attraverso il racconto delle opere d’arte più iconiche del nostro tempo e dei loro autori – da Edward Hopper a Andy Warhol, da Klaus Nomi a Henry Darger – che Olivia Laing, autrice inglese classe ’77 tradotta in tutto il mondo, disvela il vibrante vincolo che c’è fra l’individuo e la metropoli.

Un rapporto complesso che impone ritmi febbrili e che guida i nostri movimenti con l’alterità. L’altro ci desta sospetto, diffidenza, a volte persino paura. La brama amorosa, il successo economico, la smania di socialità scatenano insoddisfazioni e delusioni. Da qui il desiderio di restare soli, una condizione piacevole e in molti momenti desiderabile, che però nelle nostre città caotiche e dispersive finisce per essere anche opprimente.

Opere d’arte e sentimenti metropolitani

La stessa Laing ha un legame del tutto peculiare con il sentimento della solitudine e con gli Stati Uniti, in particolar modo con la città di New York, la rappresentazione più conosciuta dell’America da cartolina e da film che siamo abituati a vedere. L’attrazione è così forte che la combinazione di questi due elementi – la solitudine e la Grande Mela – costituisce l’ossatura della poetica del suo romanzo best-seller Città sola (Il Saggiatore, 2018). Un insolito e sorprendente oggetto letterario che grazie all’autofiction e all’esplorazione dell’arte ci conduce in una raffinata indagine sullo stato d’animo meno esplorato dell’uomo contemporaneo: la solitudine.

Caotica, metropolitana, affollatissima, New York è un centro propulsore creativo, la città delle possibilità, per molti la città della meraviglia, del nuovo, dell’ardito. A partire da questa fascinazione la protagonista del romanzo esplora la verticalità l’abissale della vita metropolitana fatta di altezza e superfici riflettenti, fatta soprattutto di rappresentazioni. La solitudine dell’io narrante si confronta dunque con alcune solitudini illustri e creative. Olivia Laing ci porta per mano nel mondo intimo di grandi artisti del secolo scorso che hanno rappresentato New York e le sue vite alienate in modo magistrale.

Una carrellata di opere e percorsi d’artista puntellano la quotidiana solitudine della narratrice, una donna alla soglia dei trentacinque anni, “età in cui la solitudine non è più socialmente tollerata e si accompagna a un odore persistente di estraneità, devianza e fallimento”. Così agiscono sulle nostre anime lo spettro del giudizio altrui e la paura di mostrare i propri insuccessi.

La narratrice sembra quindi specchiarsi nelle opere più iconiche del nostro tempo e le usa per raccontare la condizione umana: “Sapevo cosa sembravo. Sembravo una donna dei quadri di Hopper. La ragazza di “Tavola calda” (“Automat”), forse, col cappello a cloche e il cappotto verde, mentre fissa una tazza di caffè, alle sue spalle la finestra su cui riflettono due file di lampade che nuotano nell’oscurità. Oppure quella di “Sole di mattina” (“Morning Sun”), seduta sul letto con i capelli legati disordinatamente…”.

Grazie alle opere di Edward Hopper, dunque, riscopriamo l’essenza dell’io narrante, comprendiamo in che modo quella corrispondenza ritrovata con le immagini dell’artista è una corrispondenza che appartiene anche alla città stessa, alla fagocitante New York dove finestre, muri, luci e ombre espongono continuamente le persone sole allo sguardo freddo della città.

La metropoli è fredda ma tutt’altro che muta. Il capitolo su Andy Warhol parte dall’importanza del linguaggio in un mondo di solitudini. “Se non hai alcun contatto fisico, la cosa che più si avvicina a un contatto con un altro essere umano è la parola”. Nella New York piena di suoni, di voci, di pettegolezzi e di volgarità, Warhol usa il registratore e la poi la telecamera come strumenti per catturare l’unicità dell’individuo, le sue défaillance linguistiche, le sue pause, le sue logorree. Accettando il rischio di essere considerato un manipolatore, il silenziosissimo e celebre Andy Warhol fa parlare gli altri, li registra, li segue nella loro intimità e trasforma queste monadi solitarie – i deviati, gli imperfetti, gli emarginati – in una sinfonia di voci, in espressione artistica.

Nelle peregrinazioni solitarie per la città, sotto la patina tirata a lucido, l’io narrante riconosce gli umori e i luoghi degli artisti che ama e gli angoli che li hanno ispirati. L’odore sgradevole della metropoli, i moli umidi, gli anfratti lugubri, le cantine dimenticate, i pali della luce tremolante nel buio. C’è questo scambio simbiotico tra l’emotività della narratrice e le vie, i meandri labirintici di una metropoli difficile da espugnare, che crea continue promiscuità e continue alienazioni. Per esempio, il ritratto che la Laing fa di David Wojnarowicz, fotografo e attivista per i diritti degli omosessuali e dei malati di Aids, è commovente. Scava nelle pagine dei suoi diari d’infanzia, ci mostra con le parole i suoi scatti capaci di svelare una città di derelitti e abbandonati, e illuminare la condizione di chi si sente diverso, di chi indossa una maschera perché non riesce a mostrarsi per ciò che è davvero.

Grandi artisti, opere memorabili, esistenze sole e non isolate, anzi immerse in una vita convulsa che mescola i contorni della sfera pubblica e privata, che rende vulnerabili, che spinge a nascondere le proprie imperfezioni e le unicità per permetterci di confonderci meglio nella folta irriconoscibile moltitudine di corpi.

Come accade con Virginia Woolf, grande autrice a cui la Laing viene – con merito – paragonata e a cui l’autrice si ispira continuamente nel suo lavoro di scrittura, in Città sola esploriamo i confini del racconto intimista che sfumano in quelli della saggistica più appassionata per trovare un sentimento comune, una lingua comune, un immaginario artistico comune dove comuni sono anche le più profonde debolezze umane del contemporaneo.

“Cosa c’è di vergognoso nel bisogno, nel desiderio, nell’insoddisfazione, nell’infelicità? Perché questa necessità di vivere sempre e solo si picchi emotivi o di sigillarsi nel confronto di uno spazio per due, rattratti dal mondo intero?”. Nella città illuminata al neon, veloce e distratta, nella metropoli di frenesia e stordimento, ci troviamo intrappolati nella nostra incapacità di chiedere aiuto, di aprirci all’altro.

Ma c’è una salvezza? Una via d’uscita? Olivia Laing sembra suggerirci che le esperienze passate, personali e collettive, possano indicarci un percorso. Solidarietà, gentilezza, apertura all’altro. E su tutto, sembra dirci che la capacità che più conta è quella di vivere il tempo presente con la consapevolezza che non tornerà.

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